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Il Volto di Dio nella storia al centro di una mostra al Meeting di Rimini… Soggiorno presso Hotel Rosabianca

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Di Luca Marcolivio

ROMA, 25 Luglio 2013 (Zenit.org) – Vedere il Volto di Dio nel Cristo vivente è un’esperienza che si può compiere già su questa terra. Non solo nella preghiera e nel rapporto di conoscenza con Gesù, che è essenziale nella spiritualità di ogni cristiano. Il Volto di Cristo, infatti, è sempre stato un oggetto di pellegrinaggio, una reliquia che tanti fedeli hanno voluto toccare o, quantomeno vedere.

Partendo dal Volto della Veronica (vera-eikon, “vera immagine”, in greco) la donna che secondo la tradizione asciugò il Volto di Gesù durante la via crucis, il Meeting di Rimini ha elaborato un percorso tematico che si concretizzerà in una mostra, in programma a Rimini Fiera, dal 18 al 24 agosto prossimo.

L’iniziativa, intitolata Il Volto Ritrovato. I tratti inconfondibili di Cristo è stata realizzata con il patrocinio dell’Istituto Francescano di Spiritualità Pontificia dell’Università Antonianum, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Pescara e dell’Associazione Temporanea di scopo “Culto e Cultura in Abruzzo. Il Cammino dell’Apostolo Tommaso”.

Raffaella Zardoni, membro dello staff organizzativo della mostra ha fornito a ZENIT alcune anticipazioni sull’esposizione.

Come sarà strutturata la mostra?

Raffaella Zardoni: Obiettivo della mostra Il Volto Ritrovato è far conoscere le storie degli antichi ritratti di Cristo “acheropiti”, cioè non fatti da mani d’uomo: la Camulia, il Mandylion e la Veronica romana; e di presentare il Volto Santo di Manoppello, un misterioso ritratto di Cristo su velo conservato da quattro secoli in Abruzzo. Nell’Anno della Fede, con questa mostra, il Meeting vuole anche rispondere all’invito che prima Benedetto XVI e ora papa Francesco ci hanno rivolto a «guardare e lasciarsi guardare da Cristo».

La mostra sarà divisa in quattro sezioni storiche/geografiche in cui saranno presentate le storie di queste immagini che, leggendarie o meno, sono state l’autorevole modello del volto di Cristo, i cui tratti sono inconfondibili in Oriente come in Occidente. I percorsi tra le diverse sezioni vogliono ricordare le vie di pellegrinaggio medievale con le riproduzioni di alcune tra le più belle “veroniche” (copie del sudario di Cristo, conservato in San Pietro, che il popolo chiamava Veronica).

L’ultima parte del percorso è dedicata al Velo di Manoppello. In occasione della mostra è stata completata la trascrizione della Relatione Historica di padre Donato da Bomba, autenticata nel 1646, che narra l’arrivo del velo in Abruzzo. Grazie a una ricerca effettuata in collaborazione con i frati cappuccini presso l’Archivio di Stato di Napoli e l’Archivio di Stato di Chieti, sembra che si possa confermare l’arrivo del velo nel corso del XVI secolo. A Rimini non ci saranno aggiornamenti circa le indagini ottiche tuttora in corso, esami che, se ancora non confermano nessuna ipotesi sulla natura del velo e sull’origine dell’impressione del volto, al momento neppure smentiscono la possibilità che il Volto Santo sia qualcosa di diverso da un dipinto. La sezione si chiude con la presentazione della ricerca iconografica sulla Veronica romana nelle copie degli artisti pellegrini a Roma e la comparazione di questi col Volto di Manoppello. La profonda corrispondenza avvalora l’ipotesi di padre Heinrich Pfeiffer, professore all’Università Gregoriana, che nel 1999 ha identificato nel Velo di Manoppello la perduta reliquia romana. Sembra difficile infatti ipotizzare l’esistenza di un secondo oggetto altrettanto raffinato e corrispondente alle descrizioni della Veronica medievale.

Qual è, in sintesi, la storia del Volto di Cristo come reliquia e come meta di pellegrinaggio?

