La storia. Axel, in carrozzina dal Nicaragua, ce l’ha fatta: rifugiato negli Usa

Axel, 14 anni, poco prima di attraversare il ponte di Matamoros e raggiungere gli Usa

Avvenire

«Ho mantenuto le promesse. Tutte e due», dice Axel Sebastián Palacios Molina con un misto di eccitazione e commozione. Domani, saranno trascorsi nove mesi dal giorno in cui si è preso il duplice impegno. Il 14enne era appena stato ferito dai paramilitari assoldati dal governo di Daniel Ortega per reprimere la protesta: un proiettile gli aveva tolto l’uso della gamba destra. Sanguinante, era tornato a casa. Ma sapeva che presto sarebbero venuti a cercare lui, i genitori, la sorella. L’unica via di scampo era fuggire negli Usa ma Axel non poteva camminare. Come poteva affrontare un viaggio di migliaia di chilometri? Il 14enne aveva detto: «Vi prometto che ce la farò e, una volta al sicuro, starò di nuovo in piedi». I genitori non gli avevano creduto ma sapevano di non poter restare. Così è iniziata la fuga in Messico. «Là, però, siamo stati minacciati dagli sgherri di Ortega». Quando, dunque, la prima Carovana di honduregni si è messa in marcia, la famiglia si è aggregata. Axel è andato avanti con le stampalle, finché gli stessi profughi non hanno fatto una colletta per comprargli una sedia a rotelle. A bordo di quest’ultima ha raggiunto Matamoros, sul confine. Là, era iniziata l’estenuante attesa per presentare domanda d’asilo negli Usa. «Dormivamo in un garage, al freddo. Mangiavamo solo ciò che ci dava la parrocchia ma, spesso, nemmeno loro ne avevano. Sono stato male. Disperati, ci siamo accampati di fronte alla dogana. Non avevamo altra scelta. Un agente, vedendomi in carrozzina, si è impietosito. E ha accettato di farci “accorciare” la fila». 
Incredula, la famiglia ha potuto attraversare il ponte internazionale e raggiungere McAllen, dove è stata rinchiusa in un centro di detenzione. Alla fine, i quattro sono stati rilasciati, non prima di essere muniti del braccialetto elettronico. Certo, li attende un lungo iter legale: ci vorranno anni prima che i giudici decidano se concedere loro lo status di profughi. Nel frattempo, Axel e famiglia si sono trasferiti a Houston. «La chiesa ci sta aiutando. I miei genitori non hanno ancora il permesso di lavorare ma almeno ci hanno trovato una sistemazione e hanno fatto iscrivere a scuola mia sorella e me. Il pastore ha anche trovato un medico che mi curi. Ieri ho fatto i primi passi. Come avevo promesso».

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