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Italiano da cafoni? Parlare meglio si può

Giacomo Gambassi / avvenire.it
Parla come mangi. Forse in troppi hanno preso alla lettera questo adagio, soprattutto se la tavola è imbandita con cibi preparati in stile fast food, senza alcuna eleganza e assemblando a caso quel che c’è nel frigorifero. Ecco, l’italiano che parliamo è un po’ così: un italiano «un tanto al chilo», prigioniero della sciatteria, del pressappochismo, della confusione terminologica, della sintassi rivista (e non corretta), delle frasi fatte, del burocratese elevato a strategia per alzare il tono del discorso.

Insomma una lingua storpiata e al ribasso che si impone quasi fosse la regola. Come racconta Edoardo Lombardi Vallauri nel libro Parlare l’italiano. Come usare meglio la nostra lingua (Mulino, 230 pagine, 13 euro). «Molti si affidano a un italiano peggiore di quello che converrebbe – spiega il docente di linguistica all’Università Roma Tre –. Perché non possiedono un ampio vocabolario. Oppure perché non sono consapevoli delle sottigliezze che l’italiano presenta. O ancora perché non si rendono conto che servono registri diversi a seconda della situazioni».

È un bestiario linguistico quello con cui conviviamo. Basta mettersi in ascolto di qualche nostra conversazione o delle voci che escono da radio e tv. L’aeroplano si trasforma immancabilmente in areoplano. L’altoparlante diventa autoparlante, ossia qualcosa che autoproduce suoni e non che li amplifica. Solo lapsus? Macché. «Siamo di fronte a una diffusa mancanza di padronanza lessicale – afferma il docente –. È la conseguenza della cultura di massa. Allargando la base è diminuito lo spessore. Se accendo il televisore, ad esempio, comprendo che fra i criteri del bravo presentatore non figura la proprietà di linguaggio».

Non va meglio nelle aziende dove il manager è avvezzo a sostenere che la sua segretaria impiega «anni luce a battere una lettera». «Ma l’espressione indica una distanza spaziale e non di durata temporale», spiega Lombardi Vallauri. E un tecnico ama far sapere che il computer «è troppo lento grazie a taskeng.exe». «L’esperto ha sentito frasi come “il Paese si risolleverà grazie a una politica saggia” e ne ha dedotto che questa espressione significa a causa di. Ma non si è accorto che essa veicola sempre una connotazione positiva».

Piace anche il piuttosto che ma con un’accezione del tutto impropria. «Non so se comprare le carote, piuttosto che le zucchine», si chiede una signora al mercato. «Il suo significato originario e corretto è meglio di. Dovrei affermare: “Mi domando se sia meglio fare una cosa piuttosto che un’altra”. Ma chi si lascia permeare passivamente da ciò che ascolta ha interpretato il piuttosto che come una disgiunzione, al pari di oppure».

Poi ci sono i «comportamenti linguistici di moda», secondo la definizione di Lombardi Vallauri. Ormai è ordinario «aspettare un attimino» ma serve anche «un attimino di buona educazione». Autentici passepartout sono al limite e a livello di. Peccato che al limite sia stato ridotto a sinonimo di forse (capita di dire «vieni a trovarmi? Al limite andiamo al cinema»). E a livello di ha perso ogni contatto con le dimensioni della realtà ed è passato al senso generico di riguardo a («a livello di computer sono analfabeta»). «Con queste espressioni mi comporterei come con gli abiti alla moda – chiarisce il linguista –. Quando una tendenza è troppo diffusa, si rischia di apparire coatti. E, siccome il parlare è una manifestazione diretta dell’intelligenza, sembrare imitativi o conformisti dà un’immagine negativa di sé».

Altra tendenza è quella della «libidine del suffisso». Conquista dire doti oratoriali anche se è già disponibile l’aggettivo oratorie. Oppure viene considerato ricercato riferirsi all’alta sartorialità quando basterebbe adoperare sartoria. «Ritengo che siano tecniche per nascondere la pochezza del contenuto», sentenzia Lombardi Vallauri. Persino il gergo dei burocrati fa proseliti. «Si assiste alla debordante invadenza della d eufonica», dichiara il docente. Incanta parlare di «io ed Anna»; però la d è richiesta quando ci sono due vocali identiche (come in «io ed Emma»). Altrettanto trendy è scrivere sull’insegna del negozio pizza da asporto, «com’è indicato nei moduli firmati dal proprietario per la licenza», ironizza il linguista.

Anche la sintassi fa acqua. Lo dimostra il rapporto col congiuntivo. Invece di dire «credo che sia opportuno», è prassi ripetere «credo che è opportuno». «Il parlato ha sdoganato l’indicativo in quasi tutte le posizioni del congiuntivo – spiega il docente –. Se questa deriva appare inarrestabile e può essere accettabile, tutto cambia con la scrittura».

Occhio ai vocaboli stranieri. «Il programma musicale è un purpurrì, annuncia lo speaker. «Ma la parola francese che significa miscuglio si scrive pot-pourri e si pronuncia popurì». Anche lo stage, inteso come periodo di formazione, nasconde trappole. «Deve essere letto stasg e non all’inglese steig che vuol dire palcoscenico o stadio di sviluppo».

E’ il vezzo (d’ignoranza) di seguire la dizione anglosassone anche per i vocaboli che non hanno quella matrice. Così in facoltà la locuzione latina stare decisis – che riassume il principio giuridico del precedente vincolante per il magistrato – diventa stear desaisis oppure il filosofo tedesco Immanuel Kant (che si pronuncia Cant) è equiparato a Chènt, il timido reporter che veste i panni di Superman. «Anche chi non ha studiato l’inglese – riferisce Lombardi Vallauri – finisce per orecchiarlo. Ma è necessario stare attenti al suo utilizzo».

Allora come evitare le rozzezze verbali? «Prima di tutto vanno compresi gli errori. Poi è fondamentale esporsi alla lingua usata nei suoi modi migliori. E, dal momento che è difficile imbattersi in un italiano orale preciso, meglio confidare nelle buone letture che senz’altro contribuiscono a riparare il nostro parlato».