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IL VESCOVO HA DATO INIZIO AL NUOVO ANNO PASTORALE NEL SANTUARIO DELLA GHIARA

Al termine della solenne Concelebrazione il Vescovo in persona ha comunicato le nomine del Nuovo Vicario Generale e del nuovo Consiglio Episcopale.

Riportiamo l’Omelia di Mons. Camisasca pronunciata durante la solenne celebrazione.

Cari fratelli e sorelle,

la data di oggi è tradizionalmente considerata come l’inizio dell’anno pastorale nella nostra diocesi. E tutto ciò può avere un suo significato, se ben compreso. Ma la vita in realtà deve essere guardata nella sua continuità. Essa non ammette divisioni schematiche. Convenzionalmente pensiamo sia utile dividerla in mesi e anni, ma sono ben altri gli avvenimenti che la rendono memorabile. La vita è segnata nella sua crescita, nelle sue cadute, nelle sue interruzioni e riprese, dagli eventi che Dio fa accadere per rivelarci il senso profondo della nostra esistenza, per stringere con noi la sua alleanza, per dare forma al popolo santo, inizio efficace del suo Regno nel mondo.

La nostra vita è una storia di salvezza che trae il suo significato e il suo peso dall’intera storia della salvezza, inaugurata con Adamo e che terminerà con l’ultima venuta di Cristo, quando Egli, dopo il Giudizio, consegnerà al Padre l’universo di cui Lui è il centro, divenuto una sola famiglia, un solo Corpo nel Figlio.

Queste mie parole non sono considerazioni pie, religiose, per anime belle: aprono il nostro cuore e la nostra mente verso le risposte alle domande che contano: perché sono al mondo? Cosa hanno a che fare gli altri con me? Resterà qualcosa della mia vita nel futuro del mondo?

Sono le risposte che tutti cerchiamo: le risposte a cui ci apre la fede, che è la luce più importante che abbiamo a disposizione per orientarci nella vita. Invito tutti a leggere la prima enciclica di papa Francesco – Lumen fidei – per comprendere quale grande tesoro sia la fede. Essa non è per nulla la strada di chi non vuol pensare, di chi non sa capire o conoscere, di chi vuole rinunciare alla propria testa. La fede ci insegna ad usare bene la testa, a riconoscere le domande per cui possiamo trovare luce nelle scienze e quelle di fronte a cui le scienze sono giustamente mute perché non sono di loro competenza.

Mentre ci avviciniamo alla conclusione dell’Anno della fede, ho pensato che fosse utile per la nostra Chiesa, per le comunità che la compongono, continuare a scoprire il grande mondo della fede, leggendo, studiando e meditando assieme gli Atti degli apostoli dove appare con chiarezza la fede della Chiesa che nasce.

Il sussidio che abbiamo preparato vuole essere un aiuto a incontrarsi con la realtà della Chiesa nel suo momento sorgivo e assieme nell’oggi delle nostre comunità. Esso vuole suscitare, attraverso lo studio e la meditazione, una più matura e consapevole appartenenza alla Chiesa, madre e maestra, così come l’ha definita il beato Giovanni XXIII. Anch’io mi riferirò nei miei incontro di quest’anno, soprattutto in quelli che farò con i sacerdoti, i diaconi e i giovani, prevalentemente al libro degli Atti e alla fede della Chiesa ivi raccontata.

Mentre si va lentamente compiendo il mio primo anno di permanenza tra voi, vorrei questa sera, sotto lo sguardo di Maria, Madonna della Ghiara e Regina della nostra città e della nostra diocesi, riprendere le parole che ho pronunciate il giorno del mio ingresso in Cattedrale e nel mio primo incontro con la Curia prima di Natale, per sviluppare e delineare così con più accuratezza un disegno. Penso in questo modo di comunicarvi il senso più profondo che attribuisco alle nomine che leggerò al termine di questa santa Messa.

Io sono venuto qui tra voi perché mandato dal Papa e, in ultima analisi, da Gesù. Non ho perciò un mio progetto, un mio programma, un mio disegno. O meglio, il mio progetto e programma è soltanto il desiderio di essere il più trasparente possibile di ciò che vuole il Signore.

Egli vuole che io sia profeta, cioè non pronunci parole mie, ma che dica le sue. Chiedete al Signore che, nella preghiera e nella meditazione della Sacra Scrittura, io faccia mie le parole di Gesù, quelle che Lui mi insegna e suggerisce al mio animo e alle mie labbra. Chiedete per me che non abbia paura di nessuno nel pronunciare le parole di Cristo, di nessun potere di alcun tipo, soprattutto non abbia paura della mia pochezza e delle mie debolezze. Anche voi, per la grazia del vostro battesimo, siete profeti. Anche voi, laici, diaconi, sacerdoti, consacrati siete chiamati a dire le parole di Gesù. Non diciamo parole nostre, ma cerchiamo di essere l’eco fedele e luminosa delle parole del Salvatore. Per questo occorre ascoltare, nella preghiera, la sua Parola, meditarla e studiarla.

