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La teologia a confronto con la contemporaneità

di Paul Valadier

Dato che la società attuale rinnega le sue radici cristiane e sprofonda nel nichilismo, il comportamento che s’impone – così si dice – è quello che fissa per le Chiese un “programma di controcultura”, un progetto di accentramento su se stessi e sul messaggio portante. A una società in via di dissoluzione bisogna contrapporre una società ecclesiale ferma e forte, che faccia vedere rapporti nuovi in tutti gli ambiti – economico e sessuale, politico e artistico – ispirati dal Vangelo. Questa reazione si coniuga al plurale, poiché assume forme molto diverse. A una società diventata sorda od ostile bisogna opporre una contro-società cristiana che mostri con la sua stessa vita la pertinenza e l’efficacia del suo messaggio e soprattutto che si opponga alla secolarizzazione. L’evangelizzazione passa allora in primo luogo per la ricostruzione o la costruzione di una Chiesa cristiana che racchiuda in sé tutte le dimensioni dell’esistenza umana, senza cercare di convincere menti ostili o sviate da falsi pensieri.
Questi atteggiamenti di ritiro da un mondo giudicato decadente o corrotto, anzi di condanna di una società da cui il cristiano deve prendere le distanze, hanno espressioni molto diverse. Evidenziano tuttavia ciò che chiamerei una tentazione forte, o una riattivazione di un comportamento intellettuale e pratico che favorisce la costruzione e il rafforzamento di una Chiesa a distanza, essenzialmente critica, che vive in un margine contestatore, come una contro-società che trova in se stessa le proprie risorse.
Tentazione che, secondo me, in quanto tale, si può e si deve comprendere, ma proprio per distanziarsene. Di fatto c’è da temere che questo atteggiamento porti solo alla sterilità e alla disistima del messaggio evangelico. In primo luogo, è sicuro che le Chiese hanno le risorse per costituirsi in contro-cultura, soprattutto in una controcultura credibile e viva? Non rischiano di apparire agli occhi dei nostri contemporanei come sette, diffidenti verso tutto ciò che le circonda e piene di sé? Poi, non è vano pretendere di andare “al di là della ragione secolare”, o ancora di cancellare una secolarizzazione che deriva da un movimento profondo delle nostre società (dove il cristianesimo ha del resto svolto un ruolo positivo importante)? Significa assegnarsi un compito impossibile, dunque vano, per non parlare della pretesa di restituire alla teologia un ruolo di “scienza delle scienze”. Simili wishful thinkings preparano il terreno a delusioni certe; si aprono su vicoli ciechi che è molto importante evitare.
E soprattutto c’è la possibilità che senza la fecondazione dell’alterità il messaggio evangelico perda la sua pertinenza, la sua forza e la sua dinamica: senza l’incontro e l’incrocio con le culture nelle quali s’iscrive, il messaggio evangelico non dà più la sua linfa e perde la sua fecondità.
Non a caso gli ultimi Papi hanno insistito tanto sul necessario rapporto di fecondazione reciproca tra fede e ragione: non ci si guadagna nulla sul piano della fede – hanno fatto a gara a ripetere – a distanziarsi da un rapporto critico e vivo con il lavoro della ragione; s’incorre allora nel pietismo, nel fideismo o nel settarismo. Da parte sua la ragione, per quanto malata o debole, può e deve trovare una provocazione a non rinunciare alle questioni più importanti, tra le quali quelle che provengono dal mondo della fede.
La teologia stessa può essere viva solo nell’accettazione feconda del suo confronto con le conoscenze umane e con le più diverse ricerche di senso. Isolata, sprofonda in vana scolastica o in sterili chiacchiere.

(©L’Osservatore Romano 5 settembre 2013)