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In fuga oltreconfine

In fuga oltreconfine

Nel 2012 si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero 68mila italiani, in aumento rispetto ai 50mila del 2011. Tanti rimangono in Europa, meta preferita la Germania davanti a Svizzera, Regno Unito e Francia. Sono pochi i ricercatori che arrivano nel nostro Paese mentre sono in costante aumento i pensionati che, spinti dalla crisi cronica che ha colpito l’Italia, si trasferiscono all’estero.

La distribuzione geografica di chi abbandona il Paese vede la Lombardia ai primi posti. Nel 2012 i lombardi che hanno trasferito la propria residenza oltre confine sono stati 13.156, davanti ai  veneti (7.456), ai siciliani (7.003), ai piemontesi (6.134), ai laziali (5.952), ai campani (5.240), agli emiliano-romagnoli (5.030), ai calabresi (4.813), ai pugliesi (3.978) e ai toscani (3.887). La maggioranza di chi emigra rimane in Europa, meta preferita per la ricerca di un posto di lavoro, seguita dall’America Meridionale, l’America Settentrionale e Centrale e l’Asia-Africa-Oceania. Nel dettaglio, la Germania è la destinazione più ambita, raggiunta da 10.520 italiani, seguita da Svizzera (8.906), Gran Bretagna (7.520), Francia (7.024), Argentina (6.404), USA (5.210), Brasile (4.506), Spagna (3.748), Belgio (2.317) e Australia (1.683). L’unica, secondo HSBC, a tenere testa in Europa – un continente in declino, fra tasse alte, servizi costosi e aziende in chiusura, tanto che Francia e Inghilterra risultano in rosso come noi – è la Germania, già meta di migliaia di transfughi dall’Italia, dove il lavoro si trova, la quotidianità non è male e crescere i figli non è un problema.

Un campione rappresentativo per caratteristiche anagrafico professionali degli oltre 10.000 dirigenti italiani che attualmente lavorano in pianta stabile all’estero. I 447 rispondenti sono, infatti, nel 90% dei casi maschi e nel 10% femmine, il 38% ha fino a 40 anni, il 49% tra 41 e 50 e il 13% oltre 50 anni. Sono, nel 74% dei casi coniugati o conviventi e, visto che vivono e lavorano all’estero in pianta stabile, hanno al seguito la famiglia (56%), coniuge/convivente (54%) e figli (40%).

A partire sono soprattutto i giovani, nel pieno dell’età lavorativa. Età media 34 anni nell’identikit tracciato dalla Fondazione Migrantes sui dati Istat riferiti al 2011. Il 22% di chi è andato via due anni fa è laureato, mentre il 28,7% è diplomato. Cervelli in fuga, li chiamano i media. E molti lo sono: un’indagine Istat ha rilevato che a inizio 2010 risiedeva all’estero il 6,4% di chi aveva conseguito un dottorato di ricerca nel 2004 e nel 2006. Oltreconfine, tuttavia, non si vanno a ricoprire solo posizioni che richiedono professionalità altamente qualificate. In Italia si fa molta fatica a trovare un posto all’altezza della propria formazione e delle proprie ambizioni, si sa.

Per questo, molti nostri connazionali ritengono che, piuttosto che accontentarsi di un lavoro considerato dequalificante qui da noi, sia meglio andare a sfornare pizze in un ristorante di Londra, a preparare un bloody mary in un bar di Berlino o a fare il commesso in un negozio sugli Champs-Élysées. Certo, il titolo di studio va chiuso in un cassetto. L’esperienza all’estero e la pratica della lingua straniera aiutano a essere un po’ meno “choosy”, ovvero schizzinosi, per usare un termine caro all’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero.

A partire per nuove destinazioni, tuttavia, non sono solo le nuove generazioni. Nel 2011 se ne sono andati via 3.219 over 65, il 37,3% in più dei 2.345 partiti nel 2010. Nonni d’Italia spinti dalla crisi a passare gli ultimi anni di vita in Paesi come il Marocco, la Tunisia, la Thailandia, le Filippine. A volte perfino ai Caraibi, dove sotto il sole tropicale riempiono quelle che ormai vengono chiamate “spiagge Inps”. Lì riesce a vivere dignitosamente anche chi ha una pensione minima, che da noi non gli consentirebbe nemmeno di arrivare a fine mese. A emigrare sono anche ex dirigenti ed ex manager che hanno raggiunto pensioni d’oro. Attirati, in questo caso, dagli agi dei nababbi.

L’estero attrae molti italiani anche perché lì viene maggiormente favorita la nascita di nuove attività imprenditoriali, una delle strategie più efficace per produrre innovazione e sviluppo, creare nuovi posti di lavoro e distribuire ricchezza. Molti Paesi, si stanno accorgendo dell’importanza della nuova imprenditoria come mezzo sia per generare occupazione, sia per rinnovare il tessuto economico e produttivo.

Nel favorire la creazione di nuove imprese (start-up, ndr), vari Paesi hanno adottato una serie di misure che variano considerevolmente tra loro: molte sono focalizzate sulla formazione, allo scopo di creare una nuova generazione di imprenditori e di dirigenti al passo con i tempi.

All’estero sono numerosi i programmi che offrono agevolazioni fiscali e prestiti a tassi favorevoli, come l’inglese “Prince’s Trust Business” (PTB) per le startup e “Livewire”, oppure il canadese “Youth Business”, che fornisce prestiti agevolati ed altri servizi di supporto all’imprenditoria giovanile. Nel nostro Paese, un’iniziativa per favorire la nascita di nuove imprese è stata avviata, in particolar modo, dal “Italia Startup”, associazione aperta che vuole rappresentare in modo neutrale e trasparente l’ecosistema italiano delle nuove imprese. Sul sito del think thank, sono elencati gli obiettivi che questo si prefigge: il primo è “riunire e rappresentare le startup imprenditoriali e tutti coloro che facilitano, gestiscono e valutano nuovi progetti imprenditoriali”. Al secondo posto vi è “l’impegno e strategia per creare un nuovo ecosistema”, ovvero “stimolare e facilitare la nascita e la crescita di una nuova imprenditorialità”.

Quasi vent’anni fa l’economista Robert Reich scriveva che la competitività e la crescita di un Paese dipendono soprattutto dalle competenze dei suoi talenti e da quanto queste erano valutate dal resto del mondo. In che modo, dunque, l’Italia avrebbe coltivato, aggiornato e valorizzato le competenze e la formazione dei propri talenti? Se davvero vogliamo continuare a crescere come Paese, e non solo in termini economici, ma ricominciando a costruire un’idea di cultura sopra le macerie che somigliano molto a quelle da cui è iniziato il risveglio dell’Italia nel secondo dopoguerra, bisogna pensare a un’ottica di lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione del merito e del sapere, puntando così sulla capacità a guidare quel cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno.

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