Il passo indietro. Sfida il racket, riottiene la scorta

Sfida il racket, riottiene la scorta

Avvenire

Benedetto Zoccola deve nuovamente avere la scorta sul tutto il territorio nazionale e i militari dell’Esercito di guardia sotto casa perché «non risulta documentata la pur enunciata attenuazione del fattore di rischio connessa alla forza intimidatrice della locale criminalità organizzata » e «la revisione del di- spositivo tutorio non tiene conto dell’attualità del pericolo, segnatamente della commissione in danno del ricorrente di reiterate condotte di intimidazione commesse in periodi non troppo risalenti nel tempo». Lo scrive il Tar della Campania accogliendo il ricorso dell’imprenditore antiracket di Mondragone ed ex vicesindaco, sequestrato e picchiato dai camorristi per averli denunciati e poi vittima di una bomba davanti a casa che gli ha tolto l’uso di un occhio e di un orecchio. Come avevamo scritto il 20 settembre dello scorso anno la scorta gli era stata limitata solo al territorio della Campania e tolti i soldati che dal 2012 sorvegliano giorno e notte la sua abitazione. Ora il Tar boccia in modo netto questa decisione, bacchettando Viminale e Prefettura, e lo fa proprio mentre il ministro dell’Interno, Matteo Salvini torna ad annunciare tagli alle scorte, accusando chi la usa «come status symbol» e «come autisti o accompagnatori personali». Non è il caso del giovane imprenditore, come hanno sentenziato i giudici. 

«Non voglio fare polemiche, non sono abituato a farlo – ci dice commentando la sentenza –. È stato sicuramente un periodo difficile però ho creduto sempre nella giustizia e ancora una volta la giustizia ha dimostrato che è bene fidarsi, perché mi ha dato ragione». Soprattutto sul permanere dei rischi. «Chi vive questo territorio – riflette Benedetto – sa che certamente non è un territorio facile. Ma io non ho allentato il mio impegno, non ho fatto un centimetro indietro, anzi ho dimostrato di metterci ancora una volta la faccia dove tanti fanno passi indietro». E, infatti, anche senza scorta ha continuato a girare, a incontrare scuole e associazioni, raccontando la sua vicenda e l’importanza di reagire alla violenza camorrista. E non ha smesso di denunciare quello che non va nella sua terra. Il Tar ricorda che vicino alla sua abitazione «vive in regime di arresti domiciliari una pregiudicata per reati associativi che ha riportato una condanna penale all’esito di un giudizio fondato, tra l’altro, su dichiarazioni testimoniali», proprio di Zoccola e «nel medesimo comune vivono diversi affiliati al clan, nei cui confronti ha reso dichiarazioni nell’ambito di procedimenti penali». 

Eppure la riduzione della scorta, sottolineano i giudici, «è stata deliberata in seguito alla rilevata attenuazione dei fattori di rischio, visto che il ricorrente non ricopre più l’incarico di vicesindaco presso il Comune di Mondragone, il clan sarebbe stato disarticolato e gli autori delle minacce e delle estorsioni in danno di Zoccola sarebbero attualmente ristretti in carcere». Ma il Tar ritiene che si tratti di «motivazione generica», e «non sono stati allegati provvedimenti cautelari e sentenze che comprovino l’effettiva disarticolazione del clan camorristico operante nel comune». Dunque, aggiungono i magistrati, «non è chiaro quali concreti elementi documentali siano stati presi in considerazione nell’esame valutativo operato dall’Ucis (l’Ufficio del Viminale addetto alle scorte, ndr) e dalla Prefettura, né quali valutazioni abbiano condotto alla scelta di limitare la protezione garantita dallo Stato al ricorrente al territorio di una sola Regione e di eliminare la vigilanza fissa presso l’abitazione». E questo anche alla luce dell’«esistenza di minacce recenti ed ulteriori denunciate alle forze dell’ordine». Inoltre, ricordano ancora i giudici, «l’attenuazione del sistema di protezione sarebbe inidonea a garantire l’incolumità personale dell’istante poiché lo lascerebbe sguarnito di tutela allorquando si reca fuori dalla Regione Campania, ciò che si verifica frequentemente essendo impegnato nella divulgazione delle proprie esperienze in tutta Italia e nella diffusione della cultura della legalità». Per questo il Tar giunge alla conclusione dell’«accoglimento del ricorso e al conseguente annullamento degli atti impugnati, con ripristino dei dispositivi di sicurezza precedentemente applicati».

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