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Il paradiso sono gli altri

Paesi cristiani, una tendenza giunta dalle profondità della sensibilità ha cercato, soprattutto a partire dal XVIII secolo, di valorizzare il ricongiungimento nell’aldilà con coloro che abbiamo amato sulla terra. Questo desiderio continua ad abitarci. Anche se ormai ci mancano le immagini per dire il paradiso, è confortante situare gli esseri umani, e in particolare quelli a cui eravamo affezionati, nella vicinanza luminosa e rassicurante di un Dio d’amore. Mi pare così che esista un incontro felice fra l’essenza del discorso cristiano e una richiesta fondamentale dei nostri contemporanei. Infatti il cristianesimo ha sempre contrapposto alle incomprensioni e ai conflitti di quaggiù la speranza di un avvenire d’amore e trasparenza reciproci. Un’edizione tarda (Lovanio 1589) dell’Art de bien vivre et de bien mourir promette che gli eletti saranno «nell’invincibile letizia», non solamente «per il possesso del divino diletto», ma anche «per l’amore che avranno gli uni per gli altri; saranno uniti eternamente al loro Dio e fra sé». L’Introduzione alla vita devota di san Francesco di Sales assicura analogamente che gli eletti «perpetuamente cantano il cantico dolce dell’amore eterno: perpetuamente godono d’una costante allegrezza; si donano scambievolmente indicibili contentezze, e vivono nella consolazione d’una felice e indissolubile comunanza di vita».

Ecco la socievolezza e la comunicazione paradisiache alle quali aspira una civiltà che, come la nostra, rischia di diventare una somma di solitudini. Questa speranza si contrappone alla cupa affermazione di Jean-Paul Sartre: «L’inferno sono gli altri». All’obiezione: «Si possono conciliare visione beatifica e convivialità paradisiaca?», furono date parecchie risposte concordanti e affermative nel corso della storia cristiana. Beda il Venerabile scrisse: «I beati, oltre a riconoscere coloro che hanno conosciuto in questo mondo, riconoscono anche, come se li avessero visti e conosciuti, i buoni che non videro mai. Infatti, cosa possono ignorare in cielo, poiché tutti vi vedono in una piena luce il Dio che sa tutto?». San Bernardo confermò: «I beati sono uniti fra sé da una carità tanto più grande in quanto loro stessi sono più vicini alla carità di Dio». È ancora più esplicito il gesuita del XVII secolo Drexel nella sua Tavola delle gioie del paradiso. Trattando «di questa dolce compagnia e di questa buona intelligenza dei beati», esclama: «Com’è cosa dolce e deliziosa veder dimorare insieme fratelli che vanno d’accordo, perché è questo l’ordinario in cui Dio, che è Dio d’amore e di pace, fa piovere abbondantemente le benedizioni e i favori della vita eterna. […] Ogni beato andrà partecipando alla felicità di tutti, e tutti andranno godendo della felicità di uno solo, come se fosse la propria felicità. [In paradiso] tutti possono dire di ogni individuo: è un altro me stesso; cosicché ciascuno è così lieto della felicità del suo compagno come della propria». Nonostante queste citazioni, solo in data relativamente recente il cristianesimo ha posto in piena luce la «dimensione sociale» dell’aldilà, liberandoci da una «visione di un mondo futuro in cui tutti gli individui sarebbero in qualche modo giustapposti». Mi pare che due opere in particolare abbiano favorito la presa di coscienza di questa «dimensione sociale»: quella del domenicano Casto Innocente Ansaldi, Della Speranza e della consolazione di rivedere i cari nostri nell’altera vita (1772) e quella del gesuita François-René Blot, Au ciel, on se reconnait (1863), la seconda delle quali si basa sulla prima. Fatto significativo: il libro di Blot fu un best-seller e la Biblioteca Nazionale Francese ne conserva una ventina di esemplari che testimoniano riedizioni successive. Queste due opere permettono di stabilire un legame pedagogico fra il tema della socievolezza paradisiaca e quello del rincontrarsi privilegiato nell’aldilà con gli esseri cari di quaggiù. Ansaldi scrisse, certamente, che la visione beatifica costituisce «la più grande, la più nobile e la più sublime speranza cristiana». Ma tutto il suo libro, annuncia nell’introduzione, tenderà a mostrare che «la consolazione di rivedere gli esseri cari in cielo non sarà una distrazione dal godimento del Sommo Bene. […] Al contrario, la speranza di poter essere riuniti in cielo a coloro che ci erano più cari sulla terra deve essere un’occasione, un incitamento e una scala per nutrire il nostro desiderio di vedere Dio e di esseri uniti a lui».

Quanto al vescovo che scrisse la prefazione al libro di Blot, consapevole che occorre far capire la dimensione sociale dell’aldilà, forse insufficientemente affermata fino ad allora, egli afferma: «Se i beati non si riconoscessero vicendevolmente, che idea ci si potrebbe fare della felicità del cielo? Bisognerebbe necessariamente immaginarsi una moltitudine di esseri isolati gli uni dagli altri, senza azione né rapporti reciproci, immobili, assorti in una contemplazione immutabile, e in qualche modo materializzati; ma il loro insieme non formerebbe più né una compagnia di amici, né la famiglia spirituale, né la città di Dio. […] Il cielo diventerebbe[…] una specie di carcere diviso in celle in cui le anime, avvinte dalla felicità essenziale della visione beatifica, non saprebbero affatto ciò che avviene attorno ad esse e vivrebbero in una sorta di isolamento senza ragione». Affermazioni sorprendenti che sarebbero piaciute a Teresa di Lisieux, e in sintonia con la sensibilità moderna. Alla speranza di una perfetta comunicazione fra gli abitanti della città celeste si aggiunge oggi, in coloro che rifiutano il nichilismo escatologico, la convinzione che coloro che abbiamo amato restano vicini a noi dopo la morte. Storia e antropologia si incontrano qui.

Jean Delumeau – avvenire.it