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Le donne nei supplementi: manichini di un’estetica sadica

Di solito evito di prendere i voluminosi, lussuosi, ponderosi e pretenziosi supplementi-Donna che il sabato accompagnano i più diffusi quotidiani nazionali, “Corriere della sera” e “Repubblica”. Evito e non mi chiedo perché. È un istinto di autodifesa. Preferisco non sapere, non vedere che cos’è la donna secondo i suddetti settimanali. Ma per una volta mi sono distratto e prima di buttarli mi sono messo a guardare. Quanto tempo ci vuole? Se si decide che in fondo non c’è niente da guardare ci vogliono cinque o dieci minuti. Ma se si usano gli occhi può passare anche un’ora e se ne esce più stupidi e più frastornati. Le donne fotografate sono quasi tutte modelle, cioè donne in se stesse reali, ma scelte e presentate per suggerire l’irrealtà femminile. Non sono esseri umani, sono manichini viventi ai quali appendere indumenti e borse. I profumi, le scarpe, le creme, le calze a rete, i tacchi a spillo, le giacchette di pelle, i gioielli: ecco i veri protagonisti. Le donne sono il corpo, gli oggetti sono l’anima. Le povere modelle sembrano usate come schiave, vittime del sadismo estetico, o dell’estetica pubblicitaria come sadismo. Donne tutte troppo belle. O meglio, orribili, esasperanti. Guardarle induce una blanda disperazione, un dolore senza lacrime, una noia senza fondo. Ogni tanto, per caso, si incontra un viso stranamente espressivo, che però non sa che esprimere. Che cosa viene offerto? Oscenità perbene. Il sogno di una gran vita da ricchi. Situazioni che qualche cretino definirebbe: piccanti.
Alcuni anni fa la bellissima figlia ventenne di un mio amico fece una serie di foto pubblicitarie. Molto fotogenica, molto adatta: così le dissero. Ma lei disse a se stessa: no, non sono adatta, non mi piace l’ambiente. Ha preferito disegnare, imparare a cucire, fare le pulizie in un teatro, vendere i biglietti…
Ho dimenticato di parlare degli articoli. Ma c’erano? Non gli ho visti. Ho dimenticato di distinguere il supplemento di “Repubblica” da quello del “Corriere”. Distinguerli non è possibile, sono uguali. Perché un contenitore di pubblicità si deve chiamare “Donna”?

di Alfonso Berardinelli / avvenire.it