La letteratura è sovversiva. Come il Vangelo -Quella lotta fra il bene e il male che divampa nel cuore

Fede e immaginazione: Marilynne Robinson
di ANDREA MONDA

Marilynne Robinson, classe 1943, è oggi una delle più quotate e premiate scrittrici statunitensi, con il romanzo Gilead ha vinto il National Book Critics Circle Award nel 2004 e il Pulitzer Prize l’anno successivo, riconoscimenti meritati: Gilead è un grande romanzo, un inno alla vita, alla fede e alla bellezza del mondo («È un pianeta interessante, il nostro. Merita tutta l’attenzione che gli puoi dedicare» afferma il protagonista). L’opposto della fede per la Robinson è la paura; a questo sentimento ha dedicato un lungo articolo nel 2005 sulla «New York Review of Books» intitolato semplicementeFear in cui ha affermato il paradosso per cui l’America da una parte è un paese cristiano, dall’altra che oggi è piena di paura, un sentimento che non è e non può essere un’abitudine mentale cristiana. Le abbiamo chiesto di provare a spiegare il suo paradosso e non si è tirata indietro, parlando con molta calma e altrettanta franchezza.
«La parola “cristiano” può essere utilizzata in molte accezioni. C’è ad esempio il cristianesimo culturale, che osserva le abitudini della fede, ne sostiene le istituzioni e parla usando i suoi termini. Le persone che sono profondamente legate alle sue tradizioni e che l’abbracciano fortemente come identità possono sentirsi vincolate dai suoi insegnamenti, oppure no. Accogliere lo straniero, amare il nemico, porgere l’altra guancia o prestare senza pensare a ciò che si avrà in cambio sono tutti atti che comportano un rischio. Vanno tutti contro gli istinti di autoprotezione, che in genere sono considerati buonsenso dalle società, comprese quelle che si definiscono cristiane. L’assicurazione che accompagna tali comandamenti è che, osservandoli, compiacciamo Dio. Se crediamo nella realtà del Dio della nostra fede, ciò dovrebbe essere una speranza e una ricompensa in grado di prevalere su ogni altra considerazione. Essere capaci del coraggio al quale Gesù ci chiama significa essere cristiani in spirito e verità, e non semplicemente per identità o lealtà. Le persone a volte sono una cosa, a volte l’altra. Ma fede è un’altra parola per coraggio, e dove domina la paura manca la fede».
Cosa è successo al grande paese cristiano degli Stati Uniti? 
Storicamente, di tanto in tanto le società che si definiscono cristiane sono vinte dalla paura e reagiscono in modo violento e irrazionale, ritenendo di difendersi contro la stregoneria, l’eresia o il cripto-giudaismo, per esempio. È questo il genere di paura che oggi sembra crescere in mezzo a noi. Alcuni politici, con le loro coorti e i loro simpatizzanti — e alcuni leader religiosi — hanno suscitato sospetto e risentimento nei confronti di minacce e nemici immaginati che considerano ostili al cristianesimo stesso. A volte le loro paure incoraggiano crimini contro gruppi che considerano una minaccia per il loro paese, la razza o la civiltà, cancellando ogni insegnamento di Gesù che vieta l’odio e la violenza. Non percepiscono l’ironia — parola troppo buona — perché si considerano difensori della fede. La paura diventa la loro religione.
Nello stesso articolo lei riflette sulla paura e l’associa alla mancanza di fede e scrive: «Quanti dimenticano Dio, sola certezza della nostra sicurezza, in qualunque modo si voglia definire questa parola, possono essere riconosciuti dal fatto che danno risposte irrazionali a timori irrazionali». La fede può essere una risposta alla tentazione sempre presente della paura?
Sì, la fede sarebbe la risposta, quando è reale. Laddove esiste davvero, crea integrità negli individui, una profonda lealtà verso Cristo che si realizza nell’obbedienza a Lui e nell’abbracciare la promessa di una realtà ultima, in cui tutte le nostre paure e i risentimenti non avranno spazio. 
