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La religione non può mai essere motivo di violenza

Roma, 9. "Non si può mai avere un’argomentazione religiosa per versare sangue. Le rivelazioni non devono essere sorgenti di violenza e di conflittualità". Quanto è successo in Afghanistan è "deplorevole e inquietante". Intervistato dal "Corriere della Sera" di lunedì 9 agosto dopo l’uccisione di otto tra medici e infermieri appartenenti all’organizzazione non governativa cristiana International Assistance Mission (Iam) – trovati morti venerdì scorso nella provincia di Badakhshan assieme a due accompagnatori afghani – il presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, arcivescovo Salvatore Fisichella, ha sottolineato come la Chiesa, soprattutto in una zona di guerra, continui a ricordare "la forza della ragione". Una ragione che "entra all’interno della fede e consente di avere rapporti tra religioni diverse, basati su rispetto e conoscenza reciproci". Gli operatori dell’Iam (sei statunitensi, una britannica e una tedesca) sono stati uccisi – secondo i talebani che hanno rivendicato l’attentato – perché trovati in possesso di bibbie tradotte in dari, la lingua locale. E quindi considerati missionari cristiani, oltre che "spie dell’America". L’unico sopravvissuto alla strage, un accompagnatore afghano, è stato risparmiato perché avrebbe recitato versetti del Corano. Il direttore esecutivo dell’organizzazione, Dirk Frans, ha negato la presenza delle bibbie e che l’Iam faccia proselitismo. Per monsignor Fisichella, "l’ideologia che ha armato gli uccisori dei medici e dei loro collaboratori è la medesima che, una decina di anni fa, ha messo la dinamite nelle mani di coloro che fecero saltare le antiche rappresentazioni di Buddha". Un’espressione culturale che "pensa di aver raggiunto il culmine e non desidera confrontarsi con altri". Per quanto riguarda la Bibbia – ha proseguito l’arcivescovo – "mi risulta difficile pensare oggi che il testo sacro che noi consideriamo ispirato da Dio possa essere una causa di violenza. È ciò che essa rappresenta che può suscitare reazioni differenti, che vanno dalla conversione alla violenza". La Chiesa "insegna che la Bibbia deve essere presa nel suo insieme, come Parola che viene tenuta viva nelle comunità e quindi interpretata di volta in volta. Un episodio dell’Antico Testamento che richiama la violenza è mitigato da altri dove si ricorda la misericordia di Dio". La pace ha bisogno di reciprocità e per questo, ha concluso il presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, "gli Stati arabi dovrebbero impegnarsi per fermare le schegge di fondamentalismo e per porre fine alla violenza". Anche attraverso una sinergia di forze che coinvolga la Chiesa. Sullo stesso quotidiano, un commento di Pierluigi Battista ispirato dal massacro dei medici cristiani sottolinea "il silenzio imbarazzato del mondo" e "la sottovalutazione della più grande e sistematica persecuzione religiosa che insanguina il mondo del Duemila". (©L’Osservatore Romano – 9-10 agosto 2010)