Crea sito

La buona politica è servizio

Accingendomi a studiare dal punto di vista teologico il problema dei rapporti della Chiesa con la società civile in un regime di laicità dello Stato, e scorrendo i documenti conciliari, ho osservato, con un certo stupore, che il termine “democrazia” non vi compare mai. Molte cose vi si dicono sul necessario rispetto della dignità e della libertà della persona umana, ma – mi sono chiesto – come mai non si parla direttamente di democrazia? Bisognerebbe fare un’indagine sugli Acta synodalia per appurare i percorsi della redazione dei testi. Non potendolo fare, però, è facile immaginare le ragioni, a partire dal contesto storico sia esterno che interno alla Chiesa, che hanno dissuaso i Padri conciliari dall’esprimersi con questo termine.

Al tempo del Concilio, infatti, sovrabbondavano nel mondo nazioni governate da crudeli dittature, che si ammantavano del nobile nome di repubblica popolare o repubblica democratica. Basti ricordare la Ddr, la repubblica democratica tedesca, che nel 1961, quando il Concilio stava per iniziare, a Berlino costruiva il muro e dichiarava delitto contro lo Stato, punibile con la morte, l’attraversamento del confine, mentre l’ateismo di Stato veniva imposto come la piattaforma di tutto il sistema educativo. Ce n’era abbastanza per diffidare del termine.

Il problema nasceva anche dall’interno della Chiesa stessa, se appena ricordiamo la ripetuta condanna della democrazia, assimilata all’indifferentismo morale e religioso, da parte del magistero dei papi. Basti citare la Mirari vos (1832) di Gregorio XVI, che definisce il sistema delle libertà moderne come «perversa opinione […] delirio […] errore velenosissimo […] inquinatissima sorgente di quella piena e smodata libertà d’opinare che va sempre alimentandosi a danno della Chiesa e dello Stato». Dal fatto che il sistema democratico di governo dà ad ogni cittadino, indipendentemente dalla sua religione e dalla sua visione della vita, il diritto di manifestare e diffondere le sue idee e così contribuire a determinare, con il suo voto, l’ordinamento della società, la morale cattolica deduceva, e non senza un qualche fondamento, che un tale sistema di governo avrebbe abbandonato la società e la coscienza civile dei cittadini all’arbitrio morale. Ricavandosi il giudizio morale non solo dalla rivelazione, ma anche dalla legge naturale, della cui interpretazione il solo magistero della Chiesa è investito da Dio, se ne deduceva che la legislazione degli Stati, indipendentemente dalla fede, deve sottomettere al giudizio morale del magistero la sua legislazione. Leone XIII, nell’Immortale Dei del 1885, dichiarava esplicitamente la sua nostalgia per l’epoca nella quale «la filosofia dell’Evangelo governava gli Stati», quando «la religione di Gesù Cristo, posta solidamente in quell’onorevole grado che le spettava, andava fiorendo all’ombra del favore dei príncipi e della dovuta protezione dei magistrati». Separazione della Chiesa dallo Stato, laicità delle istituzioni civili, libertà e parità di diritti delle religioni, sistema democratico di governo erano, quindi, inesorabilmente da condannare.

Sarà solo Pio XII, nel famoso Radiomessaggio del Natale 1944, a dire le prime parole di apprezzamento della democrazia, considerando che essa avrebbe potuto evitare alle nazioni la tragedia della guerra. Ma la si pensa sempre nel quadro di uno Stato confessionale, che in ogni modo dovrà privilegiare la religione cattolica e l’autoritàmorale del magistero della Chiesa.

Alba, 25.2.13: spoglio delle schede per le elezioni politiche e regionali (foto MARCATO)

Alba, 25.2.13: spoglio delle schede per le elezioni politiche e regionali (foto MARCATO)

La buona politica è servizio

Il Concilio ha compiuto su questo tema una svolta decisiva. Dal punto di vista della dialettica conciliare, il giudizio positivo sulla democrazia è dovuto principalmente all’influenza dei vescovi degli Stati Uniti, che vi apportarono la loro esperienza felice di una libera Chiesa in libero Stato. Dal punto di vista interno ai contenuti dottrinali, il motivo fu l’aver collocato in primo piano, nei rapporti dell’uomo con Dio, la persona con la sua libertà e la sua dignità.