La paura genera altra paura, eppure sembra essere un bel luogo in cui crogiolarsi; qual è il beneficio che la paura offre al cuore dell’uomo?
La paura è uno stimolante, come tutti ben sappiamo. Può offrire una narrativa molto drammatica per strutturare la vita più comune: «ci sono persone che minacciano tutto ciò che mi è caro!». Questo può consentire alle persone di identificarsi in modo appassionato con la parte degli angeli, per così dire, senza lasciare la comodità del proprio salotto. Può dare loro una squadra della quale far parte, un’identità, sempre senza esigere niente da loro. È un’eccitazione facile, come un film horror, ma nella forma peggiore diventa una patologia. 
Nel saggio «When I Was A Child I Read Books» lei mette in relazione due termini, “immaginazione” e “comunità” e scrive che il fondamento della comunità si trova in un amore immaginativo per persone che non conosciamo affatto o conosciamo appena. Nel saggio «Ortodossia» Chesterton afferma che «La leggenda è fatta generalmente maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto (…) Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. È la democrazia dei morti». Per Papa Francesco è il racconto il fondamento del popolo, perché il popolo non è un fatto sociologico ma una realtà mitica. Forse è questo quello che manca oggi alla società occidentale, una grande narrazione?
La nostra comunità nazionale sta vivendo tensioni come non ne ho mai viste prima. Queste rotture hanno messo in luce fino a che punto l’America è “una democrazia dei morti”. Washington, Jefferson, Madison, Marshall, Lincoln, eccetera sono tutti politicamente attivi al presente, e lo sono in modo considerevole per essere dei gentiluomini deceduti così tanto tempo fa. Che abbiano loro l’ultima parola, che i problemi importanti vengano risolti in un modo abbastanza soddisfacente per loro, è una questione di primaria importanza. Ci hanno lasciato un mito valido e duraturo. Persone che sembrano non avere alcun senso della storia e alcun rispetto della consuetudine ora gli fanno violenza. È già accaduto prima. Vedremo quanto continuerà a essere potente la nostra realtà mitica. Molti di noi l’amano profondamente.
Il senso della gratitudine permea ogni pagina del suo romanzo «Gilead» in cui troviamo questa affermazione: «Secondo me l’esistenza è la cosa più straordinaria che si possa immaginare», eppure oggi secondo lei la comunità è messa a rischio dal “marketing del rancore”, a cosa si riferisce?
Mi riferisco al fatto che il rancore ha trasformato il dibattito pubblico in una sorta di guerra tribale, quando invece la democrazia, nella sua essenza e nel suo spirito, è amore e identificazione immaginativi nei riguardi di una comunità con la quale, sovente e per molti aspetti, ci si potrebbe trovare in profondo disaccordo. Penso che questo marketing del rancore sia davvero una minaccia per la comunità. Le persone devono essere sensibilizzate al facile cinismo che intende privarle della speranza e della dignità e così privare la comunità del milione di benefici che giungono dal sostenere una convivenza pacifica e feconda.
Le parole della scrittrice appaiono cupe, drammatiche ma si avverte anche una fiducia nascosta, una serenità di fondo che porta la Robinson a credere che tutto questo «sia una febbre passeggera», la stessa fede che ritroviamo nelle parole del protagonista del suo romanzo più famoso: «Il mio periodo buio, come lo chiamo, il periodo della mia solitudine, è durato la maggior parte della mia vita (…) Adesso che ci ripenso, mi dico che in tutto quel buio si stava preparando un miracolo. Perciò ho ragione a ricordarlo come un periodo benedetto, e a ricordare me stesso in fiduciosa attesa, anche se non avevo la più pallida idea di cosa stessi aspettando». 
