Il “Padre nostro” e la tentazione

Dunque, a dieci anni della traduzione Betori, la CEI dovrebbe decidere a fine novembre se introdurre o no nella recita liturgica del Padre nostro la variante finale: invece di «non c’indurre in tentazione», «non abbandonarci alla tentazione».

Abbondanti discussioni hanno accompagnato la comparsa della nuova traduzione, la quale tenta di superare la sinistra impressione della precedente che calca direttamente in italiano la traduzione latina di san Girolamo – ne nos inducas in tentationem –, col rischio evidente e temuto di far pensare che sia Dio stesso a indurre l’uomo in tentazione mettendolo così a rischio di peccato.

Ma questa nuova traduzione, appunto “non abbandonarci alla tentazione”, oltre a non dar conto del testo letterale, non evita neppure quel rischio teologico che manterrebbe nel cuore del Nuovo Testamento la concezione presente talvolta nell’Antico Testamento secondo cui tutto sarebbe opera di Dio, tanto il bene quanto il male, tanto la vita quanto la morte, quasi esentando così l’uomo dalla propria responsabilità.

Ne viene fuori, invece, a mio modesto parere, una specie di inutile compromesso, tanto lessicale quanto teologico: lessicale, perché snatura il senso del verbo eisfero (da cui eisenenkes) che significa “mettere, portare, indurre» e non “abbandonare”; teologico, in quanto non salva dal rischio di fermarsi o tornare al Vecchio Testamento, quello appunto dell’idea che talvolta vi emerge di un Dio che “fa fare il male”, visto che potrebbe – se volesse – abbandonarci alla tentazione. Condizione che poi sembra essere qualcosa di anonimo e fatalistico.

Tentazione o prova?

D’altra parte, è facile notare che il concetto del Dio che fa tutto – il bene e il male – non è poi così dominante nell’AT: basti pensare all’insistente avvertimento, tanto in Geremia quanto in Ezechiele, a non ripetere più il proverbio secondo cui «i padri hanno mangiato l’uva acerba e ne sono rimasti allegati i denti ai figli». La colpa è sempre soltanto responsabilità personale del singolo, da non attribuire ai padri e tanto meno a Dio.

Allora, che valore può avere quello stico di preghiera insegnata autorevolmente da Gesù? Da correggere o da tenere?

La mia proposta è di tradurre questa domanda del Padre nostro, sesta secondo Matteo e quarta secondo Luca, semplicemente e onestamente con «non metterci alla prova», traduzione rispettosa del lessico del testo e quindi teologicamente “giusta”, visto che non tocca a noi moderni “aggiustare” a nostro gusto il linguaggio di Gesù testimoniato da Matteo e Luca. Certo sì, impegnandosi a interpretarlo correttamente, ma senza forzature. Cosa che proverò a fare collocando quel passo nel contesto dei vangeli sinottici e del resto del NT, in pratica riferendosi ai testi analoghi di Ebrei (4,15 e 2,18) e di Giacomo (1,2-18).

Riferimento di base per capire il senso di peirasmòs (e del relativo verbo peirazo), reso in latino con tentatio – tentare, è l’episodio o il quadro teologico delle cosiddette “tentazioni” di Gesù. Dove appare, in maniera diversificata e tuttavia convergente in Marco, Matteo e Luca, che si tratta più genericamente di prova e non specificamente di tentazione con l’intento di induzione al male e, in secondo luogo, appaiono più o meno in evidenza il ruolo di Dio e quello di satana.

Racconta Marco che, dopo il battesimo di Gesù al Giordano, «subito lo Spirito lo mandò (lett. cacciò o spinse) nel deserto; e nel deserto stava quaranta giorni e quaranta notti, e veniva tentato (peirazòmenos) da satana; stava con le bestie e gli angeli lo servivano» (1,12-13). Matteo riferisce che «allora (dopo il battesimo al Giordano) Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo. E, avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E, avvicinandosi, il tentatore gli disse…». Il racconto si conclude narrando che il diavolo lascia Gesù che ha respinto le tre tentazioni – o superato le tre prove – e vengono gli angeli a servirlo.

tentazioni

Duccio di Buoninsegna, Gesù tentato nel deserto.

