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Intervista Aznavour, la Bibbia nel canto di un armeno

A un passo dai novantun anni continua a dire con disinvoltura cose di questo tipo: «Sono il più grande armeno del mondo intero». Segno che se …e fu subito Aznavour, come sosteneva fin dal titolo il suo 33 giri italiano forse più celebre uscito negli anni Settanta, neppure adesso il “Sinatra francese” dagli oltre cento milioni di dischi in otto lingue venduti pare sfiorato da barlumi di modestia. Ma il mattatore di genitori armeni disarma l’interlocutore anche sottoscrivendo con passione «che occorre conservare lo sguardo dell’infanzia».

E non tarda a svelarsi pure il grande innamorato dell’Italia, pronto a citare immediatamente la lista delle pietanze e dei vini nostrani preferiti, accanto alle raffinate graduatorie personali sulle città predilette: «Innanzitutto Milano, perché è rapida e per i negozi, poi Roma e Firenze, poi tante altre. Preferisco le città italiane a quelle francesi». Fin dall’apertura, inoltre, l’Aznavour attore che girò pure per Truffaut si mostra contento quando apprende di trovarsi nell’hotel parigino un tempo prediletto da Mastroianni. «Davvero? Con lui, ho sempre avuto un punto in comune. Sul set, di colpo, ci addormentavamo tranquillamente, ma per essere poi perfettamente in forma al momento giusto». Insomma, sempre un demiurgico monstre, Aznavour. E molto più spirituale di quanto spesso si dica in Francia.

Ama davvero così tanto il cinema italiano?
«Certo. Ho tantissimi titoli e ne cerco ancora. Meraviglie. Ma oggi sono mal pubblicizzati».

E le è piaciuto cantare in italiano?
«Molto. Un tempo, mi avevano intristito le reticenze del mio autore-traduttore preferito, Giorgio Calabrese. Poi per fortuna è tornato all’opera. Mi ha sempre tradotto meravigliosamente, dando l’impressione che fossero canzoni italiane. E sono stato gradevolmente sorpreso quando diversi italiani hanno scelto di cantare persino L’istrione, che avevo sempre immaginato solo mia. A livello musicale, dopo la stagione straordinaria dei grandi come Milva e Mina, l’Italia ha conosciuto una traversata del deserto, ma ho l’impressione che le cose tornino a funzionare. Oggi, amo Paolo Conte e ascolto molto Massimo Ranieri, di cui ho visto pure gli spettacoli. Si muove davvero bene. Rimpiango proprio che ci siano ormai così pochi scambi fra Italia e Francia».

Il suo ultimo album, Encores, è venato proprio di nostalgia…
«Ho sentito il bisogno di volgermi indietro, è vero. Non occorre mai dimenticare il passato e le proprie radici. Gettando via le nostre radici, ci gettiamo via, non esistiamo più. Ma il prossimo album sarà ancora diverso ed è quasi finito. Non cedo il posto facilmente».

Infatti. Qual è il segreto della sua longevità artistica?
«La fedeltà e l’onestà verso il pubblico. Non arrivo mai in teatro dopo un bicchiere di troppo. E giungo con tre ore di anticipo. Sono estremamente attento alla preparazione di tutto».

Perché ha cantato in così tante lingue, persino in russo e napoletano? Gliel’hanno imposto? 
«No, l’ho deciso io. Mi pare normale. Scrivo e voglio che la gente comprenda quello che scrivo. Per questo ho sempre cercato i migliori traduttori».

Ma non saranno pure un po’ le sue radici armene a renderla cosmopolita?
«No, nulla a che vedere. Ho fatto una carriera da francese, ma con idee internazionali. Oggi mi sento un cantautore europeo e purtroppo restiamo in pochi. Un tempo ce n’erano tanti. Sono deluso che i cantanti di oggi non facciano sforzi. Certo, cantare in un’altra lingua è uno sforzo, perché bisogna davvero entrare nella lingua, senza per questo parlarla speditamente. Parlo un buon italiano e naturalmente mi ha sempre aiutato a non piazzare un gesto sbagliato su una data parola. Ma in ogni generazione di veri artisti ce ne sono stati sempre pochi: se ritrovo il mio taccuino dell’epoca, sono sicuro che in Italia non superavano i quindici. Gente come Modugno, Mina e Milva».

Essere un istrione significa la presenza, oltre alla voce, no?
«La presenza molto prima della voce. Di voce non ne ho più. Avevo avuto già un tempo un forte calo. Poi, la situazione si è sistemata. Il pubblico non sembra preoccuparsene più di tanto. E non mi va di piangere per questo. In ogni modo, ho sempre avuto molta più presenza che voce. Ho una voce fioca, ma le mie canzoni hanno sempre funzionato con questa voce. Nella mia voce c’è un mormorio, del segreto. Non è voluto, ma piace al pubblico. Anche Armstrong aveva una voce simile».

Come vive il fatto di battersi per l’Armenia della sua famiglia?
«Sono artisticamente e politicamente in prima linea, a differenza di tanti altri artisti. Vorrei vederli impegnati come lo sono ancora tanti ebrei formidabili. È un popolo che ammiro infinitamente. Ci capiamo bene, fra “genocidati”. Il turco Atatürk, che fu un grande personaggio pur avendo maltrattato gli armeni, riconobbe in un certo senso il genocidio condannando chi era al potere all’epoca. Mentre oggi, non è affatto così. Sono scioccato. La parola chiave in Turchia è “onore”. Riconosco che fra armeni e turchi abbiamo punti in comune. Personalmente, amo il popolo turco, ma sono contro ciò che accade nelle alte sfere. E non sappiamo neppure quanti sono a decidere».

Come ha reagito dopo le recenti parole sul genocidio da parte di papa Francesco?
«Il Papa è stato fantastico. È uno dei grandi papi che abbiamo avuto. Quanto ha detto ci ha toccato tutti. E molto. Continuiamo a parlarne di continuo».

L’Armenia è oggi il suo impegno più forte?
«No. Il più forte è che Aznavour possa continuare a fare ciò che fa. Perché è un po’ con questo che l’altro impegno diventa possibile. Ma per far ascoltare la voce dell’Armenia, occorre continuare a gridare fino all’impossibile. Migliaia di libri non sono bastati a smuovere la Turchia di un centimetro».

Nei suoi tanti album non mancano riferimenti religiosi. La religione ha un posto almeno nelle sue frequenti letture? 
«A casa, tengo soprattutto a tre libri. Uno intitolato Yom Kippur, la Bibbia e il Corano. Non ho ragioni di non leggere pure il Corano, che naturalmente non leggo come un romanzo. Di tanto in tanto, leggo un paragrafo del Corano o della Bibbia. Ci danno quell’equilibrio che non abbiamo per diritto di nascita. Non so chi ha scritto la Bibbia, ma è davvero scritta per bene ed è tanto utile conoscerla. La Chiesa ha apportato tanto. Il teatro e la scrittura, ad esempio. Non sarò forse per nulla religioso, ma occorre riconoscere la verità. Distruggere le religioni significherebbe distruggere la moralità dei giovani. E invece, occorre permettere loro di costruirsi».

Fonti d’ispirazione anche per le sue canzoni?
«Ho sempre voluto una presenza per Dio. E qualcuno ha pure pensato che fossi molto credente. Invece, non so neppure se sono credente. “Dio” è una bella parola e “Gesù” un bel nome. Me ne servo nel mestiere e fanno parte della mia vita di tutti i giorni».

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