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Il Natale di Maria. Nove meditazioni con i colori di Giotto

Nel libro di padre Enzo Fortunato, fra arte e spiritualità l’ultimo scritto di Philippe Daverio

Pubblichiamo la prefazione di Philippe Daverio (presentata all’editore qualche giorno prima di morire) all’ultimo libro di padre Enzo Fortunato Il Natale di Maria. Nove meditazioni con i colori di Giotto (San Paolo, pagine 226, euro 28).

Un testo sulla Madre che si sviluppa su tre piani: il piano artistico, quello teologico e quello esistenziale, muovendosi fra i grandi riquadri del meraviglioso ciclo di affreschi del transetto destro della Basilica inferiore di Assisi con le Storie dell’infanzia di Cristo, a opera della bottega di Giotto. Un’occasione per immergerci, in festività così particolari come quelle di quest’anno, in una riflessione spirituale capace di muoversi attraverso il mistero e la bellezza dell’arte, parlandoci di sentimenti umani che possono rinsaldare quella fiducia nelle relazioni che fra tante difficoltà poniamo alla base della nostra vita quotidiana.

Quella novità in Giotto fa di Maria mia madre

IDEE

Ogni volta che si gode della gioia di varcare la soglia della Basilica di Assisi, si ha la possibilità di entrare in contatto con un racconto, la narrazione di un’evoluzione. L’architettura dipinta delle due chiese, Superiore e Inferiore, descrive infatti quello che è stato un vero e proprio scatto, esistenziale ed estetico, avvenuto nel giro di venti– trent’anni, tra il Duecento e il Trecento, e che narra una mutazione del sentimento nella cultura occidentale. Ma prima di arrivare ad Assisi, occorre fare una tappa a Montefalco, nel cuore delle campagne umbre. Qui è presente ciò che resta di un convento francescano, dove Benozzo Gozzoli – a metà del Quattrocento, due secoli e mezzo dopo la nascita del percorso francescano – riprende, negli affreschi, molti dei temi già presenti in Assisi aggiungendo un aspetto molto interessante: alcuni terziari, i seguaci laici della visione francescana, più noti di allora. Tra questi, troviamo tre personaggi fondamentali: Dante, Giotto e Petrarca.

Nell’arco di due secoli si è preso coscienza del fatto che alcuni grandi della cultura e dell’arte hanno messo in atto una rivoluzione, basata su indicazioni che sono quelle di appartenenza ai terziari francescani. Ma cosa accomuna Giotto, Dante e Petrarca? Difficile a dirsi, se non che siano tutti e tre personaggi creativi, grandi artisti che hanno rivoluzionato la percezione del sentimento. Per Dante il sentimento diventa fondativo, ma lo vede proiettato all’indietro: Dante racconta un mondo dove l’esistente– passato è più importante dell’esistente– presente. In Petrarca è invece l’opposto. Possiamo definire il poeta aretino vero e proprio “uomo della sua epoca”: segue le avventure familiari fino in fondo, finisce infatti ad Avignone, dove trova i propri stimoli nelle famose «chiare fresche et dolci acque». Petrarca scopre e vive il proprio secolo, una contemporaneità della sensibilità.

Il terzo, Giotto, è testimoniato sulle pareti della Basilica di Assisi. Si tratta del primo artista che sancisce lo strappo con l’estetica bizantina. Fino a questo momento l’estetica rappresentativa era quella di un mondo in cui l’Aldilà era la perfezione di un equilibrio, in cui le rappresentazioni vedono il Cristo crocifisso raffigurato perfettamente a suo agio, con il sangue sgorgante dalle mani che sembra quasi fatto di coriandoli. Da Giotto (ma anche da Cimabue) in avanti si ha un Cristo in croce che soffre veramente. Ed è proprio dalle pareti della Basilica che vediamo il sentimento diventare prorompente. L’umanità comincia a soffrire, a sentire, le donne cominciano a piangere. Il mondo degli equilibri perfetti diventa un mondo della rottura radicale. Per la prima volta, si comincia a dimenticare l’equilibrio e l’idea del bello. Il concetto di bello ideale, legato al passato, viene abbandonato. Si passa alla modernità, alla densità dell’esistere rispetto all’estetica perfetta dell’equilibrio: sono gli anni in cui viene inventato il brutto, rappresentazione vera del vivere. L’invenzione del brutto ha origini che si possono legare alla grande evoluzione che dall’Impero Romano antico ci porta alla fase rinnovata del nostro Rinascimento. Dieci secoli – dal V al XV – di importantissimi cambiamenti, che però spesso non vengono documentati. Da ciò l’immagine di un Medioevo come epoca buia, che non si riesce a penetrare. Ma il XIII secolo è il punto di massimo fiorire dell’Occidente, che poi si romperà nel Trecento con la peste nera.