Lo Spirito, il diavolo, il deserto

Matteo dunque aggiunge l’interpretazione teologica della dinamica delle “tentazioni” di Gesù, specificando che è lo Spirito Santo a condurlo nel deserto proprio per essere tentato dal diavolo. Dunque, l’attività messianica di Gesù, che è iniziata – quasi inaugurata – col battesimo al Giordano, va tutta sotto il segno della prova, la quale culminerà con l’agonia o lotta nel Gethsemani e la morte in croce drammaticamente vissuta con la protesta desolata, ma non disperata: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?»(27,46).

La prova è superata, ma a quale prezzo! Comunque Gesù aveva chiesto insistentemente di esserne liberato, anzi di non essere messo alla prova della passione (26,36-46). E in quella circostanza esortava con altrettanta insistenza Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli, testimoni non proprio attenti della sua drammatica “agonia”, a «vegliare e pregare per non entrare in tentazione (forse meglio: per non cadere nella prova)».

L’interpretazione teologica è leggermente diversa in Luca nella narrazione delle “tentazioni”, non in quella dell’agonia nell’orto in riferimento alla tentazione per i discepoli. «Gesù pieno di Spirito Santo ritornò dal Giordano e venne portato dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni tentato dal diavolo» (4,2). Si nota che, mentre Marco parla di tentazioni senza specificare da chi vengano, Matteo le attribuisce al diavolo, all’incontro col quale Gesù è detto espressamente condotto (anèchthe) dallo Spirito Santo, e Luca parla di azione (ègheto) dello Spirito su Gesù che nel deserto viene tentato dal diavolo, senza annettere un collegamento esplicito tra l’azione dello Spirito in vista di quella del diavolo. Pone soltanto un collegamento narrativo di fatto, come farà nel racconto pasquale per il collegamento tra passione e risurrezione: non “dovette patire per entrare nella gloria”, ma “patì ed entrò nella gloria”.

L’altra notevole differenza del racconto lucano sta nel finale della pericope delle tentazioni: «Avendo concluso (o completato) ogni tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù fino al tempo (stabilito)» (4,13). Tempo che verrà quando satana entrerà in Giuda perché si accordi per la consegna di Gesù ai capi dei giudei (22,3).

Il collegamento delle “tentazioni” – se le si vuole considerare un episodio in senso proprio e non (solo) un quadro teologico – con la passione è netto invitando dunque esplicitamente a leggere tutta la vicenda messianica di Gesù sotto il segno della prova. Prova che, secondo il terzo vangelo, appare nel finale pienamente vinta o superata per il fatto che Gesù muore invocando il perdono per i suoi uccisori (e siamo tutti!) e consegnandosi filialmente e fiduciosamente nelle mani di Dio suo Padre.

In questo duplice atteggiamento consiste la vittoria di Gesù e, insieme, la nostra salvezza, quella da cui satana tenta dal principio di distoglierlo, facendo leva sulla proposta di dimostrare la sua filiazione divina con gesti di potenza e non di donazione.

La vita come prova

Come vita vissuta sotto il segno della prova di fedeltà a Dio per la nostra salvezza, l’esistenza umana del Figlio di Dio diventato nostro fratello in Gesù lo ha reso «in tutto provato come noi, eccetto il peccato» (3,9) e così in grado di aiutare coloro che sono messi alla prova (2,18).

Questa sintetica lettura teologica della lettera agli Ebrei è un aspetto fondamentale della tesi soteriologica dell’intero scritto, secondo il quale Gesù ci salva perché non soltanto non si è vergognato di chiamarsi nostro fratello (2,11-12), essendosi fatto ontologicamente in tutto uomo come noi, ma ha condiviso pure del tutto la nostra condizione di creature segnate dal peccato, superando a favore nostro la tentazione originaria col vivere pienamente la consegna al Padre nella fede e nell’obbedienza. In questa lettera non si fa cenno al diavolo, dunque la prova per Gesù viene direttamente da Dio? Dunque si può dire così anche per noi?

