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Il futuro della chiesa in fuga

Le ricerche sociali sono univoche: sempre meno giovani vanno in parrocchia o si dichiarano cattolici. Alla vigilia della Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro, un forum della nostra redazione con quattro esperti fa il punto della situazione su questa distanza crescente tra la Chiesa e la generazione dei «nativi digitali».

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di giovani in preghiera alla Gmg di Colonia, nel 2005

Gruppo di giovani in preghiera alla Gmg di Colonia, nel 2005
M. GERTEN/EPA/CORBIS

«Il cristianesimo in Occidente potrà fiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei». Questa lucida affermazione di padre Timothy Radcliffe, teologo domenicano ed ex maestro generale dell’Ordine, dice in poche battute tutto il dramma e tutta la fatica del complicato rapporto tra la Chiesa cattolica e i giovani oggi. Un rapporto che pare, a volte, quasi inesistente. E che le più recenti ricerche sociali tratteggiano con dati crudi e tinte fosche. Alla vigilia della Giornata mondiale della gioventù, che si svolge a Rio de Janeiro (Brasile) dal 23 al 28 luglio, le statistiche fanno ancora più impressione: secondo il recente studio di Alessandro Castegnaro e Giovanni Dal Piaz (Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso, àncora editrice), poco più del 13% dei giovani tra i 18 e i 29 anni va regolarmente a Messa tutte le domeniche. Secondo il Rapporto giovani curato dall’Istituto Toniolo e di prossima pubblicazione dal Mulino, invece, si tocca il 15%. Ma la situazione non cambia di molto: significa che l’85% dei giovani (e forse più) non ha alcun contatto stabile con il mondo ecclesiale. Per usare i termini con cui la mette giù padre Radcliffe, l’immaginazione della stragrande maggioranza degli under-30 non è affatto toccata dal modo in cui la Buona Notizia evangelica viene raccontata oggigiorno dalla Chiesa cattolica.

C’è di che meditare, insomma. Specialmente alla vigilia della Gmg di Rio, la prima edizione del «nuovo corso» vaticano inaugurato da papa Francesco. Perchè – si sa – i grandi eventi mediatici, i raduni di massa, le megakermesse liturgiche, presentano tante opportunità ma anche non pochi rischi. Il primo dei quali, probabilmente, è quello di trasformarsi in esperienze consolatorie in cui ritrovare il calore di chi ci somiglia, occasioni per rivendicare pubblicamente un’identità religiosa che può rivelarsi flebile nella vita ordinaria e quotidiana. Senza preoccuparsi di trovare una continuità nel «dopo», una volta che la Gmg sarà conclusa. E senza badare ai milioni di giovani che, invece, al grande evento non si sono neppure sognati di andare. Certo, non ci sono soltanto nuvoloni bui sull’orizzonte della Giornata mondiale della gioventù. Si tratta anche di una grande opportunità, per i giovani e per i pastori che li accompagnano, di fare un’esperienza evangelica, di incontrare e confrontarsi con coetanei di tutto il mondo, di assaggiare un cammino spirituale coinvolgente e appassionante, di scoprire una Chiesa che sa gustare il senso della festa. Dunque, rischi e opportunità.

Luciano Manicardi.<br />

Luciano Manicardi.
S. PAVESI

Per fare il punto su questo dilemma e sul più vasto tema del «pianeta giovani», Jesus ha organizzato un forum redazionale cui hanno preso parte quattro ospiti speciali: don Armando Matteo, teologo e autore del volume La prima generazione incredula; Chiara Giaccardi, sociologa dell’Università Cattolica ed esperta di media digitali; padre Renato Rosso, religioso carmelitano con una lunga esperienza pastorale in parrocchia e alla guida di una scuola cattolica in Terrasanta; e Luciano Manicardi, monaco di Bose, che per la comunità si occupa in particolare della formazione dei giovani. Nelle pagine che seguono, la sintesi del vivace dibattito che ne è emerso.

Jesus: Tra poche settimane si aprirà la Giornata mondiale della gioventù di Rio. è un appuntamento ormai tradizionale, ma sarà anche la prima edizione del pontificato di papa Bergoglio. Sarà dunque interessante non solo vedere il nuovo profilo della Gmg ma anche l’approccio del nuovo Pontefice e la risposta del mondo giovanile. In ogni caso, si fa sempre più attuale e a tratti drammatica la questione del rapporto fede e giovani. Tutte le indagini dicono che i giovani tra i 18 e i 30 anni che vanno a Messa regolarmente non superano il 15%; quelli che pregano con una certa regolarità si attestano intorno al 15-17%; quelli che credono nell’esistenza di Dio superano di poco il 30%; quelli che sono sicuri dell’esistenza dell’aldilà e di una qualche salvezza eterna solo il 13%. Si tratta di dati noti piuttosto desolanti per la Chiesa cattolica. Un po’ meno nota e meno condivisa è la questione della loro interpretazione. Ci sono molte discussioni su questo tema. Per sintetizzare un po’ brutalmente i termini del dilemma, potremmo dire: è l’incredulità diffusa della cultura “mondana” che ha fatto perdere appeal alla fede e alla Chiesa cattolica, oppure viceversa è lo scarso appeal della Chiesa cattolica che ha spinto sempre più giovani verso l’incredulità? Matteo: «Prima di rispondere aggiungerei un altro dato, inedito nel panorama religioso cattolico italiano: le giovani donne non mostrano sostanziali differenze rispetto ai loro coetanei maschi. Anzi, in alcune diocesi la presenza dei giovani maschi a Messa è maggiore delle loro coetanee. A mio parere, c’è un cambiamento generazionale in atto, per questo un po’ provocatoriamente parlo di prima generazione incredula. Da una parte c’è un cambiamento epocale e culturale molto profondo, e l’inculturazione classica che ha funzionato fino al Concilio Vaticano II oggi fa molta fatica.

