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Il grido del Figlio abbandonato…

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?  (Sal 22,1). Questo grido che raccoglie le ultime forze del Cristo ormai esausto sulla Croce attraversa il cosmo e penetra nei cieli, ma sembra lasciare insensibile il cuore di Dio.

In esso è tutta l’umanità a gridare come un bambino impaurito che, piangendo, chiama la mamma. Proprio come ogni uomo che, morendo, invoca d’istinto la madre quasi per rifugiarsi al sicuro nel suo grembo, Gesù sulla Croce anela a rientrare nel seno del Padre da cui è uscito per venire nel mondo. Egli in tutta la sua esistenza terrena ha tenuto lo sguardo rivolto al suo Abbà, papà amato, e anche adesso lo invoca come Figlio che si è sentito amato e prediletto, ma proprio nell’ora decisiva della sua missione non lo sente più vicino.

Aveva predetto che i suoi discepoli si sarebbero dispersi e lo avrebbero lasciato solo, ma allora aveva concluso affermando con certezza che il Padre sarebbe sempre stato con lui (cf. Gv 16,32). La sua fiducia viene dunque delusa anche da parte del suo tenerissimo Abbà? Già nel Getsemani l’aveva invocato tra lacrime e sudore di sangue e l’Abbà buono gli aveva mandato un angelo consolatore. Ora no. Da sotto la Croce gli vengono soltanto scherni e sarcastiche irrisioni.

In realtà, Gesù Cristo, il Figlio di Dio coeterno al Padre, venuto a vivere nel mondo quale Figlio di Adamo, ha fatto sua tutta l’angoscia dell’uomo, quella del “silenzio di Dio” e dell’estrema solitudine. Perché mi hai abbandonato? Perché? In questo interrogativo senza risposta si concentra il dramma dell’umana esistenza segnata dall’enigma del dolore e della morte.

È notte sul Calvario; notte in pieno giorno, pur mentre sta scritto: «Per te la notte è luminosa come il giorno» (Sal 139,12). È notte perché Dio Padre, l’Abbà, in quest’ora tace, lascia che il Figlio – innocente e indifeso – sprofondi nel buio della morte.

Eppure sta scritto: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5,7).
Come venne esaudito? Proprio lasciandolo andare fino in fondo nella consumazione del suo sacrificio di obbedienza spontaneamente accettato per amore.

Abbandonato dal Padre, il Figlio a Lui si abbandona: ecco l’esaudimento. Gesù arriva ad abbandonarsi a Chi lo ha abbandonato. Così supera la prova della solitudine.

Non poteva esserci agonia umanamente più desolata e superamento della disperazione più risoluto, nel totale svuotamento di sé. Per questo ogni uomo – credente o ateo – che soffre e che muore facendo l’esperienza del silenzio e dell’abbandono da parte di Dio, non è più solo. Non è più solo, perché il Cristo fino alla fine dei secoli continua in ognuno a gridare: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, affondando la solitudine e l’abbandono in quell’abisso d’amore dove sono sempre aperte le braccia accoglienti del Padre.

 

M. Anna Maria Cànopi osb / avvenire.it