La Chiesa in Australia interviene su nativi e rifugiati. Sforzo comune contro ogni ingiustizia


L’Osservatore Romano 

In Australia parte del successo di una politica a favore del bene comune dipende anche dal modo in cui la società tratta due specifiche minoranze: gli aborigeni e i rifugiati, cioè i primi e gli ultimi ad arrivare in questa isola, sottolinea una responsabile dell’Australian catholic social justice council (Acsjc). 
Sandie Cornish, docente all’Australian catholic university, sottolinea con favore come il tema dell’annuale Settimana della riconciliazione nazionale — «Walk together in courage» — abbia ricordato «l’importanza fondamentale della verità nelle nostre vite spirituali e nella vita della nostra società». In particolare, spiega la Cornish, «il riconoscimento del nostro peccato personale e sociale e del danno che abbiamo fatto, precede e apre la strada al pentimento, agli sforzi per rendere le cose giuste, alla conversione e all’impegno per il cambiamento».
Il 97 per cento della popolazione in Australia è di origine europea o asiatica: gli aborigeni, cioè gli antichi abitanti prima della colonizzazione, sono il restante tre per cento. Essi soffrono dei maggiori tassi di disoccupazione, carcerazione e abuso di droghe. Nel 2001 Giovanni Paolo II aveva chiesto perdono agli aborigeni per le «vergognose ingiustizie» subite, in modo particolare dalla «generazione rubata», ovvero le decine di migliaia di bambini sottratti ai loro genitori per essere affidati a famiglie bianche, dove non pochi subirono abusi. Sette anni dopo, nel maggio del 2008, il primo ministro Kevin Rudd, appena eletto, aveva presentato delle scuse ufficiali agli aborigeni per le storiche ingiustizie subite dopo che numerose organizzazioni di nativi avevano chiesto il riconoscimento ufficiale dei torti commessi nei confronti del loro popolo.
Il fatto che gli aborigeni continuino a essere «protagonisti in negativo di così tanti indicatori socioeconomici e sanitari», afferma la Cornish, «ha radici nelle ingiustizie storiche che devono essere riconosciute e affrontate al fine di apportare cambiamenti duraturi». I popoli indigeni e i rifugiati ci ricordano che «tutti devono essere inclusi nel bene comune, che dopo tutto è il bene di tutti noi», conclude la responsabile dell’Acsjc, secondo la quale «la misura in cui questo è vero è la misura della giustizia della nostra società».
Pochi giorni fa erano stati i servizi sociali cattolici del paese a ricordare che «il successo di una nazione non è misurato dalla ricchezza di pochi, ma dalla prosperità di tutti». «Nonostante i numerosi traguardi raggiunti dal nostro paese, la tutela della dignità di ogni australiano non è tra questi — sottolineava l’istituzione in una nota — ed esortiamo pertanto i cittadini a utilizzare il proprio voto per affidare il prossimo mandato a politici che si impegnino nell’attuazione di misure sociali ed economiche eque e giuste, per migliorare la vita dei più deboli e proteggere la dignità di tutti gli australiani». Nel documento si chiedeva tra le altre cose una maggiore attenzione dei politici a favore della responsabilizzazione e dell’autodeterminazione dei nativi, attraverso una collaborazione e una vera partnership con le popolazioni aborigene e gli indigeni dello Stretto di Torres, oltre al reinserimento di tutti i rifugiati rimasti sulle isole di Manus e Nauru.
La questione delle politiche pubbliche sui rifugiati e gli aborigeni è stata anche al centro della Dichiarazione sulla giustizia sociale 2018-2019 della Conferenza episcopale australiana, che si è concentrata in particolare sul problema dell’alloggio. Nel testo, i vescovi ricordano che gli aborigeni rappresentano il 20 per cento dei senza fissa dimora. Molti indigeni australiani spesso sono oggetto di pregiudizi e discriminazioni sul mercato degli affitti privati. Inoltre, la mancanza di alloggi accessibili e appropriati spesso porta al sovraffollamento. I rifugiati o richiedenti asilo sono altrettanto vulnerabili. Sono tanti ad arrivare in Australia con poche risorse finanziarie. La discriminazione, combinata a una scarsa padronanza della lingue inglese e alla disoccupazione, rendono anche più difficile la ricerca di una casa.
L’Osservatore Romano, 1° – 2 luglio 2019

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