L’ultima domanda è allora su Gilead, se può essere definito un inno alla misericordia: «Di fatto preferirei parlare di grazia. Misericordia implica una disparità: si mostra misericordia a un peccatore, a un criminale, a chi è in povertà. La grazia è un effetto dell’amore che può essere manifestato a chiunque in qualunque momento, anche, ovviamente, ai peccatori, ai criminali e ai poveri, ai fratelli e agli stranieri. E chiunque di loro può manifestare grazia nei tuoi confronti, poiché la grazia non richiede nient’altro che una piccola cortesia, una parola gentile. La capacità alla grazia è un dono universale che cresce nella misura in cui viene speso. Il suo tratto caratteristico è che non impone alcuna condizione, men che meno la penitenza. Ripaga se stessa, arricchisce chi la dona di un sentimento di libertà, poiché è spesso improvvisata, l’impulso del momento. Ed è sempre espressione di una profonda buona volontà che altrimenti rimarrebbe inespressa».
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Conversazione tra Marilynne Robinson e il teologo Rowan Williams al Wheaton College in Illinois
La letteratura è sovversiva
Come il Vangelo

La seguente conversazione tra la scrittrice Marilynne Robinson e il teologo Rowan Williams si è svolta al Wheaton College in Illinois ed è stata moderata da Christina Bieber Lake e Vincent Bacote, della facoltà di Wheaton. Pubblicata sul sito della rivista «The Christian Century», fa parte di una conferenza sulla rilevanza teologica del lavoro di Robinson.
Entrambi avete scritto o parlato di come il lavoro di immaginazione, in particolare la fiction, offra una visione del divino. Come articolereste tale convinzione?
ROWAN WILLIAMS: La gente spesso pensa che immaginazione significhi inventare le cose. Chi scrive — anche in piccolo come faccio io — sa che c’è sempre un elemento di vera scoperta nel lavoro della fantasia. Mentre lavori generi nuove domande, nuovi stimoli. Con grande sollievo del mondo io non ho mai scritto un romanzo, però scrivo poesie; e l’esperienza di scrivere una poesia è molto spesso quel senso per cui senti parzialmente qualcosa e sai che devi lavorarci su, sai che devi lasciare che si dispieghi; non sai bene in che direzione sta andando, e a volte finisce dove non pensavi affatto che sarebbe andata. Tutto questo mi fa pensare che l’immaginazione sia in realtà una facoltà in noi che scopre qualcosa. 
MARILYNNE ROBINSON: È proprio così. Una delle cose interessanti, quando ti dedichi a scrivere un romanzo, è con quanta forza le voci diventano reali per te, sicché se attribuisci a una persona nel romanzo una parola o una frase che lei non userebbe, risuona in modo spiacevole nella tua mente e devi tornare indietro per aggiustarla. Man mano che la storia si realizza perdi delle opzioni. 
In che modo la Chiesa può essere più aperta ai poteri trasformativi delle arti?
ROBINSON: La letteratura è, nel senso etimologico stretto della parola, sovversiva. Vuole che tu rifletta su una cosa in maniera diversa da come faresti altrimenti. Lo stesso vale per la poesia. E a volte le persone che si abbonano in modo programmatico alla bontà sono resistenti alla sorpresa. In tal senso il cristianesimo è sovversivo. Cristo si è fatto schiavo. Questo mina gli assunti culturali su ciò che è prezioso, su quelle che sono le gerarchie. L’arte riproduce questo grande capovolgimento quando è arte buona.
WILLIAMS: Ritengo che questo spieghi anche perché è molto difficile per la Chiesa commissionare o controllare l’arte. Alcuni l’affrontano così: “Bene, l’arte ovviamente è molto importante: circondiamoci di qualche artista cristiano”. È molto più una questione della Chiesa che coltiva in tal modo menti e cuori umani tridimensionali e di persone colpite da quella pienezza sovversiva che è la grazia. Riguarda l’essere ospitale della Chiesa verso voci difficili e immagini difficili.
Siete entrambi molto interessati al linguaggio, questa particolare indicazione del nostro essere umani. Quali sono i principali motivi del degrado del linguaggio nel discorso pubblico, e in che modo questo degrado influisce su di noi?
