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L’arte difficile del discernimento

di: Giuseppe Crea

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In questo tempo di grandi emergenze e insicurezze, a livello sanitario, socio-economico, educativo, sta emergendo un forte bisogno di dare un senso alle difficoltà che l’intera società si trova ad affrontare. Discernere il bene dal male, ciò che giusto da ciò che è sbagliato, ciò che è essenziale da ciò che è inutile… sta impegnando anche la vita ecclesiale nel suo compito di risvegliare e accrescere la speranza.

Questo bisogno di discernimento “a tutto campo” investe ogni essere umano, impegnato a cercare motivazioni, a operare delle scelte non solo in vista di un benessere immediato ma anche per dare un senso alla propria esistenza.

Si tratta di un lavoro formativo che necessita di una costante vigilanza, un percorso di conversione dove ognuno può imparare a distinguere ciò che è in sintonia con una prospettiva progettuale della propria vita, da ciò che invece impedisce di proseguire verso ideali e valori.

Anche la pastorale vocazionale è alle prese con questa urgenza a «non lasciarsi rubare la speranza», mettendo in primo piano il senso di gratitudine e il coraggio ad aprirsi con slancio al progetto di Dio, anche se «siamo segnati da debolezze e timori».

Gli interventi che facilitano questo percorso necessitano di consapevolezza e di vigilanza non solo per quanti sono chiamati a seguire il Signore, ma anche per gli accompagnatori, formatori, educatori, perché tutti partecipino secondo le proprie competenze e i propri doni a questa grande missione affidata alla Chiesa, di cercare collaboratori per la vigna del Signore, disponibili a «darsi al meglio della vita».

Tale formazione al discernimento «è un lavoro permanente, un cammino di vita, che coinvolge ogni persona di buona volontà», si legge nel libro appena pubblicato dalle Edizioni Dehoniane, sulla psicologia del discernimento. È un invito «a leggere e a comprendere la propria storia in chiave vocazionale» – dice l’autore – poiché ogni discernimento è un’opportunità di crescita a livello umano e spirituale verso colui che dà senso alla propria esistenza.

Formarsi al discernimento diventa allora un compito prioritario per formatori e operatori della pastorale vocazionale, un’opera educativa che aiuta a scrutare i segni dei tempi nei diversi contesti dove il rapporto tra psicologia e discernimento può aprire scenari di crescita da realizzare insieme a quanti sono in ricerca vocazionale.

Scrutare l’azione di Dio nella propria vita

«Come faccio a riconoscere che la buona volontà mostrata dalle novizie della mia comunità sgorga da motivazioni vocazionali autentiche?», si chiedeva una madre maestra durante un corso di formazione.

La psicologia del discernimento aiuta il soggetto a distinguere i germi della chiamata da facili entusiasmi a buon mercato. Così come aiuta i formatori a sentirsi partecipi della storia vocazionale di quanti sono in cammino. Poiché, se c’è una prospettiva educativa nel discernimento, essa impegna tutti in un lavoro da fare insieme, attraverso un continuo confronto per orientare il singolo verso obiettivi decisionali.

Le persone sono così accomunate in un percorso di riscoperta dell’azione dello Spirito che agisce e opera nella propria esistenza. È un cammino lento e faticoso, che prepara a riconoscere la voce di Dio che chiama, ma prepara anche a professare quotidianamente il proprio “sì” definitivo ad un progetto che va oltre le proprie aspettative.

Riconoscere in questo cammino al servizio delle vocazioni l’opera di Dio che lavora grazie all’azione dello Spirito, predispone ogni persona a dare una risposta. Come dice san Paolo «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano (…) e le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio (…) Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato» (1Cor 2,9-10.12).

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Nel discernimento la persona impara ad accogliere questa azione di Dio, riscoprendo nella fragilità della propria esistenza quella forza trasformante che predispone ad un amore oblativo che si manifesta nella prospettiva di una scelta di vita. «La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione». Il lavoro dello Spirito aiuta a sollevare il velo su tali realtà e rende visibile ciò che umanamente sembra invisibile, educando ogni persona di buona volontà a lasciarsi plasmare dalla misericordia di Dio.

Un sano discernimento nelle situazioni di incertezza vocazionale

Per facilitare l’orientamento verso scelte maturative, è possibile avvalersi di strumenti che favoriscono la comprensione delle caratteristiche dell’individuo già nel periodo che precede l’ingresso in uno specifico iter formativo. Soprattutto se ci sono situazioni psicologiche che richiedono speciale attenzione educativa.

«È necessario, fin dal momento in cui il candidato si presenta per essere accolto in Seminario, che il formatore possa conoscerne accuratamente la personalità, le attitudini, le disposizioni, le risorse, le potenzialità e i diversi eventuali tipi di ferite, valutandone la natura e l’intensità».

Tale attenzione alle situazioni di incertezza non è riservata solo al disagio psichico o alle crisi vocazionali, ma è un metodo di vita che accompagna i processi di crescita di ogni persona, soprattutto nei momenti di difficoltà. Questo comporta la necessità di una vigilanza costante per discenere quei comportamenti e quelle emozioni che sono in sintonia con gli ideali vocazionali, distinguendoli da tutto ciò che invece può diventare problematico.

Il discernimento, quindi, non può essere inteso solo come un lasciapassare per quanti corrispondono alle aspettative del formatore, o una barriera per chi presenta un carattere critico o problematico. Ma è piuttosto una grossa opportunità di crescita lungo un percorso in cui è possibile verificare insieme la presenza dei segni della chiamata e la disponibilità della persona a dare una risposta che sia realisticamente coerente con gli ideali professati. Poiché è in questa fase che l’individuo può fare delle scelte coraggiose che incideranno sul suo stile di vita e sul suo futuro.

