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L’Avvento è in autunno: ecco perché

​«Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?».

L’Avvento si consuma in autunno. Le città si riempiono di colori che non lasciano indifferente chi vi cammina con occhi devoti non solo allo schermo del telefono. C’è una bellezza singolare nel disfacimento delle foglie: una paradossale sinfonia di colori caldi canta la morte, prima che la luce torni a prevalere sulla notte proprio con il solstizio invernale. Questa logica di bellezza nel disfacimento non è sfuggita né al pittore né al fisico.

Rouault – uno dei pochi artisti del ’900 che, in quanto contemplativo, sapeva fare arte sacra, non semplicemente religiosa – dipinge un quadro originale: Autunno a Nazareth.

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È una scena quotidiana, il giovanissimo Gesù scende da una strada, accompagnato da qualcuno, e va verso due figure di donne con bambini. Sono gli anni della cosiddetta vita ‘nascosta’ di Cristo (o semplicemente ordinaria?). Tutto è immerso in un meraviglioso paesaggio autunnale, con colori caldi che dialogano e contrastano con i blu delle tenebre (non a caso colori complementari). C’è un senso di attesa e pace: nelle tenebre si fa strada la luce, in modo molto naturale, Cristo raggiunge gli uomini che lo attendono sulla strada, come d’Avvento. Il paesaggio ruota attorno alla figura bianca che scende: si incarna, nelle vie umane. Un autunno qualsiasi di un paesino qualsiasi, in un tramonto qualsiasi sospeso tra tenebra e luce, tra alberi qualsiasi che alludono all’albero della vita e a quello della croce. Dio, come già nella Genesi, sul far della sera continua a passeggiare nel giardino, con gli uomini.

Il fisico Henri Margenau, ne Il miracolo dell’esistenza, sottolinea la problematicità di risolvere la bellezza armonica delle cose in termini di casualità o lotta per la sopravvivenza: «Perché c’è tanta bellezza nella natura? Noi non crediamo che la bellezza stia solo nell’occhio dello spettatore. Alla base delle esperienze di bellezza, o almeno di alcune, ci sono dei caratteri oggettivi, come i rapporti fra le frequenze delle note di un accordo maggiore, la simmetria fra le forme geometriche, il fascino estetico della giustapposizione di colori complementari. Nessuno di questi ha un valore di sopravvivenza, ma sono frequenti in natura, in una misura incompatibile col caso. Noi ammiriamo l’incomparabile bellezza di una foglia d’acero in autunno, col suo rosso intenso, le nervature azzurre e i bordi dorati. Si tratta per caso di qualità utili alla sopravvivenza quando la foglia è in disfacimento?».
C’è una logica nelle cose, una logica da stilista: Dio è stilista impareggiabile anche delle cose minime come il giglio votato al disfacimento nel giro di poche ore.

Nessuno riuscirà mai a riprodurne freschezza, morbidezza e colori per vestire una donna. Questo ‘spreco armonico’ nelle cose è, secondo Cristo, segno persuasivo di una cura infinitamente superiore verso l’uomo, mancante di fede.

Con l’Annunciazione la luce entra nella storia chiedendo permesso a una ragazza impegnata in qualche faccenda quotidiana. Le faccende della casa, di ogni casa, non sono più da sottovalutare, come non si devono sottovalutare i colori delle foglie e i petali dei gigli: «Non vi è altra strada: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. La nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo» (san Josemarìa Escrivà, Amare il mondo appassionatamente).
Non è forse questo il paradossale manuale di istruzioni affidato ai pastori per riconoscere il figlio di Dio? «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia», cioè nessun segno se non la vita di tutti i giorni. L’ordinario è il vessillo dell’incarnazione. Non è forse vero che quando sta per nascere un bambino si moltiplica l’attenzione di tutti ai dettagli? Ci si prende cura di ogni cosa: cibo, temperatura, movimenti minimi. I pastori, e noi con loro, cominciano a educare la vista: la riconoscibilità di Dio è nell’ordinario, illuminato dalla luce della grazia. Egli ama ri-velarsi, cioè ‘velarsi di nuovo’, per essere visibile a chi sa ricevere: in una foglia autunnale, in un paesino sperduto, su una strada qualunque, in una stagione autunnale. Come nel quadro, tutto è, se lo vogliamo, ogni giorno, Natale.

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