ROBINSON: Trovo che le persone siano davvero toccate da un buon linguaggio. Una delle cose che addolora è che ci trattiamo reciprocamente con sufficienza. È una cosa che mi preoccupa da sempre. Quando Abramo Lincoln — un uomo in pratica totalmente privo di istruzione — voleva parlare alla gente, lo faceva con un grado di raffinatezza straordinario secondo tutti gli standard, perché aveva rispetto per le persone alle quali parlava. Chi trattiamo con sufficienza? In che modo abbiamo permesso a noi stessi di avere concezioni tanto negative delle persone in generale? La democrazia non può sopravvivere se continuiamo a scendere al livello in cui non diamo buona informazione, in cui non articoliamo le cose con la sensibilità con cui andrebbero articolate se devono avere un senso.
WILLIAMS: Sono perfettamente d’accordo. Al momento sembrano esserci tendenze molto diverse, piuttosto contraddittorie. Da un lato c’è quella che potremmo definire l’impostazione pubblicitaria di default: devo venderti questo, per cui quello che devo fare è manipolare le tue reazioni. Devo sapere quali tasti premere. Questa è l’immagine funzionale del linguaggio. Dall’altro, stranamente — ma naturalmente non troppo, se si pensa di avere tutte le ragioni per essere sospettosi — c’è un approccio di grande sospetto al linguaggio: «Dunque che cosa stanno cercando di dire veramente? Come mi stanno fregando, in realtà?». C’è un misto di manipolazione da un lato e di cinismo dall’altro. È la tempesta perfetta per quanto riguarda un sano linguaggio, e a lungo andare è letale per la democrazia. È questo a creare una popolazione passiva e risentita.
ROBINSON: Storicamente ci sono stati dei momenti in cui abbiamo realizzato buone azioni democratiche, creato cose positive sulle quali ancora campiamo, anche se in alcuni casi sembriamo aver dimenticato a che cosa servivano. Le domande per un cittadino democratico sono: «Che tipo di mondo voglio creare per le persone che mi circondano? In quale realtà voglio che vivano le persone che io definisco la mia comunità? Come posso creare istituzioni o sostenere tradizioni che di fatto liberano e fanno aumentare la gente intorno a me?». Torniamo al discorso della solidarietà. Se provi disprezzo per la gente in generale, se non hai alcuna aspirazione articolata per il suo benessere, alcun interesse a proteggere la sua dignità, allora tanto per cominciare non crei buone istituzioni e tradizioni. Ed è questa una delle cose estremamente negative che stiamo permettendo che accadano.
Dedicarsi alla narrativa esige tempo, attenzione e pazienza. Viviamo in una società molto distratta. Come possiamo aiutare le persone a dare valore al prendersi del tempo per dedicarsi alle opere dell’immaginazione, dove possono vivere le esperienze che descrivete?
WILLIAMS: Abbiamo bisogno di una serie di discipline del prendersi il tempo. Dobbiamo incoraggiarci gli uni gli altri — incoraggiare la generazione emergente — a dedicarsi magari un po’ più al giardinaggio o alla cucina. E allora forse salveremo il mondo attraverso il giardinaggio e la cucina, nel senso che ci sono alcune cose che sono belle solo se dedichi loro del tempo. Poiché tendiamo a pensare “prima è, meglio è”, non capiamo che il bello di questa attività è proprio il tempo che richiede. Si tratta in qualche modo di ricollegarci alla nostra corporeità. Purtroppo al presente abbiamo i doni piuttosto ambigui dei social media e della comunicazione elettronica, che hanno privilegiato l’interazione veloce. Come tutti ben sappiamo, su ogni computer dovrebbe esserci il tasto “lascialo fino a domani” da premere al posto del tasto “invia”.
