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Il negoziato israelo-palestinese I passi anchilosati della pace

 

di Pierluigi Natalia

 

In un contesto regionale profondamente mutato tanto dagli avvenimenti seguiti alle cosiddette primavere arabe tanto dal conflitto che da oltre due anni devasta la Siria – oltre che dagli sviluppi politici in Iran – riprendono questo 14 agosto i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Non è un cammino facile. Dopo le speranze più volte andate deluse per quasi quattro decenni, a partire dagli accordi di Camp David del 1978, il processo negoziale appare anchilosato e sembra difficile rimuovere le pregiudiziali reciproche su punti riguardo ai quali le posizioni non sono in pratica mutate, a partire dalla questione della sovranità su Gerusalemme, città considerata santa da tutte le tre principali religioni del Medio Oriente, e da quella degli insediamenti israeliani che continuano ad aumentare in territori che i palestinesi considerano destinati a formare il loro futuro Stato.
Le aspettative degli osservatori volgono dunque all’ottimismo meno che in altre occasioni del passato, sebbene sia chiaro come il presidente statunitense Barack Obama abbia fatto della questione una priorità assoluta del suo secondo mandato. Ma è anche vero che proprio in questi giorni si registra un livello raramente tanto basso, dalle fine della guerra fredda, dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Non è un caso se in questa nuova fase il protagonismo della mediazione sia praticamente in carico all’Amministrazione Obama, al di là delle dichiarazioni di sostegno di altri soggetti internazionali.
Su questi colloqui, peraltro, non peseranno solo le questioni bilaterali e le scelte di Obama, alla ricerca di risultati significativi in politica estera (e niente lo sarebbe più di un accordo che metta fine al pluridecennale conflitto israelo-palestinese). Un ruolo avrà proprio il contesto attuale, in particolare le crisi in Siria e in Egitto. Secondo alcuni osservatori, lo stallo della diplomazia internazionale sulla questione siriana e il braccio di ferro in Egitto tra islamisti e militari potrebbero mettere la questione israelo-palestinese in questo momento in secondo piano o, peggio, provocare effetti negativi. Altri sottolineano, però, come il leader israeliano Benjamin Netanyahu e quello palestinese Abu Mazen siano coscienti della necessità di dialogare proprio per evitare che Israele e Territori palestinesi subiscano le conseguenze di tale situazione regionale di instabilità.
Sullo sfondo resta la questione dell’Iran, che il Governo israeliano continua a ritenere la principale minaccia da cui guardarsi e dove ancora non si è chiarito che svolta e di che tipo sia realmente destinata a rappresentare l’elezione alla presidenza di Hassan Rohani.

(©L’Osservatore Romano 14 agosto 2013)