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La fede e l’impegno politico. Mai solo nel privato

Non vi è stagione della vita pubblica come quella che precede le elezioni, nel nostro Paese e in Europa, capace di riaccendere la riflessione e il dibattito sul contributo dei credenti alla vita politica. Al di là delle scelte individuali e associative per la militanza in uno formazione o in un’altra, resta aperta la domanda sul valore civile di un impegno politico che si alimenta alla tradizione religiosa di un popolo e trova la sua ragione e la sua energia nella fede personale di un cittadino che si candida alla rappresentanza democratica.

Alla radice del contenzioso sul ruolo pubblico del cristianesimo vi è «quella cultura tanto ampiamente diffusa in Europa che relega alla sfera privata e soggettiva la manifestazioni delle proprie convinzioni religiose» – come ebbe a dire Benedetto XVI nel 2006 – «minacciando in tal modo la democrazia stessa, la cui forza dipende dai valori che promuove». Frutto di questa cultura trasversale a correnti politiche così diverse tra loro, è l’opinione che la fede testimoniale e l’appartenenza ecclesiale rappresentino un problema e non una risorsa, ergano un fastidioso ostacolo nel coalizzarsi attorno a un’agenda legislativa e di governo e complichino ulteriormente il già intricato quadro delle alleanze e delle candidature.

Una presunta “interferenza”, sgradita a molti manovratori della politica. Non è forse questo un segno di immaturità, se non addirittura di debolezza del pensiero politico, tanto ricco di programmi per far tornare (almeno sulla carta) i conti quanto povero di ideali e di passione per le radici dell’umano? Per quelle evidenze ed esigenze dell’intelligenza e del cuore dell’uomo che non possono essere soppresse o contenute senza generare una ribellione dell’animo, un sussulto del popolo, una ferita nella società. A ben vedere, da questi ideali e da questa passione per l’umano, che si traducono in principi d’azione e valori da concretizzare, la vita politica può solo ricevere un arricchimento. La fede del credente non è nemica della politica, ma amica, perché tutte e due hanno come scopo la promozione del bene di ciascun uomo e donna e di tutti i cittadini.

Gli interventi della Chiesa nel dibattito pubblico richiamano princìpi e valori che sono comuni a ogni concezione civile della società e a ogni visione laica dello Stato, e, come tali, non sono sequestrabili da nessuna parte politica né strumentalizzabili al guadagno del consenso elettorale. «Tali interventi – ha sottolineato il Papa – sono volti solamente a illuminare le coscienze, permettendo loro di agire liberamente e responsabilmente secondo le esigenze autentiche di giustizia, anche quando ciò potrebbe configgere con situazioni di potere e interessi personali».

L’interesse alla base dei recenti interventi della Chiesa cattolica nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e dei fondamenti della vita sociale come luogo in cui la persona possa sempre venire accolta, rispettata e aiutata a crescere secondo tutte le sue dimensioni costitutive, materiali e spirituali. In questa luce deve essere letta la particolare attenzione posta ai «princìpi che non sono negoziabili»: essi non definiscono un programma politico, e tantomeno scrivono un’agenda, ma esercitano una funzione critica, di purificazione della ragione politica in quanto tale, cioè quella forma della ragione pratica che ha per oggetto il bene comune, quello della polis, dei cittadini. Questi princìpi – tutela e promozione della vita umana, in ogni sua fase, e della famiglia fondata sul matrimonio monogamico ed eterosessuale, libertà di educare, di pensare e di credere che danno base alle idee e pratiche di solidarietà umana e di sussidiarietà, di costruzione della giustizia sociale e della pace – non sono verità di fede, anche se da essa ricevono ulteriore luce e conferma. Si tratta di esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, iscritte nella stessa natura umana e, quindi, comuni a ogni concezione integrale del bene della persona. Essi consentono di esprimere l’unità dei credenti attraverso una polifonia di voci la cui armonizzazione è dettata da una melodia antica e sempre nuova, quella dell’umanesimo cristiano.

 

Roberto Colombo – avvenire.it