Toccherà a Giacomo spiegare che comunque Dio non ama mettere alla prova nessuno, almeno non tentare al male. O, meglio, se pure la prova fa parte della sua azione provvidenziale sull’uomo, non è mai da considerare tentazione per il male.

Nella dinamica della prova o tentazione non è chiamato in questione neanche satana, ma “soltanto” la concupiscenza, quella che consegue al peccato (d’origine) e porta al peccato (personale) e quindi alla morte. Anzi, sembra porsi già all’origine della storia del peccato e quindi, in qualche modo, fa parte della condizione dell’uomo, come prova legata alla sua natura di essere creato, chiamato ad accettare tale condizione nella fiducia circa la bontà del creatore, da non fuggire per gelosia ma da lodare nella riconoscenza e filialmente obbedire.

Un progetto di amore

Ma ecco il testo che ho fin qui cercato di interpretare: «Considerate gioia totale, fratelli miei, quando subite varie tentazioni, sapendo che la prova della vostra fede realizza la pazienza», e la pazienza porta a perfezione l’opera intera della salvezza. Quindi è «beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché quando sia stato provato, riceverà la corona della vita che Dio ha promesso a coloro che lo amano. Nessuno, quando viene tentato, dica che viene tentato da Dio: Dio infatti non è tentatore di atti cattivi, e infatti non tenta nessuno. Ciascuno invece è tentato in quanto attratto e sedotto dalla sua concupiscenza. Quando la concupiscenza ha concepito, genera il peccato; il peccato poi, quando è portato a termine (consumato), genera la morte… Ogni dono perfetto viene dal Padre delle luci,… che ci ha generato di sua volontà con la parola della verità per essere noi in qualche modo inizio delle sue creature» (1,2-18).

Dunque la prova, che si identifica di fatto con la vita, è per se stessa positiva, non istigazione per il male ma occasione per il bene e dunque per la felicità da raggiungere osservando la legge regale di libertà, cioè quella dell’amore.

La prova o tentazione legata alla concupiscenza, cioè al desiderio di conquistare la posizione di Dio (la scienza del bene del male), non accogliendola invece come dono di grazia, è sempre un rischio per tutti e per ciascuno dei figli di Adamo. Per questo non è inutile, e tanto meno vuota di significato, la preghiera a Dio Padre perché “non ci metta alla prova, ma ci liberi dal maligno”.

Queste due domande finali del Padre nostro sono in realtà una sola, come due facce della stessa medaglia: evitare la caduta nel male come peccato in quanto liberati dal maligno che si presenta come tentatore o seduttore sfruttando la nostra naturale concupiscenza per portarci alla ribellione contro Dio e quindi al fallimento del suo progetto di amore su di noi. Quello per cui Gesù ha vinto tutte le tentazioni possibili senza lasciarsi sviare, «in tutto provato come noi, eccetto il peccato».

Dio, dunque, non tenta al male ma permette la prova per il bene, quella che rende possibile con la sua grazia – ecco perché è necessario chiederla insistentemente nella preghiera, non perché ne dubitiamo ma per rinfocolarne in noi il desiderio, quello opposto alla concupiscenza – imparare l’amore, a rispondere con amore all’Amore che è Dio Padre stesso, il quale ce lo dona nello Spirito Santo grazie a Gesù suo Figlio che, per questo, si è fatto nostro fratello. Non metterci alla prova, perché temiamo di dimenticare questa logica dell’amore, aderendo a quella del maligno tentatore, la diffidenza nei confronti di Dio e l’indifferenza o addirittura l’odio verso l’altro.

settimananews

Be Sociable, Share!
Precedente Dieci punti per rinnovare la pastorale Successivo La comunione al calice

Lascia un commento