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L’altruismo? È scritto nel nostro dna

La sua recente notorietà, anche in Italia nell’ambito delle cronache scientifiche, è legata a un esperimento – pubblicato da Science – che ha fatto parlare di «altruismo nei topi». Animali che hanno condiviso lo stesso ambiente, in una situazione di laboratorio tendono a liberare il proprio compagno chiuso in una scatola e a condividere con lui un pezzo di cioccolato, di cui i roditori sono assai ghiotti. Una condotta sorprendente per chi pensa che nel mondo animale vi sia solo egoismo istintivo.

«Non ritengo che i topi siano come gli esseri umani, ma non dobbiamo dimenticare che molte specie mostrano comportamenti che definiremmo altruistici», spiega Jean Decety, neuroscienziato francese da tempo attivo all’università di Chicago, autore di significative pubblicazioni. Di passaggio in Italia, per una conferenza organizzata da Raffaella Rumiati alla Sissa di Trieste, Decety ha illustrato i suoi più recenti studi sull’empatia e sulle basi biologiche del comportamento.

La ricerca ci dice che empatia, altruismo e moralità hanno basi biologiche. Che vincoli pongono a educazione e cultura?
«I nostri cervelli sono stati plasmati dall’evoluzione e i meccanismi neuronali necessari a riconoscere i sentimenti altrui o ad aiutare il nostro prossimo sono precablati. Ma ciò non significa che tali strutture siano già mature alla nascita e pronte all’uso appena entriamo nel mondo. Una struttura determinata geneticamente deve costruirsi e organizzarsi nel tempo, con le interconnessioni tra cellule nervose. Il tutto deve poi essere attivato dalle interazioni sociali appropriate».

Che ruolo hanno allora educazione, cultura e doveri morali nel formare empatia e altruismo?
«I genitori e la cultura in generale hanno una funzione molto importante sul modo in cui questi sentimenti si sviluppano. Senza le relazioni sociali, radicate nelle culture, la morale non nascerebbe neppure. Tra le cose più interessanti che ci dice la ricerca è che il contesto sociale può modificare le strutture neuronali degli individui».

Non c’è quindi il determinismo biologico che a volte viene presentato come ineluttabile e più rilevante delle circostanze esistenziali?
«Vi sono processi fisiologici che influiscono sul comportamento, così come esistono situazioni e interazioni tra persone che influenzano l’assetto molecolare e cellulare del sistema nervoso. Le cure materne hanno un impatto rilevantissimo sui piccoli, negli animali e nell’uomo. In termini tecnici, esse favoriscono la demetilazione epigenetica del promotore dei recettori glucocorticoidi dell’ippocampo, una struttura cerebrale importante per la risposta a eventi stressanti. I piccoli che ricevono alti livelli di attenzione da parte della madre hanno più recettori e ciò fa sì che la risposta fisiologica allo stress non sia caratterizzata da ansia, paura e tutte quelle reazioni negative che rendono insicuri o aggressivi».

Nei suoi studi, ha avuto modo di esaminare psicopatici rinchiusi in carcere. Quali sono i risultati e quali considerazioni se ne possono trarre?
«Il diritto e i tribunali devono affrontare una nuova sfida portata dalle acquisizioni scientifiche. In sintesi, dovremo fare i conti con il fatto che non si potranno più giudicare le persone distinguendo nettamente tra “bianco” e “nero”. Oggi vi sono individui gravemente malati di mente che reputiamo non responsabili dei propri atti e poi tutti coloro che invece riteniamo meritino di essere puniti per i reati commessi. Ma non ha più senso distinguere in che misura un reato è frutto della biologia e in che misura frutto del vero sé di un individuo. Le due cose sono inseparabili. Le spiegazioni biologiche non scusano chi compire delitti…»

Ma allora quale deve essere la risposta della società?
«Il fatto che la maggior parte dei serial killer abbia subito abusi nell’infanzia li rende non punibili? Gli piscopatici vanno incarcerati anche se non hanno le risposte emozionali automatiche di avversione alla violenza tipiche degli altri esseri umani? Il problema è che dobbiamo comunque proteggere le persone dalle aggressioni dei malintenzionati. A mio avviso, in queste situazioni è meglio guardare al futuro più che al passato. Punire chi ha disturbi cerebrali non contribuisce a migliorare la sua situazione. Le prigioni dovrebbero trasformarsi in istituzioni di cura psichiatrica, e le neuroscienze sociali potrebbe diventare un elemento rilevante nel giudizio: hanno infatti la capacità di indicare quanto è probabile che un malvivente possa essere recidivo rispetto a un altro…»

Vuole suggerire che la neurobiologia può dire tutto sull’essere umano?
«No. Penso che gli scienziati abbiano da imparare dalla cultura umanistica e che la scienza senza etica non sia buona scienza. Deve esserci uno scambio in entrambe le direzioni. E, comunque, se è vero che la neurobiologia con l’economia avrà un ruolo crescente nella spiegazione dei comportamenti umani, oggi c’è ancora tantissimo da scoprire e ci vorrà anche molto tempo prima che si possa dire che sappiamo tutto».

Andrea Lavazza – avvenire.it