ROBINSON: Leggendo la scienza relativa a queste cose, si scopre che gli umani sono infinitamente complessi. La complessità di ogni essere umano è talmente grande da assicurare che sia un essere umano unico. Dio ha creato un solo te, e spetta a te scoprire che cos’è quella creazione. Che cosa ha creato? Chi sei tu? Di che cosa sei capace? Una delle cose che mi piace pensare è che Dio conosce i nostri sogni. Noi dormiamo, probabilmente non li ricordiamo, ma Dio li conosce. Nel flusso del pensiero umano c’è una bellezza alla quale tu puoi collaborare e alla quale collabora la tua cultura, ma è una bellezza singolare. Anche se tu scrivessi la miglior poesia del mondo, comunque non riusciresti a comunicare sufficientemente con nessun altro. È solo tra te e Dio. È uno splendido privilegio. Se ci rifletti su nel contesto dell’universo, è un privilegio letteralmente strabiliante. Gran parte di ciò che le persone devono fare è divertirsi. Divertirsi a essere se stessi, divertirsi a scoprire quali capacità hanno, che cosa amano guardare, che cosa amano assaporare. Essere se stessi in modo unico ed essere stupendamente attrezzati a essere se stessi, non nel senso stretto individuale, ma nel senso che Dio sa: è questa l’esperienza mistica più alta. Non esige altro che essere rispettosamente attento verso te stesso. 
Pensate che la fiction e l’arte del racconto ci insegnino questo?
ROBINSON: Penso di sì. I romanzi migliori un po’ di più. I romanzi inferiori un po’ meno. 
WILLIAMS: Penso che sia così. Finito un buon romanzo, qualunque sia stato l’argomento, mi ritrovo a pensare che ci sono più cose in me e più cose negli altri di quelle che avevo notato fino ad allora. Provo la sensazione che nel mondo ci sia altro, la sensazione di un’apertura a una sorta di profondità che non posso possedere o della quale non posso venire a capo.
Il romanzo «Gilead» ci presenta la vita nella sua ordinarietà. Ma nella nostra cultura ossessionata dalla celebrità c’è quasi disprezzo per l’ordinario. Potreste aiutarci a riflettere su come dedicare più attenzione all’ordinarietà e dare più valore alla vita ordinaria?
WILLIAMS: È un’altra versione della domanda precedente sul tempo. A volte vogliamo il senso immediato del glamour, della gratificazione o della tragedia. Non riusciamo a capire che il prosaico, il quotidiano, si accumula sempre verso la gloria, perché vogliamo la gloria adesso, vogliamo la rivincita. Penso ad Agostino, nelle Confessioni, che di fatto dice: «Il problema non è che Dio non è qui. Il problema è che io non sono qui». In questo momento sono ovunque ma non qui, in questo ambiente particolare prosaico, ordinario, fisico. Parte della funzione di un’arte davvero efficace è di farci rallentare e condurci a quella particolarità.
ROBINSON: Quando penso all’ordinario — e a quanto pare questa è una parola che uso molto — penso allo strano miracolo della propria individualità. Dopo essere stata lontana da casa per un po’ di tempo, al mattino scendo e metto insieme quella che considero la colazione perfetta, che ha molto a che vedere con il pane tostato e il burro. Combinare il senso dell’ordinario e dell’abituale con il sacramentale: è una cosa fortemente presente nella mia mente. Convinciamo noi stessi delle cose, per esempio che c’interessa una celebrità. Pochissime persone al di sopra dei quattordici anni si identificano davvero con una celebrità. Ma queste sono distrazioni, sono gli oggetti scintillanti. Ci vengono dette cose tipo: “c’interessano le celebrità”, e questo ci porta a prestare maggiore attenzione alle riviste alla cassa del negozio di alimentari. Ma in termini di come le persone effettivamente vivono e che cosa sentono, è: “Come me la cavo con i miei bambini? Come affronto un problema che sembra un problema incombente che richiederà tutta la comprensione che riuscirò a mettere insieme?”. Penso che sia a questo livello che vive la gente e forse traggo un certo sollievo dal fatto che c’è una copertina sempre nuova sulle riviste.