Armando Matteo

Armando Matteo
S. PAVESI

L’idea di eternità, di paradiso, di anima, di salvezza, che non sono semplicemente categorie cristiane ma appartengono in senso più ampio al religioso, oggi non funzionano più. A ciò si aggiungono anche cambiamenti straordinari – dal digitale ai progressi della medicina, che hanno permesso un allungamento della vita – che stanno ridefinendo sostanzialmente il reale. Tutto questo incide sul rapporto con la religiosità. Danièle Hervieu- Lèger dice che viviamo un momento in cui la tradizione culturale del cristianesimo è illeggibile. D’altro canto, va detto che la Chiesa perde appeal anche a causa dei propri errori. La formula della Gmg oppure quella dei movimenti sembrava che avessero risolto la crisi delle parrocchie e dell’associazionismo classico. In realtà c’è pochissimo investimento pastorale sul mondo giovanile dopo i 18 anni. Sono scarsissimi i sacerdoti, i religiosi e i laici messi a disposizione per la pastorale universitaria, è molto scarso il rapporto tra la Chiesa nel suo apparato ufficiale e gli insegnanti di religione che sono gli unici ad avere un contatto viscerale con i giovani (un insegnante di religione mediamente incontra anche 300 post-adolescenti nella sua attività). L’allontanamento dalla Chiesa si accompagna al fatto che i giovani dichiarano di avere un’apertura verso la trascendenza. Su questo fattore ci sono diverse scuole di pensiero: alcuni studiosi separano in maniera molto netta il distanziamento dalla Chiesa e dalla spiritualità e non parlano di incredulità ma di uno standby nella pratica religiosa.

Io rappresento un’anima più pessimista, perchè – secondo me – dietro questo allontanamento c’è l’inefficacia della trasmissione della fede: nelle dinamiche sociali, culturali e familiari non si capisce più a che cosa serve il Vangelo per la qualità umana della vita». Giaccardi: «Credo che i due nodi problematici sollevati contengano entrambi una parte di verità. Nell’età moderna l’uomo tenta di mettersi al posto di Dio, come fa Prometeo. L’ideologia dell’uomo che si fa da sè, non è però la nostra. Nella cultura italiana è sempre stata, al contrario, ben chiara l’idea di eredità, di trasmissione, di generazione, dell’aver ricevuto, del restituire. Ma poi siamo stati colonizzati dalla mitologia del self-made man, dall’ideale dell’autonomia, del non aver bisogno di nessuno, dell’autorealizzazione come obiettivo primario. In questo quadro antropologico, la dimensione della relazione diventa o un ostacolo o uno strumento, perchè comunque la centratura è sull’io. Le relazioni diventano allora dei “contratti”, la dimensione dell’interesse e del benessere personale finiscono col guidare ogni azione. Quindi, da una parte, abbiamo tutto il movimento di dominio della natura che da cosmo nelle mani di Dio diventa mondo nelle mani dell’uomo attraverso la tecnica, che non accetta limiti se non quello della “fattibilità”; dall’altra parte, come scriveva Heidegger, avviene questo “insignorirsi” dell’essere umano nel proprio fondamento, nella convinzione di non avere più bisogno di nessuno.

Chiara Giaccardi

Chiara Giaccardi
S.PAVESI

C’è una celebre scultura in bronzo dell’artista Bobbie Carlyle che ben rappresenta la pretesa autosufficienza del self-made man, immortalato nell’atto di scolpirsi da solo: un tronco umano con martello e scalpello e il resto del basamento ancora informe. è un’immagine paradossale, che però ci viene presentata come il modello a cui aspirare. Un modello che un’intera generazione ha coltivato come fosse l’unica via della liberazione. Oggi, osservando il mondo dei “nativi digitali”, si possono cogliere dei segnali di critica implicita a questo immaginario: stare in Rete, infatti, vuol dire prima di tutto essere-con e condividere. A me ha colpito molto, durante l’elezione di papa Francesco, la foto di piazza San Pietro illuminata dai cellulari, dai tablet: per essere lì pienamente era necessario e bello condividere l’evento con chi non c’era. Questa immagine è utile per capire come la dimensione digitale non sia il luogo di una presenza indebolita, di un sè alienato. Casomai, di una presenza aumentata per il fatto di essere condivisa con altri. A fronte di una cultura dell’individualismo che abbiamo consegnato alle nuove generazioni, la Rete diventa il luogo in cui si cerca continuamente di trasformare la connessione in relazione, ovvero di passare dal piano tecnologico a quello antropologico. Questa è una critica implicita al modello dell’individualismo e un potenziale su cui lavorare, dato che esprime un bisogno profondo, che va ascoltato. E qui torno al tema iniziale. Credo che se la Chiesa ha una “colpa”, sia quella di non aver ascoltato abbastanza l’esortazione della Gaudium et Spes a leggere i segni dei tempi e parlare i linguaggi che le persone possono capire, soprattutto le giovani generazioni. Questo sforzo non è forse stato fatto in modo adeguato e, così, si è creata una distanza, laddove invece comunicare vuol dire proprio “ridurre la distanza”, far crescere ciò che è comune.

