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La Chiesa? È amica del libro

L’amnesia culturale ed esistenziale del nostro tempo misconosce quelle radici cristiane che sono la principale sorgente del pensiero occidentale. Lo riconosce – in un testo provocatorio e quasi paradossale – lo stesso Gianni Vattimo: «Se Heidegger c’è, è perché c’è stata la tradizione ebraico-cristiana, se Heidegger ha potuto pensare che l’essere non è, ma accade, è perché ha letto la Bibbia e, segnatamente, il Nuovo Testamento. (…) È soltanto come proseguimento di una vocazione profondamente scritta nella tradizione ebraico-cristiana tramandataci insieme alla verità del pensiero greco, che noi abbiamo potuto cominciare a non pensare più all’essere in termini di principio, autorità, fondamento e, dunque, anche le strutture dell’esistente in termini autoritari, rigidi. È solo grazie all’appartenenza a questa tradizione che noi possiamo pensare debolmente». Il declino della modernità mortifica in tal modo la passione educativa. La società non è più formata sulla base di valori comuni e condivisi; piuttosto, dalla tolleranza e dal rispetto formale dei confini: rispetto senza relazione. La figura del maestro sfuma, il contesto familiare si ritira dall’educativo e spesso si sfalda, la ragione appare ormai incapace di fornire contenuti e valori universali, la scuola diventa contenitore, luogo del pluralismo senza identità, della cultura massificata e anonima, dell’assenza di principi e doveri, e finisce per generare una nuova versione dell’homo faber produttore e consumatore. L’ipertrofia della razionalità tecnico-scientifica e l’atrofia della razionalità etico-valoriale conducono all’afasia del pedagogico, ridotto a mera metodologia. Piuttosto, colpita dal virus del pensiero debole, la modernità declinante ha incrementato la sindrome di smarrimento, il raccorciamento dell’orizzonte, il declino della speranza: dall’ottimismo illuministico all’attimismo della cosiddetta postmodernità. Anche il proclamato ritorno dell’etica sembra rivestire carattere prevalentemente funzionale, quando non meramente pragmatico. L’ultima e inquieta stagione della modernità vede dunque l’educazione posta in situazione di acuta problematicità: all’affermazione dei valori di libertà e di umanità, proclamati a voce alta, risponde un accentuato prevalere della concezione individualistica dell’esistenza. «In un mondo che cambia», la prospettiva cattolica respinge ogni tentativo di facile demonizzazione, ma registra con onestà la portata del passaggio da una società omogenea a una società complessa (da monocentrica a policentrica, da statica a dinamica): «Il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine a una concezione più dinamica ed evolutiva; ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e sintesi nuove» (Gaudium et spes, 5). Amica della ragione, la fede cristiana non può non notare il tramonto dei grandi riferimenti di pensiero – le grandi narrazioni, come s’usa dire – con il conseguente aumento esponenziale delle forme di soggettivismo, relativismo, eccetera, non più solo praticamente vissuti, ma esplicitamente teorizzati (pensiero debole…); con oscillazione endemica tra l’esaltazione prometeica e il ripiegamento narcisistico. Lo attesta la grande e disattesa tradizione medievale, caratterizzata dal vivace dibattito tra il maestro e gli studenti, propiziando quella sintesi tra autorità e ragione che conduce a una comprensione più profonda della parola di Dio. La traditio autentica è creativa e il suo dinamismo è quello della memoria attiva, che non imbriglia la ragione entro confini angusti, ma ne dilata piuttosto gli orizzonti. Aveva visto giusto Hegel, quando a proposito del rapporto fede-ragione acutamente affermava: «La vittoria gloriosa che la ragione illuminatrice ha riportato su ciò che essa, in base al limitato criterio della sua comprensione religiosa, considerava a sé contrapposto come fede, non é, a pensarci bene, nient’altro che questo: che né la realtà contro cui essa aveva combattuto era religione, né che essa stessa, che ha vinto, é rimasta ragione». Il programma della modernità si blocca proprio in quella che é, fin dall’inizio, la sua idea matrice: la capacità della ragione umana. Capacità senza limiti, di progresso immenso, di emancipazione completa e assoluta. Capacità di determinare in autonomia l’assoluto della verità e del bene, per una vita piena e felice. Il pensiero cristiano, nutrito a una ricca tradizione che i libri hanno conservato e, in mano a veri Maestri, fedelmente tramandato apre un nuovo orizzonte, come indicato nella lectio di Regensburg di Benedetto XVI. (…) Il libro – testimone autentico del passato – diventa, nella lettura intelligente, protagonista di attualità. E incontra sempre, per apertura o per negazione, il mistero dell’Assoluto. Ricerca di Dio e cultura, infatti, si richiamano incessantemente. Il Vangelo, che presenta una visione antropologica e un riferimento etico di altissimo valore sapienziale, illumina l’intelligenza della responsabilità morale nell’ambito sociale e politico, con duttile plasticità creativa: la parola della fede esprime tutta la sua efficacia nella ricchezza delle diversità, purché coerenti con l’orizzonte di un comune riferimento della visione antropologica e dei valori morali. La verità cristiana non è monodica, ma neppure dissonante; è, piuttosto, sinfonica (von Balthasar): non si differenzia per posizione preconcetta, per partito preso; lieto per i doni che lo Spirito diffonde tra gli uomini, il pensiero cristiano si pone come attore significativo, con la chiara consapevolezza del proprio ruolo storico e del proprio patrimonio culturale. La visione cristiana, infatti, propone un messaggio di chiara valenza culturale, aperto a tutti gli uomini di buona volontà. Per questo è amica del libro.

Angelo Bagnasco – avvenire