WILLIAMS: Secondo me questo è collegato al fatto che le persone sono spesso più generose e più libere di quanto venga loro riconosciuto dai media. 
ROBINSON: Assolutamente.
Esistono abitudini o pratiche spirituali che la Chiesa dovrebbe impegnarsi a insegnarci meglio a vivere, pratiche e abitudini che abbiamo evitato e alle quali faremmo bene a ritornare?
WILLIAMS: Riguarda di nuovo il ritmo, no? Abbiamo perso il senso del creare un ritmo nel nostro incontro quotidiano con Dio. A volte pensiamo che il vero incontro con Dio debba essere eccezionale, eccitante, diverso, drammatico, e non pensiamo ad esso come a un semplice essere presenti, ovvero a un semplice essere presenti nel senso di aprire la Bibbia, recitare un Salmo. Semplicemente essere presenti nella quiete che dedichiamo a Dio. Abbiamo bisogno di formazione in queste cose. Abbiamo bisogno di incoraggiamento per sviluppare queste abitudini, anche se sono terribilmente semplici. 
ROBINSON: Trovo che molte Chiese protestanti provino imbarazzo per cose che sono tradizionali. C’è la sensazione che quando le cose generazionalmente invecchiano, perdono d’importanza. Il caos creato in molte Chiese da questa ansia è ben noto. Una tra le cose più importanti che le Chiese devono dire alle persone è che esse fanno parte del flusso dell’umanità, che se si ascolta attentamente si può sentire qualcosa che è stato detto 500 anni fa e lo si percepisce come vero nel midollo delle proprie ossa. Non occorre rottamare gli splendidi inni e le splendide articolazioni. Non si tratta solo del fatto che questo comporta una grande perdita, ma è anche una sorta di falsa rappresentazione di ciò che siamo, ovvero di ciò che chiunque di noi è, ossia un membro di una generazione che avrà una storia e passerà e che sarà sostituita da altre generazioni per le quali varranno tutte le stesse cose. 
Ogni famiglia, ogni paese ha una storia complicata; non esiste una storia facile. Come possiamo ricordare il bene, senza essere troppo selettivi riguardo alle cose importanti e dimenticare quelle negative, ma anche senza permettere alle dimensioni negative della storia di portarci a provare disprezzo per la storia?
WILLIAMS: «La verità vi farà liberi», ha detto qualcuno. E accettare la verità della storia mista che tutti noi abbiamo come comunità e individui è una chiave anche solo per crescere. Significa che guardo al mio io passato e penso: “Come posso aver pensato ciò? Come posso aver fatto questo?”. Ma l’ho fatto ed è parte di me, ed è parte di ciò che Dio vede, ed è parte di ciò con cui Dio lavora. Solo se viene portato alla luce è possibile lavorarci pienamente. E lo stesso vale se guardiamo indietro. Invece di dire semplicemente: “Come possono aver pensato ciò? Come possono aver fatto quello in un’epoca passata?” — di essere sprezzanti verso il passato — dovremmo dire: “Bene, come me erano persone con prospettive parziali, una comprensione parziale, e hanno fatto del loro meglio e l’hanno fatto male come me”. E portando questo alla luce e riconoscendo questo su di loro e con loro: penso che sia così che possiamo vivere effettivamente nella comunione dei santi. Siamo grandi snob cronologici, no? Amiamo pensare quanto erano stupidi coloro che ci hanno preceduto, senza renderci conto che questo, ovviamente, significa che chi verrà dopo di noi ci considererà altrettanto stupidi. 