Raffaella Zardoni: Dal V secolo la storia della Chiesa è attraversata dalla memoria di un volto di Cristo impresso su stoffa (testimonianze più antiche citano un sudario di Cristo che i pellegrini potevano vedere nell’attuale Giordania o a Gerusalemme). Cercando un criterio per ordinare le innumerevoli versioni di leggende e racconti, abbiamo privilegiato le acheropite attorno alle quali si è creato un movimento di popolo, liturgico o artistico. I risultati sono stati per me sorprendenti perché, se in parte conoscevo il valore che la Chiesa ortodossa attribuisce al Mandylion, mi ha sorpreso scoprire che ciò che muoveva da tutta Europa i pellegrini verso Roma era il desiderio di vedere il volto di Cristo. Lo scrive anche Dante nella Vita Nuova: «In quel tempo che molta gente andava per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura». Questa attrattiva è continuata lungo tutta la storia, come si è visto quando nel 1898 Secondo Pia fotografò la Sindone: l’impressione che il volto di Cristo suscitò in tutto il mondo fu fortissima. Ma per la storia del Volto di Cristo resta significativa la visita che nel 2006 Benedetto XVI fece a Manoppello. In quell’occasione il Papa ha ripetuto i gesti dei pellegrini medievali riproponendoli a tutta la cristianità: si è inginocchiato a pregare e ha sostato lungamente a contemplare il Volto Santo.

Le acheropite legano l’impressione del volto sulla tela a un contatto diretto con Gesù, come è evocato da due racconti significativi: in Occidente, quello del velo con cui Veronica avrebbe asciugato il volto di Gesù durante la Via Crucis; in Oriente, quello del Mandylion, sul quale Gesù avrebbe impresso la sua immagine rispondendo al desiderio del re Abgar di Edessa. È questa un’invenzione dell’uomo che desidera bruciare i secoli affinché il suo sguardo diventi contemporaneo allo sguardo di Cristo o veramente «Cristo stesso ha trasmesso la sua immagine alla Chiesa» come affermano i Padri orientali? È difficile rispondere a questa domanda. Ma la storia è piena delle tracce di questa immagine più volte perduta e ritrovata, e ancora nel 1947 una mistica portoghese, la beata Alexandrina Maria Da Costa, che non poteva conoscere l’esistenza del velo di Manoppello, parlando del velo della Veronica scrisse che «quel ritratto senza eguali sarà contemplato sino alla fine del mondo». A che ritratto si riferiva, essendo noto che il velo della Veronica rinchiuso in San Pietro è ormai illeggibile?

Il Volto di Cristo di Manoppello ha una rilevanza particolare. Per quale motivo?

Raffaella Zardoni: Penso che il velo di Manoppello possa mettere in discussione molto di ciò che sappiamo riguardo alle acheropite di Cristo che, nonostante la ricca documentazione nelle fonti storiche e liturgiche, sono considerate poco più che leggende. Il velo abruzzese, anche se si rivelasse essere solo una stupenda copia cinquecentesca della Veronica romana, per le sue caratteristiche uniche e “impossibili” (è il solo ritratto su velo giunto fino a noi, il volto è identicamente visibile sulle due facce, e su entrambe sembra sparire nella trama se osservato frontalmente) ci permette di affrontare le contraddizioni che troviamo nelle descrizioni delle acheropite con l’ausilio di qualche punto fermo. Ad esempio, la beata Giuliana di Norwich (1342-1416) a proposito della reliquia romana scrive: «Il volto impresso sul velo della Veronica, che si trova a Roma, muta di colore e di aspetto, apparendo talvolta vivido e consolante, talaltra più afflitto e come morto, secondo che tutti possono vedere». Questa descrizione perde tutta la sua enigmaticità se la Veronica romana fosse simile al velo di Manoppello: chiunque l’abbia visto ha potuto constatare  che, a seconda dell’illuminazione, appare luminoso e sereno oppure livido e atterrito.

Come la Sindone, il Volto di Cristo esercita un’attrazione particolare – quasi “nostalgica” – anche sull’uomo moderno. Esistono storie di conversioni davanti a questa sacra immagine?

