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L’azione abilitante della grazia

Le virtù umane, acquisite con l’educazione, mediante atti deliberati e una perseveranza sempre rinnovata nello sforzo, sono purificate ed elevate dalla grazia divina. (Catechismo 1810)
La crescita nelle virtù non avviene solo per l’esercizio di atti virtuosi e lo sforzo di perseveranza del soggetto. Avviene anche per la grazia, che intercetta l’impegno umano, purificandolo ed elevandolo. Dire grazia è dire l’azione dello Spirito Santo, diretta a costituirci nella novità di vita portataci da Cristo e abilitarci al suo vissuto. Come insegna Tommaso d’Aquino, la grazia non rimuove ma perfeziona la natura. Essa non è principio di un corredo di virtù sostitutivo o addizionale, ma integratore e animatore del corredo naturale-umano. In questo senso l’etica e l’ascetica cristiana hanno parlato di “virtù soprannaturali” non come di un numero aggiuntivo di virtù, ma come delle stesse “virtù naturali” sopra-elevate dalla grazia. Così che il cristiano non vive due ordini di virtù, ma l’unico ordine – razionale, universale, umano – ricompreso nell’economia di significato, di efficacia e di fine della grazia. Dove “virtù acquisite” per via educativa e “virtù infuse” per via sacramentale non dicono la somma di due complessi virtuosi ma la sinergia di due pedagogie di crescita nelle virtù. Difatti l’impegno umano (la libertà) è aperto all’azione redentrice della grazia, e la grazia suppone ed è rivolta alla libertà. Qui il riferimento è alla grazia abilitante, attinta ai sacramenti: grazia di abilitazione delle facoltà operative. Essa è grazia illuminante le facoltà conoscitive del bene: l’intelligenza pratica e la coscienza; e movente le facoltà appetitive: la volontà e le passioni.
Per l’azione abilitante della grazia si cresce in modo più spedito ed elevato nelle virtù e con esse in bontà morale. Quella crescita che le ferite e il peso del peccato tendono ad ostacolare, la grazia la libera e l’alimenta. Il soggetto è capace di prassi sempre più elevate di bene morale. Egli è abilitato a vivere il “compimento” che Gesù è venuto a dare alla legge (cf Mt 5,17). Compimento che ha la forma della radicalità che il bene da compiere assume nell’insegnamento morale del vangelo.

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