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La preghiera eucaristica

 

«Nella preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l’opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo» (Ordinamento generale del Messale Romano 72): questo dettato evidenzia anzitutto che tale preghiera è parte integrante della "liturgia eucaristica", la quale abbraccia pure la presentazione dei doni e la comunione. Infatti si prega e si invoca lo Spirito su quei doni che sono stati portati all’altare, che in seguito vengono condivisi nella comunione. Non si tratta, quindi, di una preghiera a se stante, finalizzata alla consacrazione del pane e del vino operata con le parole del sacerdote, ma fortemente ancorata alla ritualità eucaristica in senso stretto. Il raccordo viene garantito pure dalla preghiera sulle offerte, che raccomanda a Dio quei doni portati dal popolo a significare il proprio contributo al sacrificio e il legame con il creato, di cui sono frutto.

Non per nulla la preghiera eucaristica viene presentata come «il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione» (OGMR 78). In verità è quella che mette più a dura prova la partecipazione dei fedeli, perché non sanno recepire, non certo per colpa loro, la dinamica di tale composizione. Per questo, anche a distanza di anni, risulta piuttosto ostica. Non è certo qui l’ambito in cui soffermarci sull’intera problematica al riguardo, ma semplicemente richiamare alcuni atteggiamenti concreti di tale segmento celebrativo.

Anzitutto viene precisato che «il sacerdote invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell’azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo» (OGMR 78). In questo dettato si esplicita che si tratta di una solenne preghiera di rendimento di grazie, dove simile lemma esprime proprio l’azione concreta che l’intera comunità è chiamata a compiere con il presbitero che presiede, superando la visione di orazione ridotta a pura formula da recitare, per quanto importante. In altri termini, la preghiera comporta un’azione concreta, che il presbitero pone in atto in piena simbiosi con l’assemblea presente. Il pregare, allora, è un agire ben preciso in cui il "grazie" rivolto a Dio si traduce nella capacità di sentirsi parte di una comunità riconoscente per essere stata riunita dallo Spirito, soprattutto nel giorno del Signore, a continuare la visibile presenza di Cristo nella storia. Quella che solitamente si definisce "comunità" è proprio l’assemblea di fratelli, che si costituisce concretamente nell’agire eucaristico, condensato primariamente nella disponibilità a lasciarsi plasmare dall’azione divina. Questa, a sua volta, si concretizza nell’unirsi insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio.

L’"agire" eucaristico consiste appunto in simile anamnesi (come tecnicamente si chiama), cioè nel saper identificare insieme e annunciare al mondo quanto il Padre opera a favore dell’umanità. Soprattutto il prefazio e altri elementi rituali concentrano l’attenzione dei partecipanti in questa azione di identificazione e di riconoscenza. Pure la Parola proclamata entra a pieno titolo in quest’opera, in quanto abitua i credenti a saper leggere la storia alla luce del messaggio divino, per valutarla e apprezzarla, distinguendo nettamente il bene dal male e indirizzando quindi la testimonianza della Chiesa.

In rispondenza a tutto ciò avviene l’offerta sacrificale, così denominata non perché si immolino a Dio vittime animali, come nell’antica alleanza, ma se stessi, la propria volontà, cioè la libertà di collaborare con lui a edificare il Regno nella storia. Per questo l’anamnesi degli eventi salvifici sfocia nell’invocazione dello Spirito, che, come transustanzia il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Cristo, così trasforma i partecipanti, perché si offrano, cioè si rendano disponibili al compimento della volontà del Padre, come ha fatto Cristo. In poche parole, in ogni Eucaristia tutti dovrebbero garantire il proprio "eccomi": questo è lo specifico "sacrificio" cristiano. La catechesi agostiniana, al riguardo, è vitrea: «Il vero sacrificio consiste in ogni azione con cui miriamo a unirci con Dio in un santo rapporto, rivolgendoci a quel sommo Bene che ci può rendere veramente beati. Questo sacrificio la Chiesa lo celebra anche con il sacramento dell’altare ben noto ai fedeli, in cui le viene mostrato che, in ciò che essa offre, essa stessa è offerta nella cosa che offre» (La Città di Dio 10,6).

Gianni Cavagnoli