La via «Mediterranea» della teologia e della pace

Avvenire

Era nell’aria, perché nessun’altra visita aveva in premessa tanti elementi inediti – e su tutti la prima volta di un ‘Papa convegnista’ – ma con il ritorno a Napoli, Francesco ha segnato anche molte svolte, tanto che, almeno sul piano teologico, si potrebbe parlare, nell’arco del pontificato, di un prima e un dopo Posillipo, sede della Facoltà dei gesuiti che lo ha ospitato. Torniamo, dunque al 21 giugno, primo giorno d’estate sotto un sole che non dava requie: papa Francesco, dopo aver ascoltato una serie di importanti relatori, ha pronunciato un discorso che, via via, nei modi e nelle forme di una lezione, ha preso il valore di una vera e propria Enciclica dal vivo. Una summa non solo teologica sullo stato del mondo, visto dalla parte del Mediterraneo, scritta – nel luogo stesso dello sbarco di Paolo – con il pathos della vicinanza di cuore ai «naufraghi della storia», ma con la mente aperta a ciò che una Chiesa rinnovata – e teologicamente più coinvolta nella vita degli uomini – può fare per ribaltare i termini di una questione che, alla fine riguarda il corso della civiltà e gli approdi di pace. Francesco ha fatto capire perché proprio da Napoli il Mediterraneo si vede meglio che altrove.

E proprio l’impatto con questa città ha reso evidente come anche la teologia possa essere interessata a una dimensione essa stessa ‘mediterranea’; nel senso di più cordiale, più umana e accogliente, e nell’orizzonte ancora più vasto di quella «nuova Pentecoste della teologia » evocata dal Papa. A Napoli, in realtà, si possono fare i conti con la storia – non solo ecclesiale – a vendo a disposizione tutti gli elementi per comporre una nuova visione, corredata da fatti di vita, non meno che di Chiesa. In questa luce è, per esempio, da riconsiderare l’apporto, in termini di significato teologico, del sacrificio di chi è caduto vittima della violenza, come don Giuseppe Diana, che nella Facoltà di Posillipo aveva studiato.

Non a caso Francesco ha parlato della «non-violenza come orizzonte e sapere sul mondo al quale la teologia deve guardare come elemento costitutivo». Aveva frequentato Posillipo anche il beato don Giustino Russolillo, parroco a Pianura, fondatore dei vocazionisti, a sua volta icona di quella teologia della compassione, che ha la propria radice nel Vangelo della Misericordia e che si esercita al contatto con le vite oppresse, i drammi sociali e le molte schiavitù dell’oggi. Nella stessa linea è emerso il valore della testimonianza del medico santo, Giuseppe Moscati, illustre scienziato ma ricordato per la sua vicinanza ai sofferenti, e ai più poveri tra essi ai quali offriva non solo cure ma anche sostegno economico. Perfino un quadro, il famoso dipinto delle Sette opere di misericordia del Caravaggio è valso al Papa, per indicare, sì, il contributo dell’arte come forma di dialogo, ma in funzione della traccia di un profilo etnografico dell’anima di un popolo.

Un popolo più che affacciato, proteso nel Mediterraneo. Elementi forti, ma, ancor più, realtà costitutive di quella «teologia del contesto» posta al centro del rinnovamento indicato dalla Veritatis gaudium e sviluppata, con grande intensità, nei corsi della Facoltà della sezione San Luigi, tenuta dai padri gesuiti. Anche in una Napoli dai mille problemi e con le sirene d’allarme sempre in funzione, questo lavoro non è passato inosservato. Se n’è accorta Napoli; ha voluto dare un segno forte di incoraggiamento, il Papa, che con questo suo ritorno le ha come riaffidato il ruolo, ora appassito, di antica capitale. In realtà non poteva esistere un’Aula magna più suggestiva e credibile di una città che, nella sfida alle sue tante emergenze bussa ora alle porte e al cuore di una teologia capace di scendere in campo e di misurarsi in concreto con una realtà sempre più complessa e tormentata. Napoli e il Mediterraneo sono sulla stessa linea d’orizzonte e condividono, con una grande storia alle spalle, un presente drammatico e un futuro ricco di incognite. Non si può stare a guardare, e anche in questo senso Napoli, dopo questa visita, si pone come uno dei capisaldi del magistero di Francesco, sulla via del Mediterraneo come «grande tenda di pace» – secondo la bella espressione di Giorgio La Pira – e del nuovo cammino segnato dal ‘Documento sulla fratellanza universale’ firmato ad Abu Dhabi. A rendere ancora più largo ed efficace il campo delle prospettive, il messaggio che proprio al convegno di Napoli ha inviato il patriarca Bartolomeo. Non un semplice saluto, peraltro, ma un intervento profondo e articolato, come a ribadire insieme che il Mediterraneo non può essere che un mare sempre aperto all’incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione. Una via lunga, ma la sola percorribile.

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