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La nuova missione oltre le strutture

In questi anni ho avuto modo di viaggiare moltissimo, dall’Europa all’Africa, dalle Americhe all’Asia, incontrando missionari e missionarie di tutti i generi. Sebbene ogni realtà continentale abbia le proprie connotazioni sociali, politiche, economiche, culturali e religiose, una delle parole ricorrenti nel vocabolario dei ministri di Dio è stata «debolezza», nell’accezione paolina del termine. La missione è talmente impegnativa per cui si sperimenta una sorta d’inadeguatezza rispetto al carico di responsabilità che il ministero riserva. La tentazione, sempre in agguato, è quella di scappare. Se questo è vero in Sud Sudan o in Medio Oriente, in Colombia o nell’isola filippina di Mindanao, lo è altrettanto nella vecchia Europa dove le devianze sociali sono crescenti e spesso ci confrontiamo con l’insufficienza delle nostre risorse e del nostro impegno. La grande lezione che ho appreso, sta proprio nel fatto che la debolezza costituisce, paradossalmente, la condizione per non fuggire. Dobbiamo trovare il coraggio di ammettere i nostri limiti, chiamandoli anche per nome, senza spaventarci. Se uno è convinto che i risultati dipendano dal nostro efficientismo o dalla massiccia presenza di risorse umane e finanziarie, si sbaglia. Basterebbe chiederlo a certi preti di frontiera che vivono nelle periferie delle nostre città più problematiche, ma anche a molti missionari a servizio delle giovani Chiese. L’esperienza di san Paolo, così come la descrive nella seconda Lettera ai Corinzi, ci può aiutare. L’apostolo scrive questa missiva tra il 56 e il 57 d.C. Nel capitolo 12 Paolo confida di avere ricevuto un dono molto particolare: «Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia». Una spina (scolops, stimulus).

Sul significato da dare a questa «spina» la fantasia dei biblisti ha superato ogni limite. Sono stati scritti veri e propri trattati per cercare una risposta. A che cosa allude, in effetti, san Paolo? La tesi più convincente è quella di Stanislao Lyonnet: sono tutte le sofferenze, le tribolazioni inerenti alla vita apostolica. Finalmente, un bel giorno, Paolo capisce come stanno davvero le cose. Si accorge, cioè, che sebbene Dio gli dia l’impressione di respingere il suo appello, di fatto lo esaudisce. Egli in fondo ragionava con una mentalità molto vicina alla nostra, fondata sull’efficienza e sulla convenienza, mentre la logica di Dio è quella delle Beatitudini. Ciò che Paolo credeva un ostacolo è invece una condizione favorevole per vivere la missione e il perché è presto detto: poiché – spiega il Signore – «la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Sembra un paradosso, eppure nella fede è così. La potenza di Dio non può manifestarsi se non nella debolezza dell’uomo, del missionario, appunto. La condizione essenziale per essere missionari consiste proprio nella presa di coscienza del proprio limite; proprio questa, onestamente accettata, permette di essere strumenti nelle mani di Dio. Paolo conclude allora affermando: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo». Questo è il significato generale delle parole di Paolo. Ma per poter penetrare tutta la profondità della sua esperienza, il nostro sforzo oggi dovrebbe essere quello d’incarnare uno stile, quello paolino, che non pare sempre così evidente nella prassi contemporanea. Vi è un bisogno di riscoprire la debolezza paolina nell’essenzialità della propria vita personale e comunitaria. Per certi versi c’è bisogno, per tutti noi, di riscoprire una religione, evangelicamente parlando, estremamente essenziale e liberante. Ci aveva già pensato Gesù di Nazaret a eliminare gli orpelli, i rituali, le iniziazioni, gli esoterismi, i tabù alimentari, le estenuanti pratiche e le paure che contrassegnavano tutte le altre fedi, riducendo le esteriorità al minimo indispensabile e concentrando tutto sull’interiorizzazione di un solo comando dalla valenza universale: amare Dio più di se stessi e il proprio prossimo come se stessi.

Lo slogan che nostro Signore utilizzò per far proseliti fu davvero  rivoluzionario e lo è tuttora; farebbe sicuramente inorridire qualunque pubblicitario: «Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso». L’attuale società globalizzata, ricordiamocelo, propone l’opposto, il potere e il denaro, l’edonismo egocentrico del «tutto e subito». Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, il da farsi. Di chi è allora la colpa se le chiese si vanno svuotando? Dei giovani, delle discoteche, dei complotti massonici, della tv? Dobbiamo smetterla di trovare degli alibi, scaricando le colpe su chi non viene a messa. Perché non abbiamo il coraggio di dire che è soprattutto responsabilità di quei cattolici che predicano bene e razzolano male, pretendendo sempre dagli altri mille virtù, per poi sguazzare nel fango delle miserie umane? Se poi qualcuno ci critica, ecco che tiriamo fuori gli artigli per dimostrare che si sbagliano. Il francese Jean-Noel Schifano (traduttore di  Umberto Eco, autore di Désir d’Italie) ha detto, tempo fa: «La religione è solo schiuma. Schiuma utile: serve per fornire norme da violare. Perché per voi trasgredire è un piacere. E io vi capisco. Fate benissimo. Continuate così». Il suo è un giudizio piccante, rivolto al nostro Paese, che comunque non dovrebbe intimorirci, quanto piuttosto farci comprendere che dobbiamo convertirci. Il problema, in fondo, non è tanto il suo cinismo, quanto piuttosto la nostra mancanza di credibilità. Non possiamo andare avanti riducendo quello che la Chiesa insegna a una serie di imperativi da osservare, ignorare, aggirare o addirittura a una morale à la carte. Il cristianesimo è fondato sulla comunione fraterna di persone che si considerano deboli, come Paolo, e che, attraverso un cammino spirituale, riescono a contaminare positivamente il mondo.

Giulio Albanese  / avvenire.it