Il parroco prudente e la Bussola imp(r)udente

HOMEECUMENISMO E DIALOGOIl parroco prudente e la Bussola imp(r)udente

Il parroco prudente e la Bussola imp(r)udente

Nella coscienza ecclesiale sta maturando, gradualmente ma in modo irreversibile, una diversa comprensione delle “differenze” tra i cristiani. Ciò che per secoli abbiamo vissuto come contraddizione e come errore, come un “aut” “aut”, da qualche decennio inizia ad essere letto e vissuto come opportunità e come ricchezza, come un “et” “et”: così quella che appariva come pericolosa negazione della comunione inizia ad essere percepita come ricchezza differenziata nella comunione.

In questo cammino, fatto di documenti innovatori e di pratiche inconsuete, le diverse confessioni cristiane hanno iniziato a camminare, in modo non uniforme e con evidenti resistenze.

Qualche settimana fa a Milano una celebrazione cattolica, con la presenza all’ambone e presso l’altare di una pastora battista, ha suscitato reazioni violente da parte di un blog (Nuova Bussola Quotidiana) che si è abituato a confondere la tradizione cattolica con un “monolite immutabile”. Così un articolo, male intenzionato e peggio argomentato, ha potuto valutare le aperture del parroco don Giuseppe Grampa come una negazione della verità cattolica, come un’eresia, come un grave delitto, come uno scandalo.

Alla risposta del parroco, apparsa sul bollettino parrocchiale di marzo, il blog ha pensato bene di controreplicare con ancora maggiore durezza, quasi inscenando un piccolo “tribunale della inquisizione”, in cui ha sottoposto al parroco una singolare “Professione di fede cattolica” – costruita malamente con frasi tratte senza discernimento dal Concilio di Trento (1551) e da una istruzione della Congregazione del culto divino, Redemptionis Sacramentum (2004) – alla quale professione di fede, secondo il giudizio azzardato della scrivente, il parroco avrebbe dovuto rispondere semplicemente “sì” o “no”.

A me pare che proprio questo modo “rozzo” di porre le questioni dimostri la mancanza di cultura teologica e di aggiornamento ecclesiale di questi “corrispondenti romani”, che pensano di scrivere vivendo nel 1915 o nel 1932, e ritengono forse che siano ancora vigenti le condanne del Sillabo o la “messa all’indice” delle Operette morali di Leopardi. Da più di mezzo secolo, però, anzitutto nei rapporti ecclesiali, molte cose sono cambiate e devono essere accuratamente considerate, per affrontare con correttezza tutta la questione. Provo a presentare qui brevemente i cambiamenti più rilevanti, di cui la replica sgarbata al parroco don Giuseppe non tiene conto alcuno:

a) Il cammino di confronto ecumenico ha contribuito a riconoscere che l’“oggetto della scomunica” di 500 anni fa non corrisponde più alla posizione del “nemico”, ma solo alla rappresentazione che la controparte se ne era fatta, 5 secoli prima, sotto la pressione della polemica. Quello che i cattolici dicevano dei protestanti, e che i protestanti dicevano dei cattolici, non era fedele alla realtà dell’altro. Anzitutto sulla dottrina della giustificazione, ma anche in campo sacramentale, abbiamo oggi maturato, da entrambe le parti, una comprensione più equilibrata delle buone ragioni proprie nonché di quelle altrui. E oggi riconosciamo anche volentieri i limiti delle nostre visioni insieme ai pregi di quelle altrui. E così fanno pure gli altri.

b) Il confronto teorico, tra cattolicesimo e protestantesimo, è diventato anche “prassi di preghiera comune”. In questi casi, come è evidente, valgono delle regole di ospitalità che permettono di incontrare coloro che appartengono a tradizioni diverse da quella cattolica, mediante alcuni accorgimenti del processo rituale e della rappresentanza ecclesiale, che sono giustificati, precisamente, dalla rilevanza dell’interlocutore. L’interesse per l’altro giustifica la selezione da operare nelle pretese di uniformazione. E rende possibile anche ciò che prima era considerato o irreale o impensabile.

c) Questa prassi ecclesiale, che prevede di accogliere l’altro e di farsi accogliere dall’altro, mediante una serie di “azioni e parole condivise”, chiede evidentemente a ciascuno di “lasciarsi convertire dall’incontro con l’altro che è diverso”. Come accade in ogni altra esperienza della vita, anche qui, colui che per tradizione è diventato “diverso da me” può essere incontrato solo nel “credito di fiducia” e non nel sospetto, nell’apertura di cuore e non nella chiusura della mente. Un supplemento di umanità e di buon senso rende disponibili a ciò che, per principio, potrebbe essere semplicemente escluso.

