La Messa del silenzio: il punto di vista dei preti

Alcuni sacerdoti ci mandano le loro considerazioni sulla ‘Messa del silenzio’, tra esigenza di preghiera, bisogni della comunità e armonia liturgica.

vinonuovo.it

Dopo il mio articolo sulla ‘Messa del silenzio’ ho ricevuto qualche considerazione di alcuni sacerdoti, i quali hanno voluto arricchire il dibattito con il loro punto di vista: un contributo molto utile, soprattutto per il ruolo che il sacerdote riveste nella liturgia, ma anche perché, spesso, sono loro i bersagli primi e forse esclusivi di rimostranze e critiche dei fedeli sul tema delle celebrazioni. Così ritengo sia proficuo darne una sintesi, per avere anche l’opinione di chi ‘sta dall’altra parte’ e vive ogni giorno la liturgia, presiedendola e vivendo a contatto con il popolo di Dio, ma anche attraversando le fatiche e le gioie del ministero ordinato.

I sacerdoti sono di differenti età, con diversi anni di ministero alle spalle (qualcuno è prete da pochi anni, altri da quasi trenta), rivestono ruoli diversi nelle loro comunità e hanno anche chiare sensibilità personali, dando maggiore importanza per formazione, cultura, carisma ad aspetti diversi che sentono come rilevanti per sé e per i fedeli laici.
In fondo, tutti concordano nell’importanza del silenzio e dell’equilibrio.

Così, un parroco si fa sostenitore di omelie chiare e sintetiche, che centrino un punto essenziale, senza eccessiva verbosità (che, confessa, attanaglia non pochi confratelli). Per dare poi spazio alla Parola e al Mistero celebrato, senza dilungarsi inutilmente, ecco che diventa importante ridurre al minimo le parole del sacerdote: nessuna introduzione o monizione, avvisi ridotti all’essenziale. Rimane fondamentale cercare un equilibrio tra le varie parti della Messa, sforzandosi di celebrare per tutti, senza banalizzare, ma senza neppure rivolgersi solo ai colti, ai cristiani più formati, a quanti hanno piena consapevolezza di quello che si celebra.
Qui infatti egli individua un pericolo insito nella ‘Messa del silenzio’: perché la proposta può essere interessante e provocatoria, per rimettere in luce quello che conta (Parola e Eucarestia), ma rischia di essere elitaria.
Allora ecco il consiglio per i fedeli: arrivare per tempo, leggere prima le letture, trovare un momento, magari in settimana, per spendere qualche minuto in vista delle celebrazione domenicale, ‘isolare’ con un po’ di silenzio precedente il momento della Messa.

Un altro parroco mi fa presente che non bisogna ‘concedere una Messa’ per fare silenzio, perché sarebbe preferibile trovare un altro momento ad hoc per vivere distesamente un momento prolungato di silenzio. Certamente, però, si sente l’esigenza, anche per chi celebra, di una liturgia essenziale e armonica, senza che essa sia banale o superficiale. Ma qui scatta una sana provocazione, che è anche un’autocritica: è giusto porre in rilievo e pretendere qualità celebrativa dal presidente, ma è innegabile che la Messa dipende ancora troppo dal sacerdote. Ci sono tanti attori in una Messa, ma essi sono ancora poco valorizzati e coinvolti: quanti sacerdoti formano i laici per vivere bene la liturgia? E quanti laici vogliono impegnarsi per viverla partecipando?

Un terzo sacerdote, giovane, fa presente preliminarmente che celebrare la Messa tutti i giorni è una grazia, anche perché lui, da quando è diacono, predica quotidianamente. E questo è un dono, in quanto, ritiene, è spinto a meditare ogni giorno la Parola per trarne una notizia buona per la sua vita e per quella dei fedeli. 
A riguardo fa un’umana ammissione: non sempre durante la Messa il sacerdote riesce a pregare. Perché magari è distratto da tante attività da fare dopo o fatte poco prima, perché magari ci sono le ‘domeniche insieme’ con i bambini e le famiglie, perché magari è stanco e non ha dormito, perché magari ha un pensiero ascoltato che gira nella testa. 
È bello, aggiungo io, e consolante che anche un sacerdote confessi di non riuscire a pregare sempre, per tanti motivi diversi, che spesso sono gli stessi motivi che vive il fedele laico che si distrae, che si annoia, che non trova il momento per una vera preghiera. Siamo tutti uomini, e tutti viviamo situazioni simili anche nella fatica della preghiera.
Egli fa poi una riflessione opportuna: da sacerdote, soprattutto alla domenica, sente l’esigenza di dover spiegare il rito perché la gran parte dei fedeli ha perso quella grammatica, non trova più il senso di certi gesti. È forse un errore, concede, perché può produrre un eccesso di parola. Ma come fare, si chiede, per un uomo moderno che ha perso il senso del rito? Soprattutto: quando si celebrano Messe per i bambini, sembra che gli adulti vogliano ‘messe-teatro’, spiegate, con la battuta, l’aneddoto, e così via. Si domanda: siamo certi che i bambini vogliono celebrazione così condotte?
Forse è sbagliato pretendere che i bambini capiscano tutto (o quasi); è una richiesta inconscia, che hanno più gli adulti che i bambini. Perché, in fondo, basterebbe anche un’emozione, una parola o un gesto perché il bambino impari qualcosa dalla liturgia.
Non ha una risposta a questi quesiti, ma sono interrogativi che si pone da tempo.

Anche un altro prete ammette che predicare ogni giorno è una grazia, perché si costringe a meditare il Vangelo anche quando non ha voglia (anche questo tratto umano è molto consolante). Tiene a precisare che è importante cercare di capire chi ha di fronte il sacerdote, quale ‘destinatario’ vuole avere la sua omelia. Inoltre, il tutto deve sempre essere equilibrato: non spiegare troppo, dare il giusto spazio a ogni momento della liturgia. C’è anche il problema di sacerdoti che celebrano più Messe in una domenica: come viverle bene?

Tutti e quattro fanno però una sottolineatura importante: è fondamentale riscoprire un’essenzialità della liturgia, sfrondando di troppe parole umane, dando un respiro non frettoloso alla Messa, ma con tempi adeguati. Il che significa anche evitare celebrazioni lunghe, monizioni continue, omelie senza fine. Perché, è innegabile, l’uomo del XXI secolo ha ritmi e tempi di attenzione diversi rispetto a qualche decina di anni fa; soprattutto ha sete del silenzio, ma al tempo stesso ne ha timore e non è abituato a viverlo. Come dunque abitare bene la liturgia nel nostro tempo rimane una domanda aperta anche per loro.
Domande che troppo spesso, però, non trovano risposta nei libri e negli opuscoli dei liturgisti: perché, dicono tutti tra l’ironia e l’amarezza, spesso chi studia e forma alla liturgia non vive la pastorale, e si rischia così di non aver presente la vita concreta di una comunità cristiana, i suoi ritmi, i suoi limiti, le sue ricchezze. Tutti elementi con cui il sacerdote deve fare i conti, con buona pace delle rubriche e della filologia liturgica.

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