«Il mio film su don Puglisi mi ha fatto amare i sacerdoti»

DI MIMMO MUOLO  – avvenire 21 luglio 2010

Conquistato da don Pino Puglisi. E da tutti i sacerdoti che, come il prete siciliano ucciso dalla mafia nel 1993, rischiano la vita ogni giorno sul confine dove finisce il terreno della legalità e inizia quello della criminalità organizzata. Al punto che si augura: «Speriamo di non dover mai più fare – né io, né altri – un film come Alla luce del sole ». Roberto Faenza è il regista della pluripremiata pellicola del 2005 (38 riconoscimenti internazionali, un vero record) che ha raccontato la straordinaria vicenda di don Puglisi. Per anni ha studiato la figura del sacerdote martire, per mesi ha respirato l’aria della sua Sicilia e ha visto come vivono, pregano, evangelizzano i sacerdoti nelle terre di mafia. Ora il cineasta ha cambiato il suo modo di pensare rispetto alla Chiesa. E anche gli scandali dei preti pedofili non hanno scalfito la sua ammirazione per questi umili operai del Vangelo. Faenza, che cosa l’ha indotta ad avvicinarsi a don Puglisi? La sua testimonianza, religiosa ma anche civile. Sono figlio di madre ebrea, educato dai Fratelli delle Scuole cristiane, ma negli ’50 quando andavo a scuola i professori parlavano solo di aspetti religiosi, quasi mai legandoli alla vita sociale. Poi c’è stato il Concilio, e oggi la Chiesa è profondamente diversa. La dimensione sociale della religione cristiana è ben più percepibile di 50 anni fa. E questo anche grazie a sacerdoti come don Puglisi. Che opinione si è fatto, da laico, dei sacerdoti italiani del 2010? I contatti per il film mi hanno fatto incontrare uomini straordinari che operano in Roberto Faenza, regista della pellicola sul prete palermitano: «Per prepararmi ho potuto incontrare uomini straordinari, che con il loro coraggio educano i giovani» veri e propri avamposti e con il loro coraggio suppliscono alle istituzioni. Non esagero se dico che a Palermo ci sono solo la mafia e la Chiesa. E loro sanno che ogni giorno potrebbero pagare con la vita la propria testimonianza. Per questo il mio atteggiamento verso i sacerdoti è di estrema ammirazione. Non vedo altri eroi in questa Italia, e mi colpisce come riescano a coniugare la loro fede con l’attività sociale ed educativa, specie verso i giovani, i più esposti al pericolo della criminalità. C’è più speranza o più pessimismo nelle sue parole? Fin quando ci saranno figure come don Puglisi ci sarà speranza. Ma la situazione è quella che è, e se i giovani sono insensibili a certi valori è perché noi adulti non sappiamo trasmetterglieli. Oggi – diciamocelo francamente – la vera agenzia formativa è la tivù, che però a me pare un cancro per il Paese. Solo la Chiesa ha i mezzi e le competenze per controbattere un simile potere. La Chiesa italiana dedicherà il decennio pastorale all’emergenza educativa. Ma lei non crede che ci voglia il contributo di tutti? Si, è naturale. Ma la Chiesa, nonostante le recenti vicende, ha tanta credibilità da spendere in questo campo. Anche per partecipe di questo momento della storia in cui Dio lo ha posto come pastore e guida. Non volersi occupare di bioetica sarebbe come fare a meno del computer o di Internet. Lo studio della bioetica aiuta sé e gli altri a giungere a quella sintesi dei saperi oggi così necessaria. Davanti a chi riduce l’uomo a sola fisicità o a sola spiritualità, deformando ad esempio la libertà, la bioetica cristiana è l’invito a uno sguardo fisico e metafisico. Il sacerdote si avvicinerà alla bioetica non semplicemente per acquisire moderne conoscenze scientifiche o per argomentare in chiave moralistica: cercherà piuttosto di cogliere il senso della vita dell’uomo. Così, ad esempio, potrà comprendere secondo quali parametri debba intendersi la ‘qualità della vita’: non quelli dell’efficienza o del benessere, ma quelli che scaturiscono da ciò che l’uomo è in quanto anima e corpo. È una materia in costante evoluzione, dunque occorre una formazione permanente… Certo. Nel campo della bioetica non ci si può fermare agli insegnamenti ricevuti nei corsi di morale. Vi sono questioni che un tempo sembravano puramente accademiche e che con il tempo sono diventate realmente attuali. Quando ero seminarista e studiavo negli anni ’80 la clonazione: sembrava fantascienza, e invece siamo già di fronte a possibili applicazioni sull’uomo. Vi sono poi acquisizioni scientifiche che vengono rimesse in discussione: è il caso della recente Conferenza internazionale di Salerno su coma e coscienza dove è stato proposto di mettere da parte la definizione di ‘stato vegetativo’, elaborata nel 1994, per sostituirla con ‘Sindrome della veglia arelazionale’ ( Avvenire ne ha dato conto ampiamente, ndr ). In casi come questo la scienza si mostra particolarmente responsabile e prudente: come non coglierlo e apprezzarlo? denunciare i pericoli di un certo modo di fare televisione. Io spero proprio che ci sia spazio anche per questo tipo di problematiche. E il cinema cosa può fare? Ad esempio, raccontare altre storie di preti coraggiosi? Intanto speriamo non ci siano altri Puglisi da celebrare dopo la morte. Perché di questi uomini abbiamo bisogno da vivi, anche per riempire il vuoto educativo del nostro tempo. Ma per fare buon cinema ci vogliono i soldi. E soldi oggi non ce ne sono. Dobbiamo tornare a investire in cultura: non è con i tagli che possiamo costruire un domani migliore per i nostri ragazzi. Anzi.

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