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Il senso della Quaresima (marzo 2010)

Quaresima è una parola nota e carica di storia, e tuttavia è sempre più svuotata in un mondo distratto, ove persino il carnevale è ben più incisivo e presente. La Quaresima sembra priva di senso concreto e storico. Eppure l’uomo contemporaneo ha bisogno di questo “non senso” del tempo quaresimale. Siamo certamente lontani da quei secoli passati quando la Quaresima era così piena di significato da far nascere la famosa “tregua di Dio”: Papi e principi stabilivano (siamo attorno all’anno Mille) che dovevano essere interdette tutte le azioni di guerra dal mercoledì delle ceneri sino a Pasqua. Oggi, la Quaresima, in genere, è un tempo del tutto irrilevante, tanto che nessun segno esterno, visibile, ne dà notizia o la ricorda. Per molti credenti forse è un poco di contrizione il venerdì con l’astinenza dalle carni, o dalla televisione come qualcuno ha suggerito.

Ma qual è il valore di questo tempo? In maniera sintetica si potrebbe dire che è un tempo opportuno per ricomprendere sé stessi. Ed è un’occasione particolarmente favorevole ai nostri giorni, visto che la Quaresima è sfuggita al cappio consumista in cui sono caduti Natale, Epifania, Pasqua… Per il credente si tratta di ritrovare il battito di un tempo diverso (quello segnato da Dio) che sembra non aver cittadinanza nella storia. E invece è la storia. L’antico segno delle ceneri, emarginato dai nostri razionalismi e dai nostri sensi di modernità, eppure così vero, ha aperto il tempo quaresimale. Quella cenere, accompagnata dall’espressione biblica: «Ricordati che polvere sei e in polvere ritornerai» (Gn 3,19), vuol dire, sì, penitenza e domanda di perdono, ma soprattutto significa una cosa molto semplice: siamo polvere, ossia siamo tutti, nessuno escluso, deboli e fragili. L’uomo che oggi s’innalza, che si sente potente e in piena salute, domani non è più nulla. È una dimensione terribile, da cui cerchiamo di fuggire. Eppure è molto concreta! Intendiamoci, non si vuole con questo tornare alla proposta di una religione della paura. Tutt’altro. C’è anzi un che di liberante nel non dover sempre far finta di essere forti e senza contraddizioni, visto che viviamo in un mondo che abitua a pensare a sentirsi forti, e a bandire ogni debolezza, ogni fragilità: la debolezza è condannata… e si diventa spietati.

La Quaresima parte dalla memoria della nostra fragilità non per spaventare, semmai per aiutare a trovare il cuore, per farci tornare all’essenziale, a quel che conta davvero nella vita, anche quando si indebolisce. Gesù, dopo quaranta giorni di deserto e di digiuno, indebolito nel corpo, risponde al Tentatore: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». In questa frase è racchiuso tutto il senso della Quaresima e del digiuno. Si tratta di un tempo in cui è necessario dare spazio alla Parola di Dio: essa va diretta al cuore e lo irrobustisce. La Quaresima perciò raccorda il Vangelo con il cuore, la Parola di Dio con la vita. Non è questione di qualche pratica ascetica in più, di un’opera in più, di una fatica in più. La Quaresima ci fa scoprire il bisogno di avere un cuore che non sia più di pietra ma di carne, un cuore più simile a quello di Dio. (di Vincenzo Paglia – vivereinarmonia.it)