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La scoperta delle Dolomiti

​Siamo al 27 agosto 1864. Douglas William Freshfield, Melwill Beaachcrof e James Douglas Walker raggiungono la vetta della Presanella. È mezzogiorno. «Non appena passò la prima eccitazione per la vittoria, cominciammo a guardare con interesse la nuova regione alpina che si estendeva ai nostri piedi – testimonia Freshfield –. Il massiccio centrale dell’Adamello era davanti a noi per la prima volta. Era un immenso blocco, grande tanto che sarebbe bastato a fornire materiale per una mezza dozzina di splendide montagne. Ma di fatto era una sola».Il 4 giugno si aprono le commemorazioni per il 150° anniversario delle prime esplorazioni delle Dolomiti. Fino al 1864 le «terre alte», dall’Adamello al Brenta, erano infatti inesplorate, regno incontrastato della fauna selvatica. Da quell’anno invece è tutta una gara, su e giù per le creste. John Ball, irlandese, primo presidente dell’Alpine Club di Londra, accompagnato da Bonifacio Nicolussi attraversa le guglie della Bocca di Brenta, il valico principale che congiunge le Dolomiti di queste valli, oggi patrimonio Unesco. È il 22 luglio.

dolomiti

Pochi giorni dopo la salita a cima Presanella, 3.558 metri, con Freshfield e i suoi compagni. Ancora poche settimane e il 15 settembre Julius von Payer, boemo, insieme a due guide della val Rendena, Girolamo Botteri e Giovanni Caturani, conquisterà – proprio questo era il sentimento dell’alpinista – il grande Adamello. E il giorno successivo tenterà con Botteri di far sua anche la vetta della Presanella, scoprendo con disappunto di essere stato preceduto. Come non bastasse, in altra parte delle Alpi Francis Fox Tuckett s’arrampica sul Grand Zebrù, mentre la Marmolada è appannaggio di Paul Grohmann. «Irrompeva con quelle imprese l’alpinismo epico che ancora oggi conserva tutto il suo valore, anche se l’arrampicata si è trasformata ed è fuori luogo parlare di conquista» commenta oggi Reinhold Messner, il re degli ottomila, che sta per aprire il sesto museo della sua catena dove si racconta, anzi “si vive” la storia dell’alpinismo eroico e delle sue evoluzioni.

E se oggi Messner porta sulle Dolomiti migliaia di appassionati dal mondo tedesco e dell’Est europeo, 150 anni fa erano quegli esploratori, principalmente inglesi e tedeschi, a far scoprire un autentico tesoro – quello appunto delle vette trentine – al vasto pubblico. Stavano nascendo provvidenzialmente i primi Club Alpini, che si facevano carico di organizzare le perlustrazioni: l’Alpine Club nel 1857, l’Alpenverein austriaco nel 1862, il Club Alpino Italiano nel 1863, mentre il 2 settembre 1872 Madonna di Campiglio vedeva la costituzione della Società Alpina del Trentino, oggi Sat.

Il 4 giugno alle 17,30, nella cornice preziosa della sala dell’Aurora di Palazzo Trentini nel capoluogo della valle dell’Adige, verrà presentato il tour di celebrazione dei 150 anni. Egidio Bonapace, presidente di Accademia della Montagna, Claudio Bassetti, presidente Sat, e Luana Bisesti, direttrice del TrentoFilmFestival, racconteranno la genesi dell’opera «Ad Est del Romanticismo. 1876-1901, alpinisti vittoriani sulle Dolomiti, che ha indagato in profondità non solo la storia, ma anche il contesto socio-culturale e letterario che caratterizzava quegli anni.

Verrà inoltre illustrata la mostra «1864-2014, Centocinquanta» a cura di Marco Benedetti, Roberto Bombarda, Riccardo Decarli e Fabrizio Torchio, che celebrerà l’evento attraverso una rassegna di fotografie e riproduzioni di opere pittoriche.

La nascita dell’alpinismo in Trentino provoca lo sviluppo del turismo montano e la nascita di alcune delle più rinomate località turistiche, da Madonna di Campiglio a San Martino di Castrozza. Si tracciano i sentieri e le vie ferrate, sorgono i rifugi e i bivacchi, si attrezzano le guide e il soccorso alpino, sorge la letteratura di alta quota e un sistema di gestione e promozione della montagna. Con pochi uguali al mondo.

A chi gli obietta che probabilmente sarebbe stato più saggio lasciare le valli, e le cime in particolare, alla loro condizione di wilderness, Freshfield risponde: «Se vi fosse stata la più piccola ragionevole speranza che questi luoghi rimanessero indisturbati, io sarei stato disposto a mantenere ancora il segreto che già avevo conservato per qualche anno. Ma disgraziatamente, almeno dal nostro punto di vista, uno spirito di intraprendenza è sorto fra la gente del paese, sono state costruite strade, aperti nuovi alberghi, i vecchi sono stati ripuliti, e come conseguenza i visitatori inglesi diventano sempre rari. Se era inevitabile che questi monti venissero esposti a tutto il mondo, sembrava meglio che essi fossero presentati da uno che si trovava da qualche anno in amicizia con loro, piuttosto che da una nuova conoscenza».

“In amicizia” come lo era Payer, che già si poneva il problema dell’assalto alle altitudini: «Al sublime asilo di una cima montuosa – scrive ironicamente dopo aver salito l’Ortles – ci si rammenta a malapena del via vai e della calca di uomini là sotto: a noi quassù non arriva alcun suono, vediamo il teatro delle loro azioni e sorridiamo filosoficamente, estraniati per qualche attimo dalla profana trivialità, sul microcosmo della loro esistenza».

Francesco Dal Mas – avvenire.it