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Le lacrime umane non possono essere terse da un Dio apocalittico, ma solo da un altro uomo. Nella storia, che è attesa del Messia, l’altro che è il mio prossimo è più altro di Dio

Il paradosso del perdono dipende dall’effetto retroattivo e, dal punto di vista del tempo volgare, esso rappresenta un’inversione dell’ordine naturale delle cose, la reversibilità del tempo … Esso permette al soggetto che si era compromesso in un istante trascorso di essere come se il soggetto non si fosse compromesso … Questo nuovo inizio dell’istante, questa vittoria del tempo della fecondità sul divenire dell’essere mortale e soggetto all’invecchiamento, è un perdono, l’opera stessa del tempo [Totalità ed infinito].

Mai come in questo mese la pioggia è stata attesa per dissolvere le polveri sottili del nostro egoistico consumismo, dell’uso rapace del nostro pianeta. E mentre lodo il mio Signore per «aere et nubilo» penso che la tanto sperata pioggia metterà a tacere di nuovo i barlumi di coscienza ecologica, accesisi in questi giorni, luci meno durature delle luminarie natalizie. Del resto, impazzano i saldi!

Ma il perdono di cui riflettevamo la volta scorsa cadrà come la pioggia di questi giorni nel giorno del Messia? Sì, perché il secondo aspetto del chiasmo del perdono che mi preme sottolineare, con Levinas, è quello del perdono come evento messianico, come liberazione dal presente ed assoluta responsabilità del prossimo:

Il vero oggetto della speranza è il Messia o la salvezza … La pena non si redime. La retribuzione nel futuro non estingue le pene del presente. Nessuna giustizia può porvi rimedio. Sarebbe necessario poter ritornare a questo istante oppure farlo resuscitare. Sperare significa quindi sperare la riparazione dell’irreparabile. Sperare per il presente [Dall’esistenza all’esistente].

Il Messia sono Io, ed Essere Io è essere Messia … Designarsi da sé, non sottrarsi fino al punto di rispondere prima ancora che l’appello risuoni: tutto questo è essere Io … Concretamente questo vuol dire che ognuno deve agire come se fosse il Messia. Il messianismo non è la certezza della venuta di un uomo che arresta la storia: è il mio potere di sopportare la sofferenza di ognuno [Difficile libertà].

Tutto ciò, però, è foriero di non poche difficoltà perché il giorno del Messia come giorno di giustizia dovrebbe consistere in una coscienza umana priva delle ambiguità dell’egoismo e dell’imperfezione delle proprie azioni, e comportare la consolazione di quelli che hanno subito il male insieme alla punizione dei colpevoli:

Il trionfo messianico è trionfo puro. Esso è premunito contro la rivincita del male di cui il tempo infinito non impedisce il ritorno. Questa eternità è una nuova struttura del tempo o una vigilanza estrema della coscienza messianica? Il problema va al di là dei limiti di questo libro [Totalità e Infinito].

S’intravede fin da ora la difficile libertà di questa coscienza messianica che da una parte è pienamente umana, dall’altra chiede l’intervento del «sovraumano». Levinas ne parla commentando un’espressione di Pesahimall’interno di un discorso sulla volontà delle nazioni di partecipare agli eventi messianici, alla salvezza universale, e sulla loro felicità nel farlo, anche solo come testimoni della bontà che Dio ha riservato a Israele, perché essi identificano Israele come una categoria dell’umano:

«L’Egitto porterà un dono al Messia nel tempo futuro. Egli pensava di non doverlo accettare, ma il Santo sia benedetto, dirà al Messia: “Accettalo da loro; [dopo tutto] hanno ospitato i nostri figli in Egitto”».