La Dei Verbum nel numero 2 definì l’evento della rivelazione e della fede come un rapporto personale con Dio, il quale «nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e s’intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» e ne derivò l’alto senso della dignità di ogni persona umana, che accompagnerà tutto il restante discorso conciliare. Ne conseguì la ripresa di «un elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri», cioè che «gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente […] giacché non possono aderire a Dio che ad essi si rivela, se il Padre non li trae e se non prestano a Dio un ossequio di fede ragionevole e libero».

Ne seguì non solo la legittimazione, ma l’alto apprezzamento di quel sistema di governo della società che, garantendo a ciascuno la libertà di religione e di perseguire la sua visione della vita, «contribuisce non poco a creare quell’ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana, e possono abbracciarla liberamente e professarla con vigore in tutte le manifestazioni della vita» (DH 10). In termini più diretti è come aver detto che la fede trova nell’ordinamento democratico della società l’ambiente migliore per la sua testimonianza e la sua diffusione.

Così il Concilio può fare sua l’aspirazione, che i Padri scorgono molto diffusa nel mondo, a «instaurare un ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l’uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità », giacché «l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà» (GS 9). A lungo la Chiesa aveva osteggiato le cosiddette “libertà moderne”, pensando che si dovesse garantire prima di tutto all’uomo il perseguimento del bene oggettivo in forza di un sistema giuridico e politico, le cui decisioni attingessero la loro legittimazione dalla morale cattolica, enunciata dal magistero della Chiesa. La svolta operata dai Padri conciliari del Vaticano II appare chiara, quando essi sostengono che «l’ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso», trovando un suo «equilibrio sempre più umano nella libertà». Non si manca di ricordare «quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (GS 26). La preoccupazione di partenza del Concilio, infatti, era proprio quella di superare il plurisecolare conflitto con il mondo moderno: il primo passo doveva essere la manifestazione del rispetto e dell’amore della Chiesa anche per «coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo». Non si tratta di abbandonare l’amore per la verità, la certezza della fede, il compito di operare perché tutti possano condividerla. Si dice, infatti che «certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene». Ma si aggiunge che «occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose» (GS 28).

Democrazia a difesa dei diritti

È noto il detto di Churchill, secondo il quale la democrazia è un pessimo sistema di governo, ma fino ad ora non se n’è inventato uno migliore. Oggi, in particolar modo negli ambienti cattolici, la democrazia non di rado è guardata con diffidenza: è vero, infatti, che essa non offre garanzie che la decisione della maggioranza dei cittadini sia sempre buona e giusta. Vedi la sorte dei poveri nelle nazioni ricche. Il Concilio era anche preoccupato di non dogmatizzare alcun sistema di governo della società, perché «le modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie strutture e l’equilibrio dei pubblici poteri possono variare, secondo l’indole dei diversi popoli e il cammino della storia».

Ma per il Concilio non c’è dubbio che «è in ogni caso inumano che l’autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali» (GS 74). L’antidoto è la protezione di quei diritti che la cultura laica moderna aveva elaborato, come «ad esempio, il diritto di liberamente riunirsi, associarsi, esprimere le proprie opinioni e professare la religione in privato e in pubblico» (GS 73). Un compito ancora non perfettamente attuato, almeno in Italia, è quello di ricalibrare i rapporti fra la Chiesa e lo Stato in maniera coerente con lo spirito e la lettera di quel Concilio che ha voluto rendere la Chiesa libera da ogni legame con il potere, perché possa avere aperte davanti a sé le vie di una rinnovata testimonianza della fede.

Severino Dianich

vita pastorale luglio 2013