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Il Vescovo Adriano Caprioli celebra l’Eucarestia con la comunità di Luzzara

IL POCO E IL TUTTO DELLA FEDE

Omelia su Marco 4,26-34 a Luzzara

Mi è capitato, dopo aver vissuto un mese di volontariato tra i terremotati del Friuli, camminando da Tarcento a Gemona su di un sentiero roccioso di montagna con il mio gruppo di giovani Scout, di vedere tra due grosse pietre un ramoscello, là dove mai mi sarei aspettato di trovarlo. Come è possibile che un piccolo seme abbia potuto spuntare da una roccia senza vita? È la sorpresa che un buon osservatore della realtà come Gesù vuole comunicare nella pagina di Vangelo che abbiamo ascoltato.

Il granellino di senape

“A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante, e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra” (Mc 4, 30-32).

Gesù amava tutto ciò che appartiene all’ordine della piccolezza. Non si lasciava abbagliare dagli aspetti spettacolari e appariscenti della realtà, quanto piuttosto da quelli umili, discreti, apparentemente insignificanti. Per questo ha elogiato il lievito nascosto nella pasta, i fiori semplici del campo, l’obolo della vedova, il bambino che allora non contava nulla. Per questo ha elogiato con particolare emozione quel niente che è rappresentato da un piccolo seme come il granellino di senape.

Ma perché Gesù ha elogiato con particolare attenzione realtà così piccole come il granellino di senape? Un granellino di senape per Gesù in apparenza è NIENTE, in realtà è TUTTO. Certamente è qualcosa che a stento si potrebbe trattenere tra le dita, eppure racchiude una potenzialità, un’energia nascosta, una promessa di qualcosa di nuovo, di grande, di bello. Ma a quali realtà di fatto Gesù si riferisce quando elogia la vitalità del granello di senape?

Stiamo celebrando l’Eucaristia. Che cos’è l’Eucaristia? Una piccola ostia bianca, un poco di pane che tra poco verrà spezzato, e un poco di vino che verrà versato con alcune gocce d’acqua. Niente di appariscente. Eppure lì, per la forza dell’azione dello Spirito invocata dalla preghiera del sacerdote, il poco di pane e di vino diventerà il Corpo e il Sangue di Cristo. Il poco contiene già il TUTTO, ma il TUTTO ci è dato nel frammento.

Non è un caso che Gesù, quando si vede seguito da tutta una folla, e chiede ai suoi discepoli di dare loro da mangiare, i discepoli da economisti che calcolano le risorse, domandano a Gesù: “Dove potremo compare il pane, perché costoro abbiano da mangiare?… ”. Qui c’è un cambio di scena: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci…”. E Gesù parte proprio da quei pochi pani e pesci per sfamare tutta una folla (cf. Gv 6). Qualcuno ha fatto osservare che dietro a quel ragazzo ci doveva essere stata la tenerezza e lungimiranza di una madre, che doveva avere educato il figlio a non vivere alla giornata, ma a investire per il futuro.

Il compito della Chiesa dopo il terremoto

Si dice che un parroco in Polonia dopo che la chiesa era stata distrutta dai bombardamenti, mentre la gente voleva restaurare il crocifisso trovato spezzato per terra senza le mani e i piedi, abbia detto alla sua gente: “No, rimettiamo il crocifisso al suo posto nell’abside ricostruita così come lo abbiamo trovato”. La gente, inizialmente non era d’accordo, tanto era la devozione per il loro crocifisso, ma capì, quando rientrando in chiesa per l’inaugurazione trovò sotto il Crocifisso questa scritta: “Voi siete le mie mani e i miei piedi”.

Visitando in questi giorni le parrocchie del guastallese sono rimasto molto impressionato dal fatto che gli edifici più colpiti sono, oltre le case e le fabbriche, gli oratori e le scuole, le chiese e i municipi. Gli esperti potrebbero darci spiegazioni tecniche del fatto: l’altezza degli edifici, il peso della loro storia, l’imprevisto cedimento di alcune strutture. I due edifici sono i principali simboli della nostra comunità. Sono i due luoghi in cui esprimiamo i desideri più umani: cercare il volto di Dio vicino all’uomo, vivere in una società giusta e solidale.

Carissimi, quando ho visto le nostre chiese crollate e chiuse ho pensato al grido profetico di Benedetto XVI che continua a dirci che la crisi in Europa è una crisi di fede, che rischia di far crollare la Chiesa in Occidente. E, vedendo i municipi pericolanti e inagibili ho pensato alla nostra convivenza municipale, nazionale ed europea minata dal “sisma” del nostro individualismo utilitaristico, della cultura dei diritti individuali, senza quella dei doveri delle relazioni personali, familiari, sociali.

Quale allora il compito di una Chiesa e di una società civile dopo il terremoto? Certo la ricostruzione degli edifici sacri e civili, delle case e delle fabbriche, per cui ringraziare tutti (Vigili del fuoco, Croce Rossa, Protezione civile, Comuni, Regione, i nostri tecnici della Curia, l’Ufficio Beni Culturali), senza dimenticare i parroci, presenti 24 ore su 24, qualcuno vivendo in tenda… come don GINO di Reggiolo. L’impegno ora è di non tralasciare nulla per aiutare queste comunità a riprendere vita: il lavoro in primo luogo; la scuola e l’oratorio estivo per i ragazzi, il rientro nelle case per una normale vita familiare.

Amo pensare e pregare che il vostro coraggio, le dedizione eroica di quanti si stanno mobilitando per alleviare le sofferenze, la testimonianza commovente del clero e dei laici, la intraprendenza e insieme il coordinamento dei responsabili delle decisioni da prendere per il futuro, siano un segno precursore ed esemplare: il segno che tutti sono chiamati a ricostruire vere comunità civili, che non si riducano a coesistenze di opposti interessi, e a riflettere sulla qualità della nostra appartenenza alla Chiesa, riscoprendo durante l’imminente “Anno della fede” il tesoro del Vangelo.

È l’invito, quasi un monito che mi ha colpito mercoledì scorso a conclusione della Messa del 13 del mese a Brugneto, presso il santuario della Madonna dello Spino, di una donna semplice: “Il terremoto ci ha fatti uscire dalle nostre chiese. Da soli non riusciremo a ricostruirle con le nostre mani, ma tocca a noi ritornare ad essere pietre vive da cui fiorisce la nostra fede e appartenenza alla Chiesa”.

+ Adriano, Vescovo
Luzzara, 17 giugno 2012

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