ROBINSON: Dobbiamo guardare di più a ciò che ha un valore davvero inequivocabile tra quello che abbiamo ricevuto. I fondatori del Wheaton College e di chissà quanti altri college sono gli abolizionisti. Era un movimento molto esteso, mentre ora è dimenticato. Tuttavia, ognuno di noi si sente fortunato a trovarsi in un luogo simile e a sapere che ci sono posti analoghi in tutto il paese. Le persone hanno creato questi luoghi intenzionalmente. Li hanno creati con intenzioni che erano forse più alte delle nostre. Le loro intenzioni hanno sostenuto queste istituzioni e noi viviamo in esse. Abbiamo la tendenza a dire di un personaggio del passato: “Beh, sembrava una persona molto idealista, ma di fatto…”. È come se il “ma di fatto” cancellasse il “era una persona brava, produttiva in quel ruolo nella sua vita”. Siamo brutali. Dobbiamo tutti sperare che Dio sia molto più gentile di quanto siamo noi, e smettere di essere tanto ansiosi di scovare le cose più negative che si possano dire di una persona, e avere la buona grazia di riconoscere che ci sono state date cose straordinarie. Smettere di cercare modi per sottovalutare. Essere consapevoli, essere decisi nell’apprezzare ciò che è chiaramente buono e ricordare sempre che è buono secondo il disegno di qualcuno, come conseguenza di una qualsiasi quantità di collaborazione. Abbiamo l’abitudine di pensare che solo il cinismo sia onesto, e questa è una cecità terribile. 
Se poteste tornare al vostro io ventenne e darvi un consiglio che si applicasse ad esso, che cosa direste?
ROBINSON: Ero una ventenne davvero noiosa. Fondamentalmente rimanevo nella mia stanza al college e leggevo libri. Onestamente, non riesco a rammaricarmene nemmeno per un istante. 
WILLIAMS: Penso che probabilmente direi al mio io ventenne: “Sii meno ansioso, più grato”. Essere grato: penso che probabilmente sia questo il principio di ogni saggezza. Non sono certo che a vent’anni fossi abbastanza grato per il mondo in cui vivevo e le persone con cui stavo.
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Quella lotta fra il bene e il male che divampa nel cuore
«A guardarla, questa cittadina non è che un grappolo di case raccolte lungo poche strade, una piccola schiera di edifici di mattoni con negozi, un silo per cereali e un serbatoio idrico con la scritta “Gilead” sul fusto, e l’ufficio postale e le scuole e i campi da gioco e la vecchia stazione ferroviaria, che ormai è bell’e coperta d’erbacce. Ma che aspetto aveva la Galilea? L’aspetto di un posto non ci dice un gran che».
Gilead è una piccola città dello stato dello Iowa nel centro degli Stati Uniti, come dicono gli americani, in the middle of nowhere ed è il titolo del romanzo di maggior successo della scrittrice Marilynne Robinson che ha vinto il Premio Pulitzer inaugurando una “saga” con un seguito, Casa, e un terzo episodio, Lila, tutti ambientati nella stessa tranquilla cittadina. In questo sfondo apparentemente poco significativo, proprio come la Galilea polverosa periferia ai margini dell’impero romano, si svolge la vicenda raccontata che vede protagonista John Ames, il pastore protestante diGilead. È un uomo anziano che in tarda età ha ricevuto il dono di un figlio e a questo ragazzo scrive una lunga lettera-testamento che coincide con il romanzo stesso.
La Robinson con Gilead si muove negli ambienti e nelle atmosfere dei racconti di Flannery O’Connor, la narratrice cattolica morta prematuramente nel 1964: predicatori protestanti nelle desolate regioni degli stati del centro-sud degli Stati Uniti durante gli anni Cinquanta, ma gli effetti sono molto diversi. C’è una mite dolcezza e uno spirito contemplativo nel romanzo della Robinson perché, scrive: «È un pianeta interessante, il nostro. Merita tutta l’attenzione che gli puoi dedicare», una dolcezza che manca del tutto ai ruvidi racconti brevi e pieni di colpi di scena della O’Connor, anche se in fondo tutte e due le scrittrici raccontano la drammatica lotta tra Bene e Male che si svolge nel turbolento paesaggio del cuore umano. «Ogni storia, anche un romanzaccio o una novelletta da quattro soldi» ha scritto G.K. Chesterton, «ha qualche cosa che appartiene all’universo. Ogni storia, per quanto breve, comincia con la creazione e termina con il giudizio finale». Viene in mente il capolavoro di Terrence Malick, L’albero della vita, una rivisitazione del racconto di Giobbe ambientato in un piccolo paese del Texas dentro però una cornice che parte dalla Genesi e arriva all’Apocalisse.
