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Il mondo classico convertito dall’amore per il prossimo

Ha scritto il poeta Charles Péguy che «gli antichi non hanno avuto gli dei che si meritavano», a voler significare che la civiltà greca soprattutto, con la grandezza della sua arte e della sua letteratura, ha subito un tragico destino, sottoposta ad un cielo gonfio di maledizione davanti a cui gli uomini restavano puri e innocenti. Tutta la civiltà greca, con le sue poesie e le sue tragedie, può essere letta come una ricerca di ponti da lanciare fra la misera condizione umana e una realtà soprannaturale che si vuole più benigna. Lo diceva anche Simone Weil, per la quale «Dio non avrebbe dato il suo unico Figlio al mondo se il mondo non l’avesse chiesto».
Dal famoso discorso di Paolo all’Areopago la tesi del cristianesimo come compimento delle attese della cultura classica ha avuto molti sostenitori ma anche molti avversari. Fra gli studiosi che hanno indagato questo confronto c’è il francese Gustave Bardy, uno dei più illustri patrologi del ‘900. Di cui qui vogliamo suggerire la lettura del libro La conversione al cristianesimo nei primi secoli, uscito in Francia nel 1947 e in Italia da Jaca Book nel 1975 con la bella traduzione di Giuseppe Ruggieri. Prima di indagare perché il mondo classico ha accettato una religione nuova dopo averla a lungo perseguitata, Bardy esamina il concetto di conversione nella cultura greco-romana. Svelando fin dall’inizio come esso sia stato totalmente estraneo alla mentalità antica. Il formalismo delle religione pagane («gli dei falsi e bugiardi») escludeva in gran parte coinvolgimenti totali da parte dei fedeli e persino le religioni misteriche, che si affermarono poco prima e a volte contemporaneamente al culto cristiano, puntavano più sul sentimento e sull’emozione che sulla pietà interiore. In ogni caso, le religioni del mondo greco e romano, ma anche quelle di derivazione orientale, non riuscirono a produrre quella trasformazione spirituale nella quale consiste la conversione, che prevede un rinnovamento da cima a fondo dell’anima e della vita della persona. Un solo caso Bardy riscontra nella sua analisi, quello di Lucio raccontato nelle Metamorfosi di Apuleio: personaggio che si converte dopo essere stato trasformato in un asino e il cui atteggiamento pare mosso da una vera ricerca di santità, ma «pur quanto sia simpatico il fedele di Iside – egli scrive – e la sua vita convertita sia pia, noi restiamo ancora insoddisfatti».
È semmai nel mondo della filosofia che si ritrovano esempi simili alla conversione. Uomini come Pitagora, Socrate, Diogene il Cinico, Epicuro, Epitteto e Marco Aurelio non si limitano a studiare le cause dell’universo e della vita umana, ma cercano di ispirare la propria esistenza ai loro princìpi. Se è necessario, si separano dal mondo e rinunciano ai propri beni, a volte si riuniscono in comunità con i discepoli quasi prefigurando il futuro monachesimo cristiano. Ciò nonostante, sentenzia Bardy, «la filosofia non ha convertito gli uomini. La maggior parte dei filosofi non si cura che degli uomini liberi, dei cittadini, dei ricchi. La loro predicazione è anzitutto aristocratica».
Assai diverso il caso del cristianesimo, che soprattutto nei primi tempi fu la religione dei semplici e degli umili, mentre gli intellettuali guardavano con disprezzo quella setta giudaica il cui Dio si era lasciato crocifiggere. Ci volle molto tempo prima che la classe colta dell’impero romano finisse per farsi coinvolgere dapprima in un confronto filosofico e poi si lasciasse avvincere da una concezione del mondo che era in grado di dare risposta a tutti i problemi dell’umanità. Tre le principali cause della conversione: la liberazione dalla fatalità, dal peccato e dalla paura della morte. Ma ciò non basta a spiegare il trionfo del cristianesimo, perché si sarebbe trattato di una conversione solo filosofica: la vita condotta secondo la regola dell’amore verso il prossimo e la solidarietà verso tutti di cui erano capaci i primi cristiani furono una delle molle principali che determinarono la conversione del mondo antico. Tanto che Giuliano l’Apostata doveva ammettere sconsolato: «Questi empi galilei non nutrono soltanto i propri poveri, ma quelli degli altri, mentre noi trascuriamo persino i nostri».

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