d) Per costruire una comunione ecclesiale ed eucaristica nel futuro comune delle Chiese cristiane occorre anzitutto uscire da una logica dominata dai “canoni di condanna” e dalla rilevazione degli “abusi liturgici”. Si tratta di “linguaggi ecclesiali” che non costruiscono ponti, ma muri. Se per cercare di comprendere quello che ha fatto con tanta saggezza il parroco di S. Giovanni in Laterano a Milano si utilizza solo un testo di 500 anni fa, in cui la parola più usata è “anathema sit”, e un documento recente che si preoccupa solo di rilevare gli “abusi” della celebrazione eucaristica cattolica, si commette un errore di metodo e di stile quasi imperdonabile. È come guardare una partita di calcio facendo attenzione soltanto a quanto “si sporcano” i giocatori col fango, o a quante “parolacce” dicono durante il gioco. La prospettiva è distorta, non coglie il centro e genera mostri.

e) Va aggiunto, inoltre, che il tono avvocatesco, nel quale cade la giornalista volonterosa, è l’inevitabile conseguenza di un uso sprovveduto delle fonti e della mancanza di un minimo di conoscenza delle tradizione altrui. È vero che per secoli abbiamo conosciuto del protestantesimo solo ciò che era stato oggetto di condanna cattolica. Ma oggi, con tutto il cammino compiuto, soltanto il pregiudizio verso la identità dell’altro, la sua riduzione alle nostre antiche o recenti definizioni riduttive, ci permette di guardarlo solo con diffidenza e con ostilità, e di coinvolgere in questo sguardo chiunque non lo combatta apertamente, o addirittura voglia “celebrare” con lui. Vedendo gli altri solo come “minacce”, si parte lancia in resta contro ogni apertura. E brandendo il nostro “canone tridentino” pretendiamo di fermare la storia al 1551.

f) Questo atteggiamento pieno di pregiudizi può essere superato anzitutto con uno “sguardo diverso”. Le gravi divisioni che hanno turbato e sfigurato il corpo della Chiesa, in questi ultimi secoli, ci chiedono oggi un mutamento anzitutto dello sguardo e dell’atteggiamento. L’altro cristiano – luterano, battista, valdese o anglicano che sia – con la sua differenza di tradizione, di dottrina e di prassi, più che rappresentare per noi un rischio appare invece come una opportunità. Incontrarlo sbandierando il catalogo dei “suoi” errori impedisce di riconoscere lui e travisa anche la nostra identità. Noi non siamo anzitutto un catalogo degli errori altrui. Con il metodo adottato dall’articolo di NBQ non sfiguriamo quindi soltanto gli altri, e di questo dovremmo scusarci con loro, ma anzitutto sfiguriamo noi stessi e la nostra stessa tradizione. Non riesco proprio a ritrovare l’autentico cattolicesimo in questa caccia alle streghe protestanti.

Per questo ritengo che don Giuseppe Grampa, per come ha proceduto sul piano operativo, e anche per come ha spiegato pacatamente la sua azione sul bollettino della parrocchia, si sia mosso con quella prudenza della profezia che sa bene come, in determinate circostanze della storia, l’unica forma di azione che sia all’altezza di onorare la tradizione in modo davvero prudente non consiste nel restare fermi e sospettosi, per difendersi dalla minaccia dell’altro, ma sta nel muoversi, agire, costruire ponti, porre precedenti, dare fiducia e uscire all’aperto. Chiedere ad un parroco di rispondere “sì” o “no” alle proposizioni tridentine, per iniziative avvenute nel 2019, è anzitutto un modo di essere imprudenti (oltre che impudenti). Direi che è un modo di essere spudoratamente imprudenti. Prudenza dottrinale vuole che noi ci accolliamo una riformulazione di quelle prospettive tridentine, che sono da pensare in un mondo diverso e in una chiesa diversa da quella di 500 anni fa. Se non si tiene conto della storia, del cammino delle Chiese, della nostra come delle altre, si cade facilmente in una cecità altamente rischiosa, proprio sul piano della dottrina: questa è l’imprudenza che scaturisce allo stesso tempo dalla rigidità dottrinale e dalla indifferenza verso l’altro. La dottrina diventa una pietra e l’altro un bersaglio. Rispetto a questa possibilità imprudente, occorre dare invece il primato alla prudenza della relazione, al rischio della apertura e alla viva immaginazione di una Chiesa in uscita, che sa leggere i segni dei tempi, senza paura e con lungimiranza. Su questa linea, che si è aperta ormai da più di 50 anni, ha saputo muoversi in modo prudente e convincente l’azione pastorale ed ecumenica di don Giuseppe Grampa. Con vero stile cattolico.

settimananews


Precedente Lavoro / I videogiochi per formare i giovani talenti Successivo Documento di Abu Dhabi: un commento islamico