Come può dunque l’Egitto, che tenne schiavi gli Ebrei, partecipare al mondo messianico? Come dunque si può appartenere all’ordine messianico? Levinas risponde: quando si è potuto ammettere altri tra sé; quando si sia riuscito a ospitare nel proprio paese un gruppo di stranieri con una lingua e delle tradizioni diverse. Alle orecchie dei benpensanti questa potrà sembrare solo tolleranza, ma Dio soltanto conosce quanta pazienza ci vuole in tale tolleranza. Tanto è vero che il filosofo lituano evidenzia un significativo stralcio del Talmud:

Rabbi Abbau ha detto «Il giorno della pioggia è più grande di quello della resurrezione dei morti, perché la resurrezione riguarda solo i giusti, mentre le pioggia riguarda i giusti e gli ingiusti». Rabbi Yehudah ha detto «Il giorno della pioggia è grande quanto il giorno in cui è stata donata la Torah». Rabbi Hama bar Hanina ha detto: «Il giorno della pioggia è grande come il giorno in cui furono creati il cielo e la terra» [Difficile libertà].

Subordinazione di tutte le possibili relazioni tra Dio e l’uomo ─ redenzione, rivelazione, creazione ─ all’istituzione di una società in cui la giustizia, invece di rimanere un’aspirazione della pietà individuale, è talmente forte da potersi estendere a chiunque e realizzare. Forse è questo stato spirituale che conviene chiamare messianismo giudaico.

Ma proprio al centro del chiasmo, Levinas è respinto dalla forza centrifuga delle riflessioni talmudiche nei suoi bracci:

Offrire all’uomo un rifugio (…) è il criterio dell’umano? Senza dubbio. E nonostante la schiavitù imposta agli stranieri, si tratta ancora di un omaggio all’Altissimo di Israele e del diritto ad avere una parte nel mondo messianico? Il Messia obbedisce all’ingiunzione del Signore. Accetta il dono dell’Egitto. Ma, da solo, avrebbe rifiutato! Niente pace senza il perdono sovraumano [Difficile libertà].

C’è in questo passo una relazione più profonda tra pace e perdono che Levinas chiama «sovraumano». Dio si placa, ma perché il Messia avrebbe rifiutato il dono dell’Egitto? Solo per la debolezza della natura umana? Ciò che Levinas dice a proposito del perdono è molto illuminante a riguardo:

Le colpe verso Dio mi son rimesse, senza ch’io dipenda dalla sua buona volontà! Per un verso, Dio è l’altro per eccellenza, l’altro in quanto altro, l’assolutamente altro ─ e tuttavia, solo da me dipende l’accordo con un Dio siffatto. Lo strumento del perdono è nelle mie mani. Invece, il prossimo, mio fratello, l’uomo, infinitamente men altro dell’assolutamente altro, è, in un certo senso, più altro di Dio: per ottenere il suo perdono, nel Giorno del Kippùr, devo riuscire, prima di tutto a ottenere ch’egli si plachi. E se rifiuta? Tosto che siamo in due tutto è messo a repentaglio. L’altro può rifiutarmi il perdono e lasciarmi per sempre imperdonato. Tutto ciò deve nascondere, sull’essenza del divino, insegnamenti interessanti … L’individuo offeso deve essere placato, accostato e consolato individualmente; il perdono di Dio ─ o il perdono della storia ─ non si può concedere senza che l’individuo sia rispettato … La pace non s’installa in un mondo senza consolazione [Quattro letture talmudiche].

Al mio prossimo devo chiedere perdono, correndo il rischio di non ottenerlo, così che i giochi restino in sospeso. È questa sospensione, nel cuore del chiasmo umano-divino del perdono, che interpella la responsabilità del soggetto verso tutti gli uomini, uno a uno! È in questa tensione che si compie il giorno del Signore. Un evento che viene da un oltre la storia, ma che si realizza nella storia, che conserva i caratteri della soggettività e, pertanto, mantiene tutte le tensioni che fanno parte dell’umano. Un evento che ha come protagonisti il Signore, il Messia e gli uomini.

Nella sua veste di uomo inviato da Dio, il Messia compenetra in sé tutta la debolezza e tutto il potere dell’azione umana del perdono. Ma il trionfo messianico non sarà quello di una ragione (hegeliana) che mette l’ordine universale al di sopra dell’ordine interindividuale. Ciascuno dovrà essere placato e non da Dio! Le lacrime umane non possono essere terse da un Dio apocalittico, ma solo da un altro uomo. Nella storia, che è attesa del Messia, l’altro che è il mio prossimo è più altro di Dio. Solo in tal modo sarà forse possibile esperire Dio come realtà significante ed istaurare in terra, nella storia, un regno di giustizia messianica.

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