Per questo si tratta di un lavoro educativo che non può essere improvvisato, né tantomento lasciato in balìa delle buone intenzioni. «Si tratta di un’operazione complessa, non spontanea; articolata, non immediata; individuale o comunitaria, ma sempre aperta al confronto». Ed è proprio nel confronto schietto e sincero tra formatore e formando che la persona apprende a educare il proprio Sé interiore, integrando le componenti ideali della chiamata con le proprie fragilità caratteriali, culturali, educative, imparando sempre di più ad affidare la propria vita nelle mani di Dio.

Identità vocazionale come cammino comunitario

Le persone che bussano alla porta di un convento chiedono di fare un cammino in cui vogliono sentirsi attivamente coinvolte a scoprire il progetto di Dio. D’altro canto, chi accoglie con il compito di educare al discernimento, si impegna anche lui in un percorso da fare insieme, con una componente relazionale assai importante, fatta di incontri, colloqui, vita comune.

Il rapporto tra loro si rafforza lungo un cammino da fare a due a due, in cui sia chi accompagna sia chi è accompagnato consolida la propria capacità di ascolto della volontà di Dio, ampliando quel processo di maturazione psico-affettiva che permette di scoprire nuovi orizzonti di significato per la propria vita. Tale dinamica interattiva implica una partecipazione di entrambi gli interlocutori a diversi livelli.

Anzitutto a livello di conoscenza di sé, poiché per conoscere l’altro occorre conoscere un po’ se stessi, entrare in contatto con la propria realtà, essere capaci di una sufficiente introspezione che consenta di accostare il proprio mondo interiore, individuando dentro di sé quelle componenti costruttive che aiutano a rileggere la propria esperienza di vita in un’ottica di fede. «È risaputo che la storia personale di ognuno è unica e soltanto chi si rende conto di questa storia, di questo passato, può sperare di capire un individuo e di lavorare per la sua formazione».

Tale sensibilità alla propria realtà di valore lascia spazio ad un’accoglienza delle reciproche diversità, perché «si armonizzino all’interno di un progetto comune». La conoscenza delle proprie competenze impegna a valorizzarle in un progetto di vita che si dispiega nella concretezza dei rapporti quotidiani. Il confronto che scaturisce in questa fase di consapevolezza delle reciproche diversità alimenta la crescita della libertà interiore e facilita l’integrazione dei vissuti umano-spirituali in vista del servizio agli altri. In questo modo la riscoperta della propria interiorità si coniuga con l’impronta missionaria che caratterizza ogni risposta vocazionale, come ricorda papa Francesco al n. 221 dell’Evangelii gaudium: «Riscoprite la via dell’interiorità che conduce a Dio e al prossimo più bisognoso».

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Inoltre, questa conoscenza rafforza il senso di appartenenza e di comunione reciproca, perché mette in risalto la scoperta della comune volontà di rispondere al progetto di Dio, sapendo che il cammino di discernimento pone l’intera comunità in ascolto di un progetto che non è solo frutto di buone disposizioni umane ma è soprattutto dono di Dio. Scoprire insieme la continuità di tale dono nelle vicissitudini della propria storia di vita è il metodo che contraddistingue il carattere comunitario del discernimento.

Infine, il senso di comunione che si crea lungo il percorso rafforza e consolida il senso di continuità di ogni storia vocazionale, riconoscendo nel confronto interpersonale i segni di una chiamata già presenti nella storia passata. «I carismi continuano a vivere finché generano persone libere che, incontrata una voce parlante da un roveto ardente mentre pascolano un gregge, la riconoscono come la voce profonda che le abitava da sempre (se non fosse già dentro di noi non sapremmo riconoscerla come voce buona e obbedirle)».

Tale disponibilità a riconoscere la voce di Dio che continua ad agire nella propria storia, apre il lavoro di discernimento ad una prospettiva educativa futura, da continuare e incrementare anche dopo la risposta iniziale; ma anche dopo la formazione iniziale, man mano che la persona si addentra in uno stile di vita in cui riscopre i pregi e i difetti.

La missione della Chiesa nel discernimento

Il discernimento vocazionale non si riduce quindi a generare persone “arrivate”, persone che si trincerano nelle proprie certezze o nei propri credi morali o spiritualistici, né tantomeno può essere inteso come risoluzione miracolistica delle tante incertezze che emergono in chi si percepisce vocazionalmente insicuro.

Si tratta, invece, di un cammino educativo permanente, che guida ogni essere umano a cercare e a trovare nella propria storia i segni tangibili della chiamata di Dio. È un metodo di vita che permette di coltivare la propria interiorità per conformarsi alla volontà di Dio, modellando il proprio modo di essere e di agire, ma anche il proprio modo di relazionarsi con gli altri. Sapendo che tale cammino non predispone ad una vita di quietismo abitudinario, né offre certezze occupazionali e tantomeno di ruolo. Ma, al contrario, prepara ad una continua conversione del cuore, in cui la ricerca di motivazioni autentiche si integra con la capacità di dare una risposta concreta all’appello di Dio.

In questo modo, chi fa discernimento imparerà a rendere educabili quegli aspetti di sé che non gli permettono di aprirsi alla voce di Dio. Allo stesso tempo, imparerà a «prendere in mano la propria vita per metterla al servizio del Vangelo», rendendosi co-partecipe di un processo di cambiamento che dà direzione alla propria esistenza, rinforzando la propria capacità di cercare e trovare il volto di Dio nelle tante situazioni di vita.

Il contributo di una sana psicologia del discernimento può facilitare questo cammino di crescita, al fine di raggiungere la piena realizzazione di sé dentro un progetto vocazionale riconosciuto come dono e realizzato attraverso la mediazione di quanti sono impegnati nel rapporto educativo di ogni pastorale vocazionale.

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