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L’accordo tra scienza e fede in Efrem il Siro

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Una cetra va suonata, e le sue dolci note sanno raccontare verità nascoste. Efrem il Siro si definisce la “cetra di Dio” ed è conosciuto come “l’arpa dello Spirito”. Cantore della lode divina, teologo-poeta, fu aperto ai segni dei “due libri” con cui Dio si rivela al mondo.

Galileo Galilei, come è noto, ebbe a parlare dei “due libri” il 21 dicembre 1613: «La Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio, procedono di pari dal Verbo divino» (Lettera a Benedetto Castelli).

Pochissimi sanno che di quei due libri aveva già parlato anche Efrem 1.300 anni prima. Efrem è infatti piuttosto sconosciuto. Eppure fu importante nella Chiesa antica perché impegnato nelle questioni del suo tempo, pur trovandosi in una zona marginale e martoriata. Visse in quella parte orientale dell’impero romano che stava sul confine con i persiani sasanidi, con cui Roma era in guerra da tempo, e che a metà iv secolo si sarebbe risolta con una cessione del territorio agli invasori dell’est. Efrem — profondamente legato alla sua città di Nisibi, poi esiliato a Edessa — visse per una settantina d’anni, proprio in pieno iv secolo.

A Nisibi, come nelle altre province dei dintorni, la fede in Gesù vantava una lunga storia: era penetrata fin dal i secolo grazie a credenti giudaico-cristiani, che parlavano il siriaco, un dialetto di origine semitica, che si riconnetteva più da vicino ai codici comunicativi della Bibbia. Efrem parlava e scriveva in questa lingua, pur conoscendo il greco.

La zona tuttavia era un “porto di mare”, un lembo di passaggio, in tutti i sensi: oltre che pagani e giudei, vi vivevano cristiani appartenenti a diversi gruppi ereticali in contrasto gli uni con gli altri, ciascuno con la propria fede, diversa da quella ufficiale (che in quegli anni viveva le grandi discussioni sulla Trinità). Per questo motivo la Chiesa siriaca non godeva di una buona reputazione, etichettata come instabile e periferica. Efrem decise di riscattare la sua comunità.

Volle impegnarsi in prima persona nella sua città, immergendosi nella vita ecclesiale e accettando dal vescovo il ministero di diacono, con l’incarico di insegnare nelle assemblee dei fratelli. Mise da parte ogni riferimento troppo complicato per le orecchie del popolo che lo ascoltava, e non cedette ai giochi terminologici della filosofia del suo tempo, che volevano spiegare la Trinità ricorrendo a concetti complessi e incapaci di unire gli animi, anzi dividendoli ulteriormente.

Scrisse e predicò preferendo la poesia alla prosa, utilizzando immagini quotidiane, per raccontare verità supreme, come la cetra che suona cose profonde e complesse intrecciando cinque semplici corde.

Perché per Efrem il mistero di Dio non si può descrivere e spiegare, lo si deve invece cantare, deve essere oggetto di lode, può essere solamente intuito grazie alle immagini che il libro della natura e il libro delle Scritture sanno offrire: «Dovunque tu guardi, il simbolo [di Dio] è lì; dovunque tu leggi, tu trovi i suoi tipi. Poiché in lui tutte le creature sono state create e ha contrassegnato tutti i suoi possessi con i suoi segni, quando ha creato il mondo» (Inno sulla verginità 20, 12).

Efrem ritiene che Dio possa essere conosciuto tramite i “simboli” (le immagini offerte dallo sguardo sulla natura) e tramite i “tipi” (le immagini custodite dalla lettura della Bibbia). Questo intreccio di immagini, come una fitta vegetazione in una foresta, è capace di descrivere in qualche modo l’essenza della Trinità.

L’Inno della fede n.73 è capace da farci assaggiare l’esperienza di Efrem, con le sue stesse parole. Ne leggiamo una parte.

Ecco le parabole: sole e Padre, splendore e Figlio, calore e Spirito Santo, e mentre questo [il sole] è uno, la Trinità appare in esso. Distinto è il sole dal suo raggio eppure con esso è mescolato; poiché anche il suo raggio è sole anch’esso. Nessuno dichiara poi due soli, sebbene il suo raggio sia sole anch’esso. Non sono mischiati e neppure confusi, essi che sono distinti e mescolati, legati e liberi. Una grande meraviglia! Distingui per me il sole dal suo raggio e il calore da ambedue, se ne sei capace.

di Luca Girello – osservatoreromano.va