Il papa, l’Europa e il sovranismo

«Il sovranismo è un atteggiamento di isolamento. Sono preoccupato perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. “Prima noi, noi… noi”: sono pensieri che fanno paura. Il sovranismo è chiusura. Un paese deve essere sovrano, ma non chiuso. La sovranità va difesa, ma vanno protetti e promossi anche i rapporti con gli altri paesi, con la Comunità europea. Il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre»: è un passaggio dellìintervista che La Stampa ha fatto a papa Francesco (9 agosto).

Il tema maggiore, non unico, è l’Europa e il suo futuro.

Nelle decine di interviste che ha concesso in questi sei anni di pontificato, il papa ripercorre, sviluppa, chiarisce, sminuzza i temi del suo magistero. Nei confronti dell’Europa i riferimenti maggiori sono cinque discorsi: al Parlamento e al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014), in occasione del premio Carlo Magno (6 maggio 2016), per i 60 anni del Trattato di Roma (24 marzo 2017) e alla conferenza su ri-pensare l’Europa (28 ottobre 2017).

L’intervista e i discorsi

I capitoli che sviluppa di più nei suoi discorsi sono quelli legati all’identità del continente, alle sfide maggiori da superare, alle prospettive del futuro fino al ruolo e alla responsabilità dei credenti europei per l’oggi.

Nell’intervista afferma: «La propria identità (di popolo e di nazione, ndr) non si negozia, si integra. Il problema delle esagerazioni è che si chiude la propria identità, non ci si apre. L’identità è una ricchezza – culturale, nazionale, storica, artistica – e ogni paese ha la propria, ma va integrata nel dialogo. Questo è decisivo: dalla propria identità occorre aprirci al dialogo per ricevere dalle identità degli altri qualcosa di più grande».

C’è una identità anche del continente: «Il punto di partenza e di ripartenza sono i valori umani, della persona umana. Insieme ai valori cristiani: l’Europa ha radici umane e cristiane, è la storia che lo racconta». Quando Francesco parla di «radici cristiane» – espressione che non cita, ad esempio nel discorso al parlamento europeo – non allude a forme di neocristianità o a richieste di ruoli di potere, quanto piuttosto alla dialettica fra spazio sacro e spazio profano che ha propiziato nell’Occidente la conquista delle sue libertà, dallo stato di diritto alla stessa democrazia.

«L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale» (premio Carlo Magno). Come è decisivo il superamento,  già vissuto dal monachesimo benedettino, dal servus (schiavo) al miles (soldato), dalcives (cittadino) alla persona costituita ad immagine di Dio (re-inventare l’Europa), così ogni sviluppo dell’identità europea richiede il dialogo. «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegnando loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. Il tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare non strategie di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione» (premio Carlo Magno).

Nell’intervista non riprende argomenti approfonditi nei discorsi, come il superamento della laicità ideologica per una laicità inclusiva, l’economia sociale di mercato, la fecondità demografica, il rapporto fra le generazioni, la pace e la democrazia. Si concentra sulla questione più urgente, quella appunto del sovranismo e del populismo.

Quest’ultimo – ammette –  lo ha obbligato a superare l’approccio latino-americano in cui il riferimento al popolo nella teologia e nella cultura civile ha sempre un senso positivo, mentre in Europa affianca le spinge sovraniste: «una cosa è che il popolo si esprime, un’altra è imporre al popolo l’atteggiamento populista». È il passaggio da un popolo strutturato nelle sue diversità e pluralità a una entità ideologica di supporto al potere.

Oltre le confessioni

Sull’onda dell’urgenza entra nella questione della migrazioni, ricordando anzitutto il diritto alla vita. Per poi aggiungere in ordine all’accoglienza: «Vanno seguiti dei criteri. Primo: ricevere, che è anche un compito cristiano, evangelico. Le porte vanno aperte, non chiuse. Secondo: accompagnare. Terzo: promuovere. Quarto: integrare.

Allo stesso tempo, i governi devono pensare e agire con prudenza, che è una virtù di governo. Chi amministra è chiamato a ragionare su quanti migranti si possono accogliere».

Il compito dei cristiani è anzitutto segnato dal superamento dei confessionalismi. In ordine al contributo per l’Europa del futuro, «non separo cattolici, ortodossi e protestanti. Gli ortodossi hanno un ruolo preziosissimo per l’Europa. Abbiamo tutti gli stessi valori fondanti» (intervista).

«L’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società» va rettamente compreso. «Nella visione cristiana, ragione e fede, religione e società, sono chiamate a illuminarsi reciprocamente, sostenendosi a vicenda e, se necessario, purificandosi scambievolmente dagli estremismi ideologici in cui possono cadere. L’intera società europea non può che trarre giovamento da un nesso ravvivato fra i due ambiti, sia per far fronte a un fondamentalismo religioso che è soprattutto nemico di Dio, sia per ovviare a una ragione “ridotta”, che non rende onore all’uomo» (Consiglio d’Europa).

settimananews

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