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La provocazione della rivista “Time” I figli e la felicità

Nei novant’anni di Time, le copertine del settimanale americano hanno celebrato personaggi di rilievo culturale, religioso, scientifico-tecnologico, sociale e politico. Da Joyce a Eliot e Claudel, da Hemingway a Solženicyn, da Toscanini a Picasso, da Marconi a Einstein, da Carrel a Fleming e a Watson e Crick; da Pio XI e i suoi successori a Madre Teresa, senza trascurare i leader delle maggiori religioni; da Roosevelt a Churchill, da Chruscev a Mao Tse-tung, da De Gaulle a Kennedy, da De Gasperi ad Adenauer e i capi di stato europei e americani degli ultimi decenni: a ciascuno il suo posto in copertina.

 
Su quelle del primo numero di gennaio sono stati portati alla ribalta, quali ‘uomini dell’anno’, anche soggetti dalle idee e dalle azioni tutt’altro che degne di onore, come Hitler nel 1939 e Stalin, per ben due volte, nel 1940 e nel 1943. In ogni caso, anche i più discutibili, Time ha celebrato dei nati, la vita di uomini e donne venuti al mondo, che hanno segnato, positivamente o negativamente, la storia dell’umanità. L’attenzione della rivista alla vita umana sta dietro anche a diverse, belle copertine (la prima risale al dicembre 1945) dedicate alla Natività, la nascita del Figlio di Dio dalla Vergine Maria. Quest’anno, la copertina di metà agosto è uscito con il titolo provocatorio (e che, infatti, ha fatto un po’ di rumore): «The childfree life. When having it all means not having children» (La vita libera da figli. Quando possedere tutto significa non avere figli).
L’immagine riprende una giovane coppia sdraiata sulla sabbia, senza bambini accanto. La celebrazione è quella di una persona ‘assente’, il figlio che non c’è: un uomo e una donna soli. Invano cerchiamo nelle pagine interne, che ospitano l’articolo di Lauren Sandler, una conferma della crescente tendenza di alcuni genitori a concedersi, quando possibile, una vacanza ‘libera dai figli’, affidati per qualche tempo ai nonni, generosamente disponibili a trastullarsi i nipoti oppure a una volenterosa studentessa o giovane disoccupata in cerca di qualche soldo per mantenersi. No, nulla tutto questo. La tesi è radicale e riprende quella di un movimento di pensiero e di azione sociale che sta facendosi strada negli Usa, in Inghilterra e in altri Paesi europei: Childfree, liberi da figli, per scelta e per sempre (il termine è stato coniato in opposizione a childless, senza figli, abitualmente riferito alle coppie che desiderano un figlio ma non riescono a generarlo a causa dell’infertilità).
Non avere figli sembra essere la condizione per la ricerca di un’impossibile felicità coniugale derivante dalla capacità di ‘possedere tutto’ nella vita, di non porsi alcun limite nel lavoro e nel tempo libero, nel guadagno e nell’uso dei soldi, nell’abitazione e in viaggio, nella vita privata e in quella sociale. Attualmente, negli Usa una donna su cinque arriva alla menopausa senza neppure una maternità (negli anni 1970 era una donna su dieci), e dal 2007 al 2010 la procreazione per numero di abitanti è scesa del 9%, la quota più bassa che la storia degli Stati Uniti conosca, ma nessun indicatore (se davvero ne esiste uno attendibile) ci suggerisce che le coppie americane di oggi siano più felici di quelle di un secolo o due fa.
La felicità che Dio promette alla donna e all’uomo sulla terra è una vita che possa vedere i figli dei propri figli (cfr.Salmo 127,6), non una vita coniugale intenzionalmente privata di essi. Come ha ricordato papa Francesco lo scorso 27 maggio nella Messa mattutina a Santa Marta, «il benessere ci anestetizza», rispetto al dolore della vita ma anche alla felicità vera che essa ultimamente non ci nega. Così, ‘possedere tutto’ ci impedisce di godere del bene sommo, che è Dio, e della sua promessa, la vita dell’uomo.

 

Roberto Colombo – avvenire.itritaglio-famiglia