La misericordia di due futuri sposi che promettono bene

di Marco Pappalardo | 11 febbraio 2016 – in vinonuovo.it

malati
Potevano lasciare l’oratorio come hanno fatto gli altri finita la riunione, invece si sono chinati su di lui, lo hanno preso con loro e poi affidato ad una “famiglia”.

Quella sera di qualche giorno fa non è stata come le altre. Non lo è stata per me e per mia moglie, per due giovani “promessi sposi”, per un ragazzo africano migrante in Sicilia, per chi lo ha accolto. Racconto questo avvenimento autobiografico, perché è straordinario vedere nella propria vita come la misericordia ti si faccia vicina quando meno te l’aspetti e pensi che ormai la giornata si sia conclusa.

Io guidavo verso casa in autostrada dopo una conferenza e di strada ne avevo parecchia da percorrere, quando una “storia di ordinaria opera di misericordia” mi ha investito illuminando il percorso. Suona il telefono, mia moglie risponde e la voce amica di Aurora ci racconta di avere incontrato nel cortile dell’oratorio, mentre con il fidanzato Alessio andavano al corso di preparazione al matrimonio, un giovane migrante che parlava solo inglese e che, avendo trovato l’ingresso aperto, si era rifugiato per non restare all’aperto. Aurora ci chiede cosa fare, poiché è già tardi e non le va di lasciare il ragazzo fuori e solo, visto che in oratorio non sembra possibile accoglierlo. Sa che da anni mi occupo di volontariato “on the road” insieme ad un bel gruppo di amici, colleghi, giovani, allievi, ex allievi, e forse potrei darle qualche consiglio. Ci racconta che il ragazzo è spaventato, silenzioso, docile, ha partecipato all’incontro formativo e alla preghiera. A distanza io posso solo fare qualche telefonata e darle dei contatti, ma ci vorrà un po’ di tempo; tocca a loro continuare a prendersene cura.

A quanto pare la misericordia oltre ad illuminare il percorso, ti fa trovare nel giro di poco pure i contatti giusti e che, nonostante l’orario, rispondono al telefono! Così, dopo alcuni “no”, il “sì” di Giuseppe, responsabile di alcune case famiglia nel territorio etneo, fondate sulla Provvidenza e il volontariato, che senza esitazione mi dice di far mettere Aurora e Alessio in contatto con lui subito per dargli una casa, un pasto, quell’ulteriore cura necessaria. Si è fatto tardi nel frattempo e la casa famiglia è fuori Catania, tuttavia i due giovani rassicurano il nuovo amico e con la loro auto lo accompagnano da Giuseppe assicurandosi che sia sereno.

Io ho solo fatto qualche telefonata, niente di più, e ciò che mi riguarda vuole essere solo una cornice narrativa che può essere tolta senza cambiare il senso; ma mi commuove tuttora l’azione di Aurora e Alessio; potevano lasciare l’oratorio come hanno fatto gli altri finita la riunione oppure dare qualche euro al ragazzo per scrupolo di coscienza, invece si sono chinati su di lui, hanno curato le prime ferite (solitudine, paura, stanchezza), lo hanno preso con loro e poi affidato ad una “famiglia”. Mi ricorda tanto una certa parabola evangelica questo fatto e mi insegna che farsi prossimo non è una teoria, né una bella scena raccontata in tv o dal web; è “carne e sangue”, tempo e fatica, timore e coraggio, meraviglia e concretezza, mente e cuore.

Ancora un’altra cosa, quasi una nota a margine: in un tempo in cui il dibattito sulla famiglia è su certi piani, i nostri “promessi sposi” ci hanno mostrato con naturalezza la famiglia di cui la società ha veramente bisogno, quella che senza esitazione e con amore si apre alle necessità dell’altro. Non sono ancora sposati, tuttavia promettono bene!

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