Il Signore vuole che io sia sacerdote, che dispensi senza misura i suoi doni, quelli ottenuti dal suo sacrificio. Il dono del battesimo, che non può essere negato a nessuno, i doni dell’Eucarestia e della Confessione. La Chiesa, maestra di verità, deve apparire a tutti per ciò che è: madre di misericordia. Senza lasciarsi distogliere dal chiamare male il male e bene il bene, deve cercare le persone, dovunque esse vivano, in qualunque condizione si trovino, per annunciare e donare i beni ottenuti dalla morte e resurrezione di Cristo.

Quale grande grazia dello Spirito è stata l’elezione di papa Francesco! Dopo l’atto di profonda umiltà di Benedetto XVI, occorreva un uomo che, in profonda continuità con chi l’aveva preceduto, segnasse una pagina nuova. Quella pagina è ancora quasi interamente da scrivere, ma è stata preannunciata da molti segni. Occorre che la Chiesa viva quella profonda riforma di cui necessita in ogni epoca della storia e che consiste nel farsi bella (cfr. Dante, Purg II, 75) ad immagine del suo Signore e sposo. Più essenzialità nelle strutture e nelle opere, meno documenti, più tempo per il rapporto diretto con la gente. Occorrono comunità missionarie non chiuse in se stesse, ma animate dal desiderio di incontrare chi è alla ricerca di Cristo e spesso neppure lo sa. La nostra Chiesa ha una grande tradizione di vita caritativa: penso alla Caritas, alle Case della carità, ai Servi della Chiesa, ma assieme penso a tante iniziative conosciute e nascoste. Occorre purificare il nostro amore, la nostra carità perché sia espressiva di Dio che ha mandato suo Figlio. Non l’espressione di un nostro progetto sugli altri, ma la testimonianza del Padre che ha mandato il Verbo a farsi uomo per condividere in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana.

Il Signore vuole che io sia padre. Questo è il mio modo di governare: essere padre. La paternità è un’arte difficile, sempre in bilico tra la rinuncia e l’autoritarismo. Ogni giorno devo imparare dal Pastore buono come essere padre, devo trovare la giusta strada per esortare, per correggere senza demoralizzare, per imparare a parlare e a tacere.

Dio mi chiederà conto di tutto ciò e sotto il suo sguardo misericordioso ed esigente ho imparato a vivere le mie giornate in episcopio e sulle strade della nostra Chiesa.

Vorrei che tutti, preti, diaconi, seminaristi, religiosi, famiglie – soprattutto le famiglie che sono le realtà tra le più belle, ma anche più esposte della Chiesa – godessero di un raggio della mia paternità. Sento molto i limiti del mio tempo, della mia condizione umana. Vorrei essere personalmente in ogni casa. In ogni canonica. In ogni camera di ospedale. In ogni cella del carcere. Soprattutto vorrei essere là dove c’è solitudine, dolore, disperazione. Sappiate che almeno con la preghiera visito spiritualmente ognuno di voi.

La scarsità del clero e delle vocazioni sacerdotali è per me fonte di amarezza e di grande preoccupazione. Ogni prete che muore è una luce che si spegne e che viene rimpiazzata con difficoltà. Dobbiamo chiedere a Dio il dono di vocazioni sacerdotali vere, appassionate, mature. Dobbiamo dedicare la nostra riflessione alle parrocchie senza prete, alle unità pastorali, per vedere come rispondere alle necessità del nostro popolo e come aiutarlo a capire le conseguenze della scarsità del clero.

Ringrazio i diaconi permanenti del loro prezioso lavoro. Voglio dedicare la mia riflessione futura alle modalità della loro formazione in vista dell’ordinazione. La realtà della Chiesa che vogliamo vivere ci invita, soprattutto in questo campo, a una comunione profonda tra sacerdoti, diaconi e laici, sacrificando ogni esagerato protagonismo per il bene del popolo cristiano.

Cari fratelli e sorelle,

ho detto finora chi vorrei essere io per voi e con voi, con quale spirito voglio guidare la diocesi assieme ai miei collaboratori. Ma lo scopo di tutto non è il vescovo, né la curia: lo scopo è l’annuncio di Cristo morto e risorto, Salvatore degli uomini, e il radunarsi del suo popolo attorno alle sue parole e all’Eucarestia, la crescita del corpo di Cristo nel mondo, centro del cosmo e della storia.

Siamo servi di Cristo e perciò servi dei battezzati, servi di ogni uomo e donna, per condurre tutti a Cristo. In questo primo anno del mio episcopato ho potuto incontrare tanti laici, apprezzare tante professioni, tante iniziative di lavoro, di assistenza, di educazione e istruzione, di aiuto ai più poveri, abbandonati, soli. Ho sperimentato anche la mia e nostra impotenza di fronte alla grave crisi economica, alla perdita del lavoro, ai sacrifici di tante famiglie.

Anche quest’anno dedicherò ai laici una parte privilegiata del mio tempo, in particolare ai giovani che incontrerò ancora in Cattedrale secondo un calendario già comunicato.

E’ ora di riprendere la celebrazione della Santa Messa. Mettiamo nelle braccia di Maria ogni nostro desiderio e attesa, ogni nostra preoccupazione e Lei ci assisterà e verrà incontro, si mostrerà come Madre a tutti noi.

Amen.

vescovo.camisasca