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L’arte di saper lasciare andare

di Sergio Di Benedetto | 02 febbraio 2020 in vinonuovo.it
C’è un arte dell’affidamento e del lasciar andare che dovremmo tornare a coltivare in una società che pretende il controllo su tutto. Affidarsi e fidarsi, come ci insegna il vecchio Simeone del Vangelo di oggi e come cantano alcuni versi di Giorgio Caproni.

Nel Vangelo di oggi si staglia, come colonna che tutto regge, la preghiera del vecchio Simeone: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola». Preghiera nota, preghiera familiare, ripetuta nei secoli all’inizio della notte, quando la tenebra ormai domina la terra. Preghiera di affidamento, preghiera di fede.
Tutto, nel Vangelo di questa domenica, mi parla di affidamento, che è consegna fiduciosa: Maria e Giuseppe consegnano il Bambino; Simeone affida se stesso; Anna, lungamente fedele e lungamente consegnata a Dio, giunge al porto affidandosi.

Affidarsi vuol dire perdere la pretesa del controllo su tutto; vuol dire avere il coraggio di non esercitare il controllo su di sé e sugli altri. Affidarsi vuol dire realmente fidarsi: consegnarsi al Padre, che custodisce e accompagna.
C’è un arte del lasciar andare che dovremmo tornare a imparare. Viviamo in una società che spinge all’accumulo, al controllo, alla fuga dall’imprevisto. Siamo esposti a continui messaggi che stimolano le nostre preoccupazioni e alimentano le nostre paure, per proporci assicurazioni e zone di sicurezza, come se, realmente, la vita non fosse più grande dei nostri calcoli e imprevedibile. Perché una cosa è usare prudenza, un’altra è circondarci di difese, uscite di emergenza, strumenti di controllo sulla nostra vita e su quella di chi ci circonda. Invece, Simeone ci ricorda che esiste un’arte del lasciar andare, un’arte che è affidamento al Padre; lasciar andare, capendo che la pretesa di controllo ci consuma e ci impaurisce, ci erode spazi di libertà, ci condiziona togliendoci il gusto della sorpresa. Perché, in fondo lo sappiamo, nulla potrà renderci immuni dalla fatica e dal dolore.

Allora, davvero, abbiamo da riscoprire un’arte di lasciar andare, un’arte di non possedere, un’arte di restituire. È l’arte di saper mollare quando qualcosa o qualcuno ci sfugge; è l’arte di regalarci e regalare libertà.
È il messaggio che trovo in Disdetta, una breve poesia del 1974 di Giorgio Caproni, di cui abbiamo ricordato da poco il trentennale della morte (22 gennaio 1990):

E ora che avevo cominciato
a capire il paesaggio:
«Si scende», dice il capotreno.
«È finito il viaggio»

Si tratta di un testo tratto dalla raccolta Il franco cacciatore, una delle più belle raccolte del secondo Novecento, tutta incentrata su una continua, provocatoria e mai riuscita ricerca di Dio. Eppure, da laico, Caproni ci ricorda che, volenti o nolenti, ci sarà un giorno in cui saremo costretti a lasciar andare tutto, perché «È finito il viaggio». Sarà l’estremo abbandono.
Ma anche prima, in modo meno radicale, avremo probabilmente attraversato momenti in cui sarà stato un bene sostituire il possedere con l’affidamento, perfino quando avremo gustato qualcosa di buono, come il paesaggio di cui parla il poeta.
È l’insegnamento di Simeone: vedere l’atteso da una vita e subito lasciarlo andare.
Forse tutto il nostro cammino è tornare ad affidarsi, come al principio della vita, secondo quanto cantava ancora Caproni in Mentore, non a caso posta subito dopo Disdetta:

Devi perseverare,
usare buona pazienza.
Ricordalo, se vuoi arrivare
al punto di partenza.

Tornare al punto di partenza, tornare alla fiducia originaria e spontanea: è questa, forse, la santità di Simeone.