Quando ho finito di leggere Gilead ho ripensato all’affermazione di Andrej Tarkovskij «L’arte esiste perché il mondo è imperfetto. L’arte sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto». Quello della Robinson è uno sguardo di chi vede il mondo imperfetto, ma senza la severità del giudice quanto piuttosto con la dolcezza di chi è stato ammaestrato dalle ferite di questa vita imperfetta. L’esperienza della lettura di questo romanzo assomiglia a una lunga “riabilitazione alla vita”, che poi è la stessa esperienza che vive il protagonista, John Ames: un percorso di lenta, faticosa, guarigione dal rischio dell’aridità, del rimorso, del rimpianto e dell’incapacità a perdonare e perdonarsi. In una lettera del 1944 lo scrittore inglese J.R.R. Tolkien afferma che l’uomo può essere redento in ossequio alla natura, da un racconto, un racconto commovente. Ed è la commozione il sentimento che prova il lettore di Gilead: qualcosa lo ha commosso, “mosso insieme” all’autore e ai suoi personaggi conducendolo non sa bene dove, ma alla fine, pur contando le ferite dovute alle asperità del percorso, in una condizione più lieta, più ricca di speranza, una speranza fondata sul riconoscimento di essere amato da qualcuno, amato di più, e gratuitamente. 
Gratuità da cui nasce gratitudine. Scrive al figlio il padre-pastore John Ames: «Non avrei mai immaginato di avere una moglie né tanto meno di vederla adorare un figlio mio. Questo fatto mi sorprende ancora ogni volta che ci penso. Sto scrivendo questo anche per dirti che se mai ti chiederai che cosa hai fatto nella vita, e prima o poi tutti se lo chiedono, ebbene, sei stato la grazia di Dio per me, un miracolo, anzi più di un miracolo. Forse non ti ricordi bene di me, e forse non ti sembrerà una gran cosa essere stato il bravo figlio di un vecchio in una misera cittadina da cui sicuramente te ne andrai. Se solo riuscissi a trovare le parole per dirlo. Al sole, i capelli di un bambino sono pieni di riflessi (…) Tutto questo va benissimo, ma io ti amo soprattutto perché esisti. Secondo me l’esistenza è la cosa più straordinaria che si possa immaginare».
La contemplazione estatica della bellezza del mondo visto come dono gratuito non si esaurisce in se stessa, ma genera azione, suscita il senso della responsabilità: «Adesso, nella mia attuale condizione, adesso che sono in procinto di lasciare questo mondo, mi rendo conto che non c’è nulla di più straordinario di un viso umano. Ha a che fare con l’incarnazione. Quando hai visto un bambino e lo hai tenuto in braccio ti senti obbligato nei suoi confronti. Ogni volto umano esige qualcosa da te, perché non puoi fare a meno di capire la sua unicità, il suo coraggio e la sua solitudine. E questo è ancora più vero nel caso del viso di un neonato. Considero quest’esperienza una sorta di visione, altrettanto mistica di tante altre. (…) Questa è una cosa importante, che ho detto a molte persone, e che mio padre disse a me, come il suo a lui. Quando incontri un’altra persona, quando hai a che fare con una persona qualsiasi, è come se ti venisse posta una domanda. Allora devi pensare: Che cosa mi chiede il Signore in questo momento, in questa situazione?». 
Questa è la domanda sottesa a questo libro, ma forse a tutti i grandi romanzi della letteratura. (andrea monda)
L’Osservatore Romano, 29-30 aprile 2019

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