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La libertà religiosa davanti al relativismo laicista

Religione e spazio pubblico

di Jorge Fernández Díaz
Ministro spagnolo degli interni

Non esiste libertà religiosa in un Paese se la religione trova spazio solo nella sfera privata e nelle coscienze dei cittadini e non lo trova però nella sfera pubblica. Parlare di religione e di spazio pubblico significa parlare, in definitiva, della concretezza dell’esercizio del diritti di libertà religiosa. Ciò sarà più o meno rispettato in base a come si struttureranno i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose. Tali rapporti costituiscono l’applicazione pratica della libertà religiosa.
Le relazioni tra lo Stato e le religioni o confessioni religiose si strutturano attorno a diversi modelli a seconda dei Paesi: così andiamo dallo Stato teocratico, dove il potere politico e la religione s’identificano, fino allo Stato ateo, dove la religione viene proibita e perseguitata. Tra questi estremi si situano lo Stato laico, lo Stato confessionale e lo Stato aconfessionale.
Il modello spagnolo, plasmato nell’articolo 16 della Costituzione spagnola del 1978, è quello di Stato aconfessionale con cooperazione. Non c’è una religione ufficiale e pertanto lo Stato si dichiara aconfessionale, non “anticonfessionale”. La aconfessionalità non vuole dire laicismo né indifferenza, ma neutralità, il che è diverso. Lo Stato rispetta il credo e il non credo di tutti. Ebbene, lo Stato aconfessionale riconosce come elemento positivo il fatto religioso e stabilisce rapporti di collaborazione o di cooperazione con quelle confessioni che sono notoriamente radicate in Spagna.
Oggigiorno, nel XXI secolo, con la scusa e il pretesto del “politicamente corretto” e della libertà di espressione, si denigra e si umilia – a opera di alcuni politici e tribunali di giustizia – la libertà religiosa, allorquando la libertà di espressione è un diritto subordinato alla libertà di coscienza e alla libertà religiosa: un individuo prima pensa, poi si esprime, perché nessuno può esprimere ciò in cui non crede o che non pensa in coscienza; in caso contrario l’individuo non si starebbe esprimendo liberamente, ma sarebbe schiavo di ciò che gli altri pensano per lui.
L’intolleranza del “politicamente corretto” e l’anteporre la libertà di espressione alla libertà religiosa minano il diritto alla libertà di religione, così come è stata definita nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Benedetto XVI ci ha avvisati dicendo che quando il relativismo morale si assolutizza in nome della tolleranza, i diritti fondamentali si relativizzano e si apre la porta al totalitarismo; ha poi precisato che nelle questioni fondamentali del diritto, dove a essere in gioco è la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio della maggioranza non basta. Ebbene, il mondo occidentale con il relativismo morale corre il rischio di rinunciare ai suoi valori e di perdere la propria identità, poiché il relativismo morale rinuncia non solo alla religione ma anche alla ragione.

(©L’Osservatore Romano 4-5 marzo 2013)