Crea sito

In cammino con il Vangelo III domenica di Avvento – 13/12/2020

– Is 61,1-2.10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28 di don Giacomo Aprile

«La ricchezza, la bellezza, tutto si può perdere, ma la gioia che hai nel cuore può essere soltanto offuscata: per tutta la vita tornerà a renderti felice. Prova, una volta che ti senti solo e infelice o di cattivo umore, a guardare fuori quando il tempo è così bello. Non le case e i tetti, ma il cielo.

Finché potrai guardare il cielo senza timori, saprai di essere puro dentro e che tornerai a essere felice».

Nella domenica della Gioia, la Terza domenica di Avvento, le parole scritte in piena Guerra Mondiale dalla giovane Anna Frank nel suo Diario ci richiamano un altro testimone della gioia che il Vangelo di oggi ci regala nuovamente, che è Giovanni il Battista. Il Quarto Evangelista ci presenta questa figura già nel Prologo, in cui viene descritto come un uomo mandato da Dio con il compito di testimone: non uno quindi che spiega delle teorie, ma uno che comunica la forza della propria esperienza. Il testimone è uno che ha visto, ha sentito, ha partecipato, ha fatto esperienza in prima persona, e non dice quello che ha letto sui libri, ma quello che ha vissuto personalmente. Il Battista è colui che dà testimonianza alla luce senza essere lui la luce; lui è l’amico dello Sposo, lui è il testimone della luce che rende testimonianza a Gesù perché tutti lo possano riconoscere come la luce: Egli venne come testimone perché tutti potessero credere per mezzo di lui. A questo personaggio le autorità di Gerusalemme chiedono: Chi sei? Che cosa dici di te stesso? Come ti presenti? Come ti consideri? Che consapevolezza hai del tuo ruolo, della tua persona? Che senso ha la tua vita? Che cosa ci stai facendo al mondo? Quest’ultima è una domanda interessante, alla quale, se ci venisse rivolta oggi, non risponderemmo facilmente. «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Intenzionalmente l’evangelista mette a confronto la voce con la parola. «Gesù è la parola, Giovanni è la voce. La parola può essere anche solo pensata. La voce è lo strumento sonoro con cui io faccio arrivare alla tua testa le parole che ho nella mia testa; una parola che io penso te la comunico con la voce. La voce suona, comunica la parola, è un veicolo che trasmette da me a te quella parola che prima era solo dentro di me. Dopo che io ho pronunciato la parola, la voce cessa, non si sente più niente, ma la parola è arrivata a te e adesso tu hai dentro quella parola, l’hai ascoltata, la sai, rimane dentro di te e questo anche se la voce non c’è più» (Doglio).

Se ritorniamo alla domanda: «Che cosa dici di te stesso?», ognuno di noi in forza del battesimo può dire: «Sono portatore della Parola di Dio». Lo spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione… Tutti infatti condividiamo questa grazia che diventa una missione: la parola non è mia, ma io ci metto la mia voce perché possa passare la Parola di Dio, che è Gesù in persona.

Ogni cristiano, a suo modo, nella sua vita, nel suo ambiente, può e deve essere voce di chi parla, voce di quella Parola che è una Parola di gioia, di vita e di speranza, anche – e soprattutto – se risuona nel deserto. Mi ha mandato a portare il lieto annuncio… (Is 61,1)

Ogni cristiano, nella sua vita, è portatore della Parola di Dio

Ambito emiliano prima metà XVII secolo, San Giovanni Battista, olio su tela. Modena, Santissimo Crocifisso