Tornando all’Impero Romano, sappiamo che aveva una sua unità, che però implode nel momento di forte crisi finanziaria e con le invasioni dei Barbari: il mondo perfetto dell’antichità non esiste più. Ci proverà Giustiniano, all’inizio del VI secolo, a riplasmare il Codice, per avere un testo di riferimento per tutti, ma si tratta di un tentativo svolto su un corpo disarticolato e, nei fatti, già morto. Ci sarà poi un’altra riforma che porterà l’umanità, a partire dal VI secolo, dalle macerie dell’Impero Romano alla nascita del mondo monastico, con conseguenze incredibili. È la riforma di san Benedetto, il quale si inventa un modo di convivenza alternativo, fondato su parametri nuovi: mettere insieme un gruppo di persone che vivono nello stesso luogo, che pregano insieme ed esistono insieme. La Regola del Santo dà indicazioni, un parametro del convivere, che verrà recepito come un nuovo modo di formare una società. È grazie a questa trasformazione che si avrà una nuova visione del mondo, un’etica nuova. Possiamo dire che i monaci inventano la prima borghesia del mondo. Uno dei primi adepti di san Benedetto sarà papa Gregorio Magno, che riesce a trasformare i dettami comportamentali in un codice che ci portiamo appresso ancora oggi: il codice dei vizi capitali. È pur vero che i vizi capitali hanno un’origine forse più antica, ma diventano importanti in quel momento perché forieri di una conseguenza imprevista: fanno sì che nasca la prima borghesia del mondo. […] Nata la borghesia, nasce la modernità. Nasce la visione del pathos, nasce il sentimento. Nascerà così la poesia, la musica e una nuova forma d’arte. Non si può di certo attribuire tutto questo solo a san Francesco, ma è altrettanto innegabile come lui sia stato là in mezzo, protagonista dal punto di vista intellettuale ed esistenziale. In questo viaggio, sono presenti dei valori, risultato di un lunghissimo percorso di formazione medievale, fondativi della nostra sensibilità: i sensi, i sentimenti. Senza l’esaltazione del sentimento non esiste vita sociale, anzi, la vita sociale si misura sull’esaltazione del sentimento. Ecco che Giotto sperimenta per la prima volta proprio ad Assisi tale esaltazione del sentimento. Abbiamo così affrescate le prime facce espressive. Ci sono i primi denti, che fanno capolino dalle bocche aperte mentre cantano. Si “racconta” il dolore e lo strazio delle madri che piangono l’uccisione dei propri figli. Non ha mai pianto nessuno su un vaso greco, così come non ha mai pianto nessuno su una statua attica. Tutto il passato occidentale è privo di pianto. Nella Basilica di Assisi troviamo la prima lacrima, il primo dolore autentico. Possiamo dire che nelle pitture giottesche di Assisi viene rappresentato il primo campionario del genere umano.

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Come Dante e Petrarca anche il grande pittore era terziario francescano e non è un caso se proprio con lui l’arte trova la prima lacrima, il primo dolore autentico, l’uomo raffigurato nella sua totalità

Giotto e bottega, “Natività”, affresco del transetto destro della basilica inferiore di Assisi / WikiCommons