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La grande famiglia o quella piccola piccola La scelta dell’una o dell’altra dipende dai nostri gesti di condivisione o di divisione.

CAINO E ABELE

(Tilmann Krumrey, 2010, Germania)

 

«Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». Mc 3,20-35

 

Dopo un’opera incentrata sull’attenzione verso ogni persona, eccone una – di segno opposto – sul primo omicidio della storia, seguito dall’imprescindibile declinazione di responsabilità («Sono forse io il custode di mio fratello?»). Un gesto compiuto non per il male ricevuto ma per il bene che l’altro ha fatto: causato, dunque, dall’occhio cattivo con cui l’altro viene guardato.

Odiare l’altro «per il bene che ha fatto e per le sue qualità che si vorrebbe avere e non si hanno» – fa osservare Enzo Bianchi – «è il peccato che distrugge famiglie e comunità, il peccato biblico di Caino, di Esaù, dei fratelli di Giuseppe». E distrugge pure chi lo commette, aggiunge Tilmann Krumrey, lo scultore e scenografo che, non limitandosi a rappresentare il delitto, mostra l’autolesionismo di chi fa il male.

Pur non citando espressamente Caino, le letture odierne ne ricordano i genitori, che non si fidarono di Dio preferendo separarsi da lui e fare da soli. Dando poi la colpa ad altri: Adamo a Eva (e a Dio che gliel’aveva messa accanto), Eva al serpente. A conferma del fatto che il piacere del male è sempre quello di dividere, di pensare che«meno siamo, meglio stiamo», di non amare le new entries e di temere chi si allarga.

È la paura delle autorità religiose, che, non sopportandone altre, accusano Gesù d’essere un indemoniato e di seminare divisione. Ed è la paura della famiglia naturale di Gesù, quando lo giudica «fuori di sé» e vorrebbe che si ridimensionasse.

Quindi, anziché lasciarci turbare dalle parole dure di Gesù e ritenerle un ripudio della famiglia, leggiamole non in un’ottica di divisione, ma di condivisione. Di proiezione, cioè, verso una famiglia più larga, meglio se la più larga possibile. Quella dove tutti sentono d’essere figli dello stesso Padre e quindi fratelli. Quella piena di gente che lavora per fare la volontà di Dio, quand’anche avesse un’altra età, un altro luogo di nascita (e quindi un’altra lingua), un’altra storia, un altro colore di pelle, un’altra idea politica, un’altra squadra del cuore… E quand’anche i familiari non fossero sempre simpatici…

La famiglia che dice «Padre nostro», invece di spargere zizzania e odio, ha da impegnarsi a riconoscere il bene, ad apprezzarlo e a donarlo per costruire pace.

vinonuovo.it