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Inchiesta . Islam, dentro la questione generazionale. Il rapporto tra genitori e figli

Islam, dentro la questione generazionale. Il rapporto tra genitori e figli

Con la vicenda tragica della giovane Sana, uccisa dalla sua famiglia – ora ad essere indagate oltre a padre, fratello e zio, ci sono anche la madre e la zia – perché non aveva accettato un matrimonio combinato, torna ad aprirsi il dibattito sul mondo islamico e le sue regole. Sul tavolo, con evidenza, uno scontro generazionale sempre più accentuato: da un lato c’è la riuscita integrazione dei più giovani, che nel nome della cultura occidentale invocano per sé libertà e decisioni impensabili dal punto di vista di genitori intransigenti e “all’antica”; dall’altro la radicalizzazione, nei giovani e nei giovanissimi, delle posizioni più distorte dell’islam, formate alla scuola di frequentazioni sbagliate, spesso corroborate dal web.

Sana Cheema, 26 anni, cittadina italiana da un anno (dopo 14 di residenza a Brescia), è stata strangolata il 18 aprile scorso nel suo villaggio natale in Pakistan. I colpevoli confessi sono il padre e un fratello: non accettavano che la ragazza avesse rifiutato il matrimonio combinato dalla famiglia e volesse sposare invece un altro coetaneo in Italia.

Sana Cheema, 26 anni, cittadina italiana da un anno (dopo 14 di residenza a Brescia), è stata strangolata il 18 aprile scorso nel suo villaggio natale in Pakistan. I colpevoli confessi sono il padre e un fratello: non accettavano che la ragazza avesse rifiutato il matrimonio combinato dalla famiglia e volesse sposare invece un altro coetaneo in Italia.

Il tutto, a volte, viene aggravato da contesti familiari fuori controllo, con genitori protagonisti di aggressioni violente che nulla hanno a che fare con i costumi religiosi che dicono di professare. In mezzo, c’è ciò che forse accomuna il mondo islamico a quello occidentale, più di quanto siamo abituati a pensare: la mancanza di dialogo con le nuove generazioni, l’incompatibilità tra visioni del mondo e persino tra vocabolari, il vuoto scavato dall’emergenza educativa. Con l’aggravante di un messaggio religioso interpretato in modo sbagliato, come ben dimostrano le parole pronunciate proprio dal padre di Sana in carcere, in Pakistan, nelle ultime ore: «Se è morta, è stato solo per un disegno di Allah – ha detto l’uomo –. È vero, Sana era ormai più italiana che pachistana, aveva ormai una mentalità diversa dalla nostra, ma nessuno voleva imporle nulla».

Anche Sanaa Dafani, marocchina di 18 anni, è stata barbaramente uccisa dal papà; è avvenuto a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, il 15 settembre 2009. Sanaa doveva essere punita perché voleva vivere all’occidentale e si era fidanzata con un giovane italiano, a sua volta ferito nell’estremo tentativo di difendere la ragazza.

Anche Sanaa Dafani, marocchina di 18 anni, è stata barbaramente uccisa dal papà; è avvenuto a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, il 15 settembre 2009. Sanaa doveva essere punita perché voleva vivere all’occidentale e si era fidanzata con un giovane italiano, a sua volta ferito nell’estremo tentativo di difendere la ragazza.

Sul fronte delle indagini, la vicenda di Brescia resta peraltro ancora da chiarire in molti punti. Tranne quello essenziale: che Sana non è morta perché è caduta sullo spigolo di un divano, come ha sostenuto ancora il padre, ma perché qualcuno l’ha strangolata. Domani pomeriggio, in ricordo della giovane, proprio a Brescia si terrà una manifestazione di sostegno alle donne. Il mondo islamico che dice no alla violenza e alle contraddizioni ancora una volta vuol far sentire la sua voce. Ecco in questa pagina, tre testimonianze diverse che dicono come è possibile affrontare la questione generazionale a tutti i i livelli: in famiglia, dentro le comunità (religiose e non) nelle scuole e nei luoghi della nostra quotidianità.

11 agosto 2006: Hina Saleem, ventenne pakistana, viene uccisa a Sarezzo (Brescia) dal padre Mohammed, che poi la seppellisce con la testa rivolta alla Mecca. L’omicida sarà condannato a 30 anni di reclusione; nelle motivazioni della sentenza Hina viene riconosciuta vittima di un ’’possesso-dominio’’ da parte del padre che non accettava il suo stile di vita all’occidentale.

11 agosto 2006: Hina Saleem, ventenne pakistana, viene uccisa a Sarezzo (Brescia) dal padre Mohammed, che poi la seppellisce con la testa rivolta alla Mecca. L’omicida sarà condannato a 30 anni di reclusione; nelle motivazioni della sentenza Hina viene riconosciuta vittima di un ’’possesso-dominio’’ da parte del padre che non accettava il suo stile di vita all’occidentale.

da Avvenire