Raffaella Zardoni: Grazie per questa domanda, vorrei rimanere sulla sua prima affermazione sintetizzata dal poeta Jorge Luis Borges: «Gli uomini han perduto un volto, un volto irrecuperabile, e tutti vorrebbero essere quel pellegrino che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era, dunque, la tua faccia?». (J.L.Borges, L’artefice) Mi ha colpito leggere in un articolo di Horacio Morel un’altra espressione del poeta argentino: «Ho dubitato di Dio, ma non del suo volto». Cristo, il volto umano di Dio, esercita veramente un’attrattiva sul cuore dell’uomo, quasi come un “imprinting” che prescinda dalla storia e dall’educazione.

Una volta i frati di Manoppello mi dissero che c’è una strana discrezione nel parlare dei miracoli ottenuti per l’intercessione del Volto Santo (molti sono descritti nella Relatione Historica e il numero degli ex voto al Santuario è impressionante): è come se il Volto Santo invitasse innanzitutto a un tacito dialogo e il dono della guarigione passasse in secondo piano. Allora notai un particolare nei testi di Dante e Petrarca. Le ostensioni medievali della Veronica in San Pietro dovevano essere tumultuose: nelle cronache leggiamo resoconti di incidenti con morti e feriti a causa della calca. Eppure entrambi i poeti si soffermano sul desiderio e lo sguardo di un singolo pellegrino. Così ho capito che questa corrispondenza tra il cuore dell’uomo e Cristo appartiene a tutti i tempi.

Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

che per l’antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:

«Signor mio Iesù Cristo, Dio verace,

or fu sì fatta la sembianza vostra?

(Dante, Paradiso XXXI)

Movesi il vecchierel canuto et biancho

del dolce loco ov’à sua età fornita

et da la famigliuola sbigottita

che vede il caro padre venir manco;

[…]

et viene a Roma, seguendo ’l desio,

per mirar la sembianza di Colui

ch’ancor lassù nel Ciel vedere spera

(Francesco Petrarca, Canzoniere)

Il tema dell’incontro con Cristo è sempre stato uno dei motivi conduttori del Meeting di Rimini e un concetto assai caro a don Giussani. Che tipo di incontro si fa, in questo caso? Con il Cristo sofferente?

Raffaella Zardoni: Il volto di Manoppello porta i segni di sofferenza (gli stessi del volto sindonico: la guancia sinistra è deformata, il naso appare disassato, le labbra sono gonfie e insanguinate), guardandolo si intuisce che cosa significhi che Dio si fa specchio dell’uomo assumendo su di sé tutte le sue brutture, come disse una volta don Giussani (cfr. L. Giussani, L’attrattiva Gesù).  Cristo è veramente la misericordia del Padre e il punto d’incontro con l’uomo è nell’incrocio di sguardi che la contemplazione del Volto Santo attua. Sì, è lo sguardo come incontro ciò che mi è più caro nel Volto di Manoppello.

Nella mia prima visita a Manoppello partecipai alla processione di maggio che accompagna il Volto Santo dal Santuario al paese. Le colline di Manoppello somigliano alla Galilea e a Ain Karem, vicina a Gerusalemme.Quando il Volto Santo durante il percorso si fermò a benedire gli argini del torrente pensai – forse fu la prima volta – che potesse veramente essere qualcosa di diverso da una meravigliosa opera fiamminga. Il volto che sembra “affacciarsi” sorridente dal velo («Ma non è sempre così, a volte è severo» mi disse un uomo anziano) ricorda l’andare di Cristo per i villaggi. In fondo il velo di Manoppello – se l’ardita ipotesi di padre Heinrich Pfeiffer potrà un giorno essere confermata – abbandonando il tesoro di San Pietro ha soltanto anticipato l’invito di papa Francesco a «uscire verso le periferie esistenziali» tra gli uomini che lavorano, mangiano e vivono.

«Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo»: la suggestiva espressione con cui don Giussani concluse la sua testimonianza davanti a Giovanni Paolo II il 30 maggio 1998 dice di una reciprocità tra Cristo e l’uomo. Così abbiamo voluto che la mostra terminasse con due citazioni evocative dell’affetto che l’incontro di sguardi genera. A santa Brigida, giunta a Roma per il Giubileo del 1350, Gesù rivelò che «questo sudore uscì dal mio capo per la futura consolazione degli uomini»; nel 1937 alla beata Pierina De Micheli Gesù confidò: «Chi mi contempla mi consola».