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IL SINGHIOZZO E IL SEMPRE

«La morte fu il primo mistero. Mise l’uomo sulla via degli altri misteri. Elevò il suo pensiero dal visibile all’invisibile, dal transitorio all’eterno, dall’umano al divino».
Gli uomini che come Fustel de Coulanges, autore delle parole citate, studiano la nascita dell’uomo, storici delle religioni, paleoantropologi, sono da tempo giunti a una conclusione: l’ uomo vero, simile a noi, quello che si stacca dall’ominide, non è solo “sapiens”, ma anche “religiosus”. I primi uomini controllano il fuoco, e lo usano per illuminare le caverne, dove celebrano riti. L’uomo che si specchia e riconosce in Amleto, in Dante, nasce quando un dolore straziante lo percuote di fronte alla morte di un simile. In quell’attimo di strazio l’ominide è il passato, un’ombra. Traverso la morte, grazie alla morte, l’uomo sospetta che esista altro, leva lo sguardo verso il cielo, inappagato ormai dell’orizzonte, e interroga, e cerca. La morte dischiude le porte dell’immortalità. Quello che i grandi studiosi oggi affermano fu intuito perfettamente e perfettamente espresso nell’opera di un filosofo, Vico, e di un poeta, Foscolo. L’uomo non può non soffrire tremendamente per la morte. Ma sente che in quel suo incontenibile singhiozzo si apre la porta della trascendenza e di un possibile mondo ulteriore, prima e dopo, per sempre.
avvenire.it