Renato Rosso

Renato Rosso
S.PAVESI

Lo stile comunicativo di papa Francesco è uno strumento preziosissimo di pedagogia della comunicazione. Papa Francesco cammina a piedi; si sposta dalle traiettorie rigide del cerimoniale, si avvicina alle persone e le tocca. La dimensione del contatto va riscoperta perchè, prima ancora di dire qualcosa, il far sentire la vicinanza da parte della Chiesa è fondamentale. Solo dentro questo incontro, e grazie alla fiducia che ne deriva, si può pensare oggi a un cammino di fede. La Rete, poi, ci insegna una cosa importantissima. L’autorità d’ufficio non funziona più: prima bisogna dimostrare autorevolezza. La Chiesa non può più dire: io sono la Chiesa e dunque tu mi devi ascoltare. Come il genitore non può più dire: «Io sono tua madre e quindi devi fare come dico io». Questo modello non tiene più, e forse non è un male. Prima occorre costruire la relazione di fiducia. E fiducia, fede, affidamento, fedeltà e legame sono tutti parte di una stessa costellazione semantica perchè hanno a che fare con fides, che è la corda, il filo che ci unisce. Nell’individualismo non c’è fede perchè ogni legame è un limite, una prigione dell’io. Invece se la prospettiva si rovescia e torna a essere prima di tutto relazionale, allora forse ci sono anche le condizioni per riprendere il discorso della fede in una prospettiva diversa e attraverso nuovi linguaggi, con uno sguardo nuovo, capace di offrire speranza in questi tempi difficili». Rosso: «Sono partito dall’Italia alla fine degli anni ’90. Nella parrocchia in cui ero c’era una presenza di giovani significativa alla Messa domenicale. Quando sono ritornato, dopo 12 anni, vedo che i giovani sono molto diminuiti. Forse, mi sono detto, sono mancati dei momenti di aggregazione seria e profonda, in cui il giovane potesse sentirsi partecipe, esprimersi, essere ascoltato. Punterei più su questo, perchè nel mondo giovanile quello che conta è l’esperienza, toccare con mano una realtà che vive.

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riuniti nella chiesa di Sant’Andrea della Valle durante la Gmg di Roma, nel 2000

Giovani riuniti nella chiesa di Sant’Andrea della Valle durante la Gmg di Roma, nel 2000.
G. GIULIANI/PERIODICI SAN PAOLO

Bisogna poi tornare a una seria formazione, far capire che certi momenti della loro vita si radicano in qualcosa di molto importante. I tredici anni trascorsi in Terra Santa mi fanno fare tutta un’altra analisi. In Europa l’appartenenza alla Chiesa è una scelta di fede motivata. In Medioriente, che è una realtà “sacrale”, cioè non laica, è diverso: tu sei cristiano perchè non sei musulmano o non sei ebreo. La Chiesa ha investito molto in Medioriente, per una ragione di formazione culturale, umana, ma soprattutto di formazione religiosa. Il giovane cristiano in Terra Santa parte da una piattaforma in cui si riconosce, che deve essere anche maggiormente difesa perchè è in minoranza (in Palestina e in Israele i cristiani nelle varie divisioni non arrivano al 2%), in mezzo a due presenze forti, ebraica e musulmana. Quindi a partire da questa identità di base, da questa necessità di autodifesa culturale e religiosa, il giovane viene aiutato anche a fare un certo cammino. Questo porta a una partecipazione alla Chiesa in tutti i momenti salienti della vita».

un momento del forum organizzato dalla redazione di Jesus

Un momento del forum organizzato dalla redazione di Jesus.
S. PAVESI

Manicardi: «Sottolineo un solo aspetto dello scollamento fra Chiesa e giovani. Nell’attuale società post-tradizionale (Hervieu-Lèger) è necessario rimotivare ogni gesto e ogni parola della fede. L’ignoranza di fede impone di non dare nulla per scontato. La credibilità dell’Annuncio esige che ogni parola e gesto della fede trovino un saldo fondamento antropologico su cui innestarsi. Così, l’analfabetismo di fede dei giovani va colto come occasione per la Chiesa di ripensare e rinnovare il proprio approccio e il proprio annuncio. E dunque, di rinnovare sè stessa.Osi riesce a motivare antropologicamente la fede oppure essa susciterà al massimo un’alzata di spalle. Qui, il giovane si trova in una situazione in cui, da un lato, la cultura in cui è immerso deve ridefinire l’umano (che cos’è un corpo umano, un nascere e un morire umani, una sessualità umana?); dall’altro, la Chiesa deve dare consistenza al proprio annuncio sapendo mostrare come la fede parli all’umano, dia senso e direzione all’umano. Abbiamo bisogno di ritrovare una grammatica dell’umano, di re-imparare l’abc del vivere a partire dalle cose elementari (mangiare, salutarsi, parlare…) e riscoprendo elementi rimossi o dimenticati (il pudore, la volontà, il silenzio…). In questa incertezza, la Chiesa deve recuperare la dimensione dell’umano grazie a cui un giovane potrà sviluppare una fede autentica e una capacità di preghiera. Imparare a pensare, ad avere una vita interiore, a “fare silenzio”, a vivere l’ascesi (idea ben comprensibile a giovani che fanno sport o suonano strumenti musicali e che si allenano e si esercitano ogni giorno), ad ascoltare e ad abitare il corpo, sono alcuni dei tanti movimenti umani, umanissimi, che un giovane deve imparare per poter avere una vita di relazione seria con sè stesso e con gli altri. E dunque anche con il Dio narrato dall’umanità di Gesù di Nazaret. Credo che solo una fede che sappia prendere sul serio la vita che un giovane vive, con la sua carica di ansia e di futuro, possa trovare credibilità e accoglienza presso dei giovani. Per questo occorrerebbe sviluppare la dimensione sapienziale della fede attingendo dalla tradizione sapienziale biblica, ma anche dalle tante voci della cultura (cinema, letteratura, canzone) che ci svelano qualcosa sull’animo umano, sulla condizione dell’uomo nel mondo».

Fiaccolata in piazza San Pietro per l’inizio dell’Anno della fede, l’11 ottobre 2012.

Fiaccolata in piazza San Pietro per l’inizio dell’Anno della fede,
l’11 ottobre 2012.
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Jesus: Don Matteo accennava prima a quella che, in un’indagine curata dal professor Segatti nel 2010, viene definita «frattura generazionale», che prende avvio grosso modo dagli anni ’80, e che lui nel suo volume ha sintetizzato con l’espressione «prima generazione incredula ». A cosa è dovuta? Quali le sue radici? Matteo: «Bisogna analizzare la situazione della generazione delle persone nate tra il 1946 e il 1964, quella cui si può attribuire la definizione data da Magatti del “narcinismo”, mix tra narcisismo e cinicismo. è la prima generazione che ha vissuto fenomeni inediti: va in pensione e ha ancora i genitori vivi; ha sperimentato il benessere, il boom economico, l’affermarsi della tecnica. Ha conosciuto un’epoca storica incredibile: il Concilio Vaticano II, il primo uomo sulla luna, un senso di pace mai manifestato (ricordiamo il Vietnam). Si è però innamorata di questo grande senso di giovinezza e dell’ideale del self-made man. Ha così censurato l’età adulta della vita e l’idea stessa di crescita: la crescita non è solo accumulare, ma anche perdere, invecchiare, morire. In un sondaggio è stato chiesto agli italiani quando si diventa vecchi. La risposta è stata: “A 83 anni”. L’età media degli italiani è 82 anni e 4 mesi, quindi in Italia si diventa vecchi dopo la morte! Il gap è proprio qui: la fede esiste perchè ci aiuta a vivere da adulti. L’orizzonte di Dio ci aiuta a non assolutizzare questo mondo ma a benedirlo per quello che è. Nel momento in cui una generazione marginalizza il discorso sull’adultità, di fatto non ha più bisogno della fede. Lo troviamo anche nel libro di Luigi Zoja o nelle analisi di Galimberti: l’individuo pensa solo al presente. E il sistema economico domina l’individuo, attraverso false immagini di libertà. Insomma, questa generazione ha mostrato che Dio e il Vangelo non servono. La Chiesa continua a postulare la famiglia come luogo di trasmissione della fede, ma le analisi ci dicono che i ragazzi italiani non pregano in famiglia, non ricordano che la propria madre abbia mai parlato loro di fede. Normalmente la persona a cui associano la fede è la nonna. L’idea è che la fede è una cosa dei preti, delle suore, finchè sei bambino devi fare questa “roba”, ma quando cresci allora vai via. Tutto questo però produce un’inquietudine nei giovani, il peso della censura dell’adultità la stanno pagando loro. I giovani stanno cercando un nuovo senso dell’umano. Internet e il web non sono uno strumento, sono un laboratorio di umanità. Altri elementi vanno poi in questa direzione: l’amore per la natura, per la musica, che è proprio il senso della festa, e poi anche la letteratura, il cinema. La generazione ’46-’64 ha censurato l’adultità e di fatto ha reso semplicemente inutile il riferimento a Dio. Il Dio dei cristiani lo celebriamo la domenica, ma serve il lunedì, nel quotidiano».

Foto GMG

Foto GMG
D. HAMMOND/DESIGN PICS/CORBIS

Giaccardi: «Il tema della musica è veramente paradigmatico: nella prospettiva di Marshall McLuhan i media sono estensione dei sensi e ogni epoca si caratterizza per un particolare “aroma culturale” in quanto accentua una dimensione della nostra sensorialità rispetto ad altre. McLuhan sostiene per esempio che “la vista esclude, l’udito include” e non è un caso che questa passione per la musica si sposi in maniera così forte con la dimensione della Rete, dell’essere con, della connessione, della sintonia, dell’essere all’unisono. Kant scriveva che la musica è un «linguaggio senza concetti»: si vibra insieme senza passare dall’adesione intellettuale. Sono le idee della fisicità, del contatto, che ritornano: per la stessa ragione, McLuhan definiva l’era elettrica (oggi diciamo l’era digitale) come «audiotattile». E questo è un linguaggio che credo anche a livello liturgico si debba recuperare perchè la Messa, persino per i giovani che frequentano i gruppi ecclesiali, rischia di essere sentita, ingiustamente, come un linguaggio estraneo, astratto, intellettualistico. Sulla crisi dell’adultità aggiungerei una considerazione. Lo psicanalista Luigi Zoja ne La morte del prossimo definisce gli adulti come dei “lattanti psichici” che si attaccano al biberon di quello che li fa stare bene, interrompendo quel circolo virtuoso tra il prendere e il restituire, tra il ricevere e il dare, che dovrebbe caratterizzare invece l’essere adulto, come aveva sostenuto lo psicologo sociale Erik Erikson parlando di generatività. La crisi dell’adultità è anche la crisi della generatività. L’essere – lo dico da cattolica – non è in quanto è ma in quanto genera. Dio ha creato il mondo e ha creato l’uomo. E lo ha creato, con le belle parole di Hölderlin, «come il mare crea la terra: ritirandosi». Il termine generatività, che per Erikson ha come unica alternativa la “stagnazione” prevede tre momenti: il mettere al mondo (dare alla luce), il prendersi cura e il lasciare andare. La crisi della generatività oggi si manifesta a tutti e tre i livelli: non si mette più al mondo, si mette al mondo ma non ci si prende cura, oppure ci si prende cura ma non si lascia andare. Quest’ultimo aspetto si vede bene nelle nostre èlites, che magari hanno fatto delle cose bellissime ma poi non le lasciano andare, non passano il testimone, e rubano così il futuro alle giovani generazioni.

Foto GMG

Foto GMG
G. GIULIANI/PERIODICI SAN PAOLO

La crisi dell’adultità è proprio una crisi di generatività, che si manifesta nello sforzo di trattenere il più a lungo possibile e di non trasmettere. Osi è generativi e si entra in un circuito virtuoso, oppure c’è la stagnazione che poi è asfissia, morte». Manicardi: «Una dimensione di questa crisi che i giovani oggi stanno pagando è che la generazione dei loro padri non ha saputo promettere o restare fedele alle promesse fatte. La promessa non mantenuta crea sfiducia e senza fiducia non c’è futuro. Promettere è dar forma al futuro, futuro che è responsabilità degli adulti e potenzialità nei giovani. è ora di uscire dalla retorica dei giovani che sono sempre e invariabilmente il futuro e la speranza della Chiesa e della società: il futuro e la speranza sono anche responsabilità degli adulti. E occorre aiutare i giovani ad attingere alle loro risorse interiori perchè il futuro nasce anche dall’interiorità: l’innamoramento lo dice bene. Ma anche le facoltà di desiderare e di immaginare».

Jesus: La generazione degli anni ’80 è la stessa dei cosiddetti papaboys, cioè quando massima è stata la sensazione, almeno da parte dei grandi media, di una eccitazione giovanile per la figura del Papa. Però, stando ai dati, minima sembra essere la reale partecipazione dei giovani alla vita di fede e alla pratica religiosa. Come spiegate questo strano effetto? Giaccardi: «Giovanni Paolo II ha utilizzato dei codici molto coinvolgenti di comunicazione che soprattutto sui giovani hanno fatto grande presa, come le Gmg o i grandi raduni. L’errore è stato quello di pensare che il richiamo di questi grandi eventi fosse sufficiente per riportare stabilmente i giovani nella Chiesa. Ma i dati dimostrano che questo primo passo, pur importantissimo, non è sufficiente se poi nell’ordinarietà della vita ecclesiale si continua a parlare una lingua estranea ai giovani. Questo non significa, naturalmente, che la Chiesa debba preoccuparsi, come fosse un’agenzia pubblicitaria, di adeguarsi al target desiderato. Il movimento è ben diverso: uscire dalle inerzie, lasciarsi interrogare dal mondo, trovare continuamente il modo di far rivivere la tradizione alla luce delle nuove domande. Bisogna dunque capire che cosa funziona di quei momenti e come utilizzare quel linguaggio, e ricreare quel clima di gioiosa fraternità anche nell’ordinarietà e non soltanto nell’eccezionalità di Rio de Janeiro e di Sydney; perchè la vita è fatta di eccezionalità e di ordinarietà, ed è il respiro tra questi due momenti che tiene accesa la scintilla di infinito».

suore della Fraternità di Gerusalemme.

suore della Fraternità di Gerusalemme.
D. COLARIETI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Rosso: «Sono d’accordo. Forse ci lasciamo un po’ illudere da questi grandi avvenimenti e pensiamo che la realtà giovanile sia quella, mentre la realtà giovanile è quella che sta alla periferia dei grandi eventi. Poi bisogna domandarsi che incidenza hanno sul quotidiano questi grandi raduni. Da sacerdote mi chiedo se forse non abbiamo presentato un cristianesimo un po’ troppo complesso, un po’ troppo articolato, un po’ troppo impositivo. Per un giovane che vuole avvicinarsi alla fede non è facile. Occorre snellire, senza rinunciare ai dogmi fondamentali, ma puntando all’essenziale. A me ha fatto piacere che papa Francesco come prima cosa abbia annunciato la misericordia di Dio. Ora bisogna vedere come tutto questo si concretizzerà, per esempio nella realtà delle coppie di fatto o delle coppie risposate: è un problema di fronte al quale la Chiesa è chiamata a dare delle risposte che siano aperte. E forse anche il nostro linguaggio dovrebbe essere un po’ rivisto».

Matteo: «C’è sicuramente un gap tra l’esperienza forte delle Gmg, che è un’esperienza indovinata, e il quotidiano. L’intuizione è giusta, peccato che non abbia fatto e continui a non fare scuola. Prendiamo, ad esempio, la Gmg di Madrid: a fronte dell’1% della popolazione giovanile italiana presente a Madrid, ha partecipato il 50% dell’episcopato italiano. Quindi, una presenza di Chiesa incredibile, e quasi il 10% del clero, un numero enorme di suore e laici che accompagnavano i giovani. Ma cosa succede nell’ordinario? Quanti seguono i giovani nelle università? Come si seguono gli insegnanti di religione? E come viene vissuta la Rete? Basti vedere i siti istituzionali della Chiesa cattolica, dove non è possibile un “reply”, un “I like” e nemmeno un commento. Secondo elemento, la pluralità di forme liturgiche che c’era a Madrid: adorazione, Via crucis, confessioni, tantissime forme di preghiera, a confronto con le nostre parrocchie che sono monotone. Terzo elemento: i vescovi hanno fatto catechesi bibliche, “spinti” dal Pontificio consiglio per i laici. Avevano degli input molto precisi, sono stati obbligati a prepararsi, a pensare. E sono stati molto efficaci. Il quarto elemento è la festa, un’esperienza umana centrale, che nelle nostre parrocchie non c’è. Sembra un funerale anche quando non c’è il morto. La nostra civiltà ha solo il divertimento, non la festa: la Gmg è davvero il luogo di festa, di comunità. Noi abbiamo troppe Messe la domenica, per vivere la domenica. C’è una questione di quantità-qualità».

Giovani del movimento dei Focolari durante una veglia in piazza San Pietro

Giovani del movimento dei Focolari durante una veglia in piazza San Pietro.
P. SPALEK/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Giaccardi: «Questi grandi momenti funzionano perchè sono delle esperienze. E l’unico modo di avvicinare i giovani è far fare loro delle esperienze. Non fare catechismo ma offrire loro delle occasioni di esperienza. Il che significa fondamentalmente due cose. Aiutarli a uscire dall’ovvietà dei luoghi comuni, e aiutarli a imparare da questo movimento, che è poi quello dell’educazione, e-ducere: imparare facendo. è l’unico linguaggio che oggi i giovani capiscono, che è poi anche il linguaggio della Rete: “hands on”, metterci le mani, è infatti uno dei principi dell’etica hacker. La cosa che si può fare per educarli è non lasciarli semplicemente nel mondo dell’esplorazione casuale, ma attraverso l’esplorazione arrivare a quel passaggio che magari spontaneamente non fanno. In questo senso il linguaggio è prezioso: noi siamo abituati a un linguaggio concettuale che per loro è noioso, incomprensibile, distante. Papa Francesco sta invece usando il linguaggio delle metafore, che è il linguaggio delle parabole, che parla della quotidianità più spicciola. Il linguaggio è stato “violentato” non soltanto dalla politica ma in qualche caso anche dalla religione, quando l’ha usato in chiave retorica con affermazioni di principio cui non seguiva poi la testimonianza. Ciò ha provocato uno scollamento dalla realtà. Per questo la testimonianza è oggi l’unico registro comunicativo credibile. L’enunciatore deve essere testimone, e il linguaggio deve essere “integrale”. La Chiesa non ha che da attingere al proprio patrimonio, alla Bibbia, all’arte sacra: bisogna portare i giovani dentro le chiese e farli meravigliare davanti ai mosaici, raccontare loro quella storia e aiutarli a sentire che quella storia è vicina alla loro storia ed è rivolta a ciascuno di loro. è tutto un altro percorso, che passa, appunto, attraverso l’esperienza. Il fatto è che si è affermata la specializzazione, ha trionfato la funzionalizzazione. Abbiamo separato tutto, frammentato e ricomposto i processi in nome dell’efficienza. Invece è ora di rimettere tutto insieme. A questo proposito la definizione più bella di cattolico l’ha data Benedetto XVI nella Caritas in veritate, al numero 55: “Tutto l’uomo e tutti gli uomini”. Universale non nel senso astratto, ma che coinvolge la mente, la passione, gli affetti, la fisicità, la spiritualità, cioè tutto l’essere umano. Invece la nostra è una cultura che separa, l’intellettualismo da una parte e la fisicità (magari pervertita) dall’altra. I giovani hanno bisogno di sapere che le cose stanno insieme. Sono in grado di percepirlo, ma non attraverso il linguaggio della catechesi tradizionale. La Rete ci offre nuovi percorsi e nuove possibilità; però bisogna prepararsi ed essere umili, perchè se si è convinti di avere già la verità, e che sono gli altri che non la capiscono, non si può andare molto lontano».

Rosso: «è importante il linguaggio, i contenuti e anche l’atteggiamento. Troppo spesso, di fronte a situazioni che i giovani vivono, diamo subito un giudizio, non aspettiamo che loro facciano un certo cammino. “Quando tornerà il figlio dell’uomo sulla terra troverà ancora la fede sulla terra?”: questa frase del Vangelo a me ha sempre fatto pensare. Bisogna riscoprire una formazione personale che aiuti ad avere un approccio diverso con i ragazzi, di maggiore pazienza, tolleranza, attesa. In fondo il cristianesimo è il tempo dell’attesa, non quello della realizzazione».

Logo GMG 2013

Logo GMG 2013

Manicardi:«Il gap tra fascino della figura di Giovanni Paolo II e la quotidiana vita ecclesiale in realtà non è un gap ma esprime una stessa realtà: l’assenza della comunità. O la non-eloquenza della comunità parrocchiale per molti giovani. Che credo sia il problema che sta dietro a tanta inefficacia dell’evangelizzazione. Il fascino e la potenza comunicativa di Giovanni Paolo II hanno potuto mascherare questa realtà, ma i giovani hanno bisogno di comunità e il cristianesimo trova il suo genio proprio nel creare comunità in cui giovani e adulti, uomini e donne, persone di diverse nazioni e culture trovano la loro unità in Cristo. Ancora una volta, ascoltare i giovani e i loro disagi potrebbe aiutare gli uomini di Chiesa a individuare un problema capitale per l’annuncio della fede nel mondo di oggi. Potremmo dirla così: come far diventare le comunità parrocchiali delle scholae amoris, dei luoghi di esperienza di fraternità, dei luoghi umani dove si fa esperienza di essere amati, ascoltati, riconosciuti e dove si impara ad amare a propria volta?».

Una ragazza dell’Azione cattolica di Milano mentre prega i Salmi.

Una ragazza dell’Azione cattolica di Milano mentre prega i Salmi.
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Jesus: nel suo ultimo libro, don Armando Matteo parla della fuga delle quarantenni dalla Chiesa. Presumibilmente molte sono mamme. Questo quanto incide sulla trasmissione della fede e sulla crescita dei giovani? Matteo: «è ormai risaputo che l’unica istanza educativa, nel nostro Paese, è la madre. Purtroppo i dati a disposizione e l’esperienza personale mi hanno portato a verificare che di mie coetanee in chiesa non se ne vedono più. Presumibilmente sono le mamme, e questo è un grosso problema. L’allontanamento è collegato pure al fattore istruzione: più le donne sono laureate, maggiormente aumenta il distacco dalla Chiesa. Poichè in Italia la trasmissione della fede avviene normalmente per via “matrilineare”, è evidente che la Chiesa italiana ha bisogno di riaprire il dialogo con l’universo femminile. A questo si aggiungono altri fattori come la diminuzione incredibile delle suore nelle presenze parrocchiali, la realtà religiosa che ha perso più numeri negli ultimi anni, anche se attualmente la cosa non si vede perchè in Italia ci sono 90 mila suore, ma oltre il 50% ha più di 70 anni. Le suore hanno rappresentato la possibilità di un riscontro istituzionale del femminile all’interno della Chiesa e hanno abitato in maniera incredibilmente generosa gli spazi essenziali del contatto tra il quotidiano e la fede: asili, ospedali, etc. Sono quelle che veramente hanno incarnato il concetto che “la Chiesa è madre”! Questo significa anche entrare nei dibattiti politici sulla condizione della donna: su problemi enormi come il femminicidio non abbiamo sentito una parola seria da parte ecclesiale! E lo stesso su tutta una serie di problemi, come la disparità di stipendi. Le donne in Italia sono quelle che studiano di più, hanno anche ottimi voti e chiedono una Chiesa competente, capace di interagire con la loro crescita culturale. All’interno del rapporto con il mondo giovanile, dunque, il capitolo “Chiesadonne” è importantissimo e non si riduce alla questione “ordinazione sacerdotale”, anche se pensare a nuovi ministeri femminili potrebbe essere utile. Inoltre l’esperienza, la concretezza, i codici essenziali dei giovani, fanno parte molto di più dell’universo femminile che non di quello maschile. Per di più, a differenza delle generazioni più giovani, le quarantenni hanno un maggior dinamismo interiore, non c’è una disaffezione totale nei confronti della spiritualità, della fede, della preghiera: addirittura in Italia affermano di pregare anche le atee. Però siamo in una società con un maschilismo ancora forte, e in una Chiesa che nell’ultimo periodo non solo è maschile, ma addirittura “episcopale”. Fortunatamente, grazie a papa Francesco qualcosa sta cambiando».

Un altro momento del forum redazionale organizzato da Jesus

Un altro momento del forum redazionale organizzato da Jesus
S. PAVESI

Giaccardi: «A fronte di una verità culturale potentissima, cioè che nel Vangelo la figura della donna è fondamentale, la Chiesa dispone di un patrimonio di valorizzazione della figura femminile di straordinaria ricchezza, con una grande capacità di contrastare ogni dualismo. Uomini e donne sono due facce della stessa umanità, che è una dualità e non un dualismo; una ricchezza che non va sperperata, una unità che non va separata. La presenza femminile può e deve essere maggiormente valorizzata; e questo non nel nome di una presunta rivoluzione, ma in quello di una piena fedeltà alle origini. Quanto alla festa vorrei aggiungere qualcosa a partire dal significato etimologico originario. Il tema non è tanto quello della straordinarietà, dell’eccezionalità, dato che festiao vuol dire “mangio insieme, banchetto, accolgo al focolare domestico”. Quindi ha più a che fare con l’accoglienza e l’ospitalità, il fare festa insieme; è un “aggiungi un posto a tavola”, alla tavola di tutti i giorni, piuttosto che un “andare al ristorante”. C’è al fondo un’idea della convivialità come modello di relazione sociale diverso da quello del consumismo. Dove la cosa importante non è tanto quanto e cosa si mangia, ma il clima accogliente che si riesce a creare. Sono tutte logiche che in un certo senso hanno a che fare con la Rete. Ci sono dei movimenti di antropologi contemporanei che parlano del neoconvivialismo come modello alternativo al liberismo, con una sua componente utopica che riprende questa dimensione intrinsecamente relazionale, comunionale, non tanto come evento eccezionale, straordinario, ma come stile di condivisione gratuita, nel senso di non basata su un interesse. Bisogna allora reimparare a stare insieme, perchè a volte sembra che non ne siamo più capaci. La festa in realtà è una modalità, una postura esistenziale, più che l’evento eccezionale. Questo è un altro dei versanti sui quali oggi occorre fare educazione».

Rosso: «Chi ha la mia età – io sono del ’46 – si ricorda della Comunità di Taizè degli inizi, e dell’intuizione di frère Roger: “Cristo risorto ti invita a una festa!”, cioè una festa interiore. Anche questo dovrebbe farci riflettere: su come impostiamo la catechesi del Battesimo sul peccato originale e non sulla festa…».

Matteo: «Dobbiamo essere coscienti del carattere anestetico delle nostre Messe domenicali. Se uno vive una cosa bella, gli rimane impressa! Il nostro stesso linguaggio ci tradisce: abbiamo inventato una abiezione teologica – il termine “animare la liturgia” – ma “liturgia” significa già “animazione”! Il problema è aggravato dal fatto che in Italia abbiamo un numero di parrocchie e di Messe eccessivo, rispetto al clero presente e all’invecchiamento dei sacerdoti che hanno vent’anni in più, in media, dei maschi italiani. Il Papa ha parlato di una Chiesa “pesante”. è una questione anche strutturale: troppe Messe, preti anziani, distribuiti male sul territorio nazionale, occupati a pensare a lavori burocratici che non hanno niente a che fare con il lavoro pastorale, lavori che potrebbero fare dei laici ma a cui non li lasciano fare!».

Una ragazza raccolta in preghiera nella cattedrale di St. Mary, a Sydney

Una ragazza raccolta in preghiera nella cattedrale di St. Mary, a Sydney
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Manicardi: «Anche la diserzione femminile dalla Chiesa può avere qualcosa da insegnare. Difficilmente oggi possiamo ripetere ciò che Paolo diceva a Timoteo: “Mi ricordo della tua fede che ebbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunice e che ora è in te” (2Tm 1,5). Ma forse questo aiuta la Chiesa a riscoprire la sua dimensione di comunità generante, di ecclesia mater, e dunque la sua vocazione a trasmettere vita, a esprimere una promessa di vita per i giovani. Chiesa capace di maternità significa Chiesa capace di umanità, cioè che ha ben capito che “l’umano è il punto di intersezione della fede”, come dice il cardinale Walter Kasper, e che educare alla fede implica il prendersi cura dell’umano che è nell’uomo e, nello specifico, del giovane. Questa dimensione generante ed educante della comunità cristiana, che esigerebbe la rivalutazione della paternità e della maternità spirituale nell’accompagnamento di cammini di fede dei giovani, implica dare tempo, dare ascolto, dare parola, dare presenza. Essere accanto, anche nell’impotenza, ma nella coscienza della propria non-inutilità».

Jesus: La sfida per la Chiesa e per il cristianesimo in generale non è soltanto burocratico-istituzionale e neanche meramente intellettuale. Padre Timothy Radcliffe scrive: «Il cristianesimo in Occidente potrà fiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei ». Mi sembra che per troppi decenni, il cristianesimo in Occidente ha smesso di costruire l’immaginario ed esaltare l’immaginazione dei propri contemporanei. Che cosa ne pensate? Matteo: è una questione essenziale. Per la Chiesa italiana significa smettere di porre al centro sè stessa, i suoi problemi, i suoi finanziamenti, i suoi legami, a volte non totalmente chiari, con la politica. E ripartire dal nostro grande tesoro che è la Sacra Scrittura. Che cosa può toccare di più l’immaginario dei nostri contemporanei se non Gesù di Nazaret? Un uomo infinitamente innamorato di Dio e infinitamente innamorato della vita, degli uomini e delle donne che ha incontrato? Eppure, i dati a nostra disposizione sulla conoscenza della Bibbia sono allarmanti! La nostra catechesi non valorizza fino in fondo il discorso biblico. Un credente ordinario entra in contatto con la Bibbia, nella media delle parrocchie italiane, poco più di 10 minuti a settimana, la domenica! Anche nel tessuto feriale oserei di più: perchè solo la Messa? I monasteri che frequentiamo hanno tutti familiarità con la Sacra Scrittura e anche per questo sono pieni di giovani. La Bibbia ha tutti i codici del mondo, è aperta e investe sempre il lettore. C’è un detto brasiliano che dice: “Se vuoi che qualcuno costruisca una nave, per prima cosa fallo innamorare del mare”. Penso che noi oggi dobbiamo riuscire a innamorarci di una Chiesa della festa, di una Chiesa che parli di Gesù Cristo, con meno paure, che poi ci bloccano anche nel fare alcune riforme che sono davvero essenziali».

Rosso: «Io penso che l’immaginazione sia molto importante e, come in tutte le cose, bisogna trovare le giuste mediazioni. Bisogna insistere sulla formazione biblica. Anche nelle nostre omelie bisogna dare più importanza alla spiegazione delle Letture, da cui soltanto dopo fare emergere il messaggio etico e comportamentale».

ragazzi della parrocchia Cuore Immacolata di Maria, a Vicenza.

Ragazzi della parrocchia Cuore Immacolata di Maria, a Vicenza.
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Giaccardi: «Una parola fondamentale è gustare. Noi abbiamo sviluppato un’idea intellettualistica del sapere che passa attraverso il cervello, mentre sapio vuol dire “avere sapore” prima di tutto. Perchè le cose restino in mente – lo vedo con i miei studenti – bisogna sempre partire da quello che loro sanno, da quello che per loro ha sapore, e poi fare il passaggio a un livello diverso, più concettuale, che a quel punto sono in grado di far proprio. Non è sempre semplice saper far gustare, siamo chiamati in gioco anche noi, la nostra capacità di saper gustare a nostra volta. Non basta dire: quella è la verità e la devi accettare. Nè è sufficiente semplicemente ridistribuire ciò che abbiamo ricevuto. Io posso semplicemente “sfamare” la mia famiglia, oppure cercare di preparare qualcosa che sia nutriente, bello da vedere e buono da mangiare. Questo richiede attenzione, immaginazione, è faticoso, è impegnativo. Ma è anche ciò che distingue l’essere umano da tutte le altre specie viventi. Noi non possiamo accontentarci della funzione. Occorre cambiare postura esistenziale, anche dentro la Chiesa. Mi pare bella la definizione del gesuita François Varillon, per il quale la Chiesa è “l’abbraccio di Dio al mondo”. E mi sembra che questo abbraccio papa Francesco ce lo stia facendo sentire, in tutta la sua forza e insieme la sua tenerezza.»

Manicardi: «Penso che l’umana facoltà dell’immaginazione susciti diffidenza. Per Pascal, essa è “maestra di errori e di falsità”. Spesso la si denigra come fantasticheria e fonte di evasione dalla realtà. La si trascura perchè il modello dominante è quello del dominio razionale, conscio, ordinato, del pensiero e dell’azione. La si disprezza perchè poco scientifica, ma soprattutto la si teme perchè sovversiva, essendo non controllabile, non misurabile, non riducibile ai parametri con cui avviene l’addomesticamento e l’omologazione del pensare, del sapere, e anche del credere. L’immaginazione è temuta perchè dà voce al desiderio. Poco controllabile, essa viene guardata con sospetto anche nello spazio ecclesiale. L’immaginazione, che è l’energia mentale che consente l’emergere del nuovo, che dà forma interiore a un possibile e che rende presente interiormente un assente, o meglio qualcosa che non c’è ancora, è dimensione essenziale nell’esercizio della libertà e della creatività. Ed è momento fondamentale nella personalizzazione della fede da parte di un giovane. Dar voce all’immaginazione equivale a dare il permesso al giovane di sperare facendo emergere la sua soggettività. Effettivamente, qui si rivela, da parte di chi nella Chiesa ha una responsabilità educativa in ordine alla fede, la mancata ricezione della lezione biblica. La Bibbia immagina la verità, ben più che esprimerla in formule astratte: il Dio che crea è anche il Dio che immagina, che dice ciò che ancora non c’è; la potenza delle pagine di Isaia, di Ezechiele, di Geremia è dovuta in gran parte a quella dimensione che l’esegeta Walter Brueggemann ha chiamato “l’immaginazione profetica”; Gesù annuncia il Regno di Dio con parabole che uniscono narrazione e immaginazione. Ma qui si rivela anche la sfiducia nelle potenzialità interiori e nella soggettività giovanile, che proprio nella creatività e nell’immaginazione trova una sua espressione decisiva. