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La bontà come bellezza

A 82 anni, Agnes Heller, oltre a essere un nome della filosofia contemporanea, è anche una testimone del ’900. Nata nel 1929 in Ungheria, ebrea scampata alla persecuzione antisemita durante la guerra, allieva e amica di Gyorgy Lukács, poi voce del dissenso rispetto al sistema sovietico, allontanata dall’insegnamento, quindi esule all’estero insieme al marito, il filosofo Ferenc Fehér, prima in Australia poi in America. La Heller arriva in Italia – Paese a cui è legata fin dagli inizi della sua produzione, dal suo L’uomo del Rinascimento – per partecipare al Festival della Letteratura di Mantova, sabato 11 settembre. Dove interverrà su un tema a cui è dedicata una sua raccolta di saggi pubblicata l’anno scorso dall’editrice Diabasis: «La bellezza della persona buona». Professoressa Heller, lei ha ricordato spesso, rifacendosi a Kierkegaard, il bisogno di compiere «una scelta esistenziale», una «scelta delle scelte tra il bene e il male». Aggiungendo però che si tratta di una scelta «storica», non «ontologica». Eppure ha dedicato molto pagine al carattere trans-culturale del bene… come si concilia tutto ciò? Il punto di partenza della mia ricostruzione etica è stato di tipo empirico. Ho semplicemente cercato di raccogliere e mettere in evidenza il comune messaggio nelle riflessioni etiche in filosofia, da Kierkegaard via Nietzsche fino a Foucault, e in letteratura da Ibsen a Proust a Beckett. Tutti costoro hanno presentato l’etica soprattutto come una scelta di se stessi e come il rimanere fedeli a questa opzione originaria, per diventare la persone che si è scelto di essere. "Diventare ciò che sono" ha detto Nietzsche. "Il mio supremo dovere è il dovere nei confronti di me stesso" dice la Nora di Ibsen in Casa di Bambola. È attraverso una scelta esistenziale che una persona può acquisire e diventare una personalità, intendendo questa come il suo destino. Nelle società tradizionali, dove i sistemi normativi erano relativamente fissi, non c’era bisogna di una simile scelta esistenziale. Ed è per questo che l’ho definita un elemento "storico". Scegliere di subire l’ingiustizia, se necessario, piuttosto che commetterla. Lei si rifà alla posizione di Socrate/Platone per definire l’idea di giustizia/bontà. Se la bontà comporta un tale svantaggio nella competizione della vita, da dove nasce secondo lei la sua attrattiva eterna? Per riallacciarci a quanto dicevamo, il scegliere noi stessi e il diventare ciò che siamo implica la pratica di certe virtù. Ma non include di per sé relazioni morali con gli altri. La scelta morale riguarda innanzitutto la scelta di noi stessi come persone buone. In tal modo diventiamo coloro che abbiamo scelto di essere e in tal senso siamo "buoni". Ma come posso riconoscere ciò che è buono? È qui che faccio riferimento alle parole di Socrate per cui è meglio soffrire l’ingiustizia che commetterla. Tuttavia non dico che questa frase sia vera. Anche il suo opposto potrebbe essere dimostrato tale. Nella mia visione, il detto di Socrate è semplicemente la definizione di una persona buona. Buona è la persona per cui il detto di Socrate è vero e che agisce conformemente ad esso. Che il bene abbia un’attrattiva imperitura, che sia trans-culturale è una benedizione, ma che non richiama né implica una spiegazione filosofica». Sempre sulla «scelta esistenziale». Quali sono le conseguenze morali per chi invece non la compie e preferisce una vita declinata giorno per giorno, mediando di volta in volta tra bontà e profitto? Quelli che rifiutano questa scelta semplicemente lasciano che gli altri scelgano per loro. La differenza è tra autonomia ed eteronomia. Nel suo saggio «La bellezza della moralità» lei collega la bellezza del bene alla sua visibilità. Che bellezza attribuisce allora a quel bene ordinario e invisibile, che probabilmente non vedrà mai la luce? Sì, non c’è dubbio che la bontà sia spesso veramente invisibile. Col che intendo una invisibilità pubblica. Per questa bontà non ci sono persone a cui è stata dedicata una statua. Ma come dice Kant la bontà risplende come un gioiello ed è vista persino nell’oscurità. Le persone buone sono persone belle. Tutti noi lo sappiamo per esperienza e lo hanno sempre saputo gli artisti, i pittori: la bellezza risplende sul volto della persona buona. Quello che intendevo dire è però che gli atti che hanno un tale contenuto morale e restano nel nascondimento, difficilmente possono essere descritti in termini di bellezza. Tali atti possono essere di suprema bontà, ma se nessuno sa di essi, se non sono contemplati, non possono essere chiamati belli. Ovviamente, se simili azioni buone clandestine sono descritte per esempio in un romanzo da un narratore onnisciente, il lettore le vede, le conosce, può trarre piacere da esse e può giudicarle belle. Solo, la bellezza presuppone un certo tipo di visibilità o di conoscenza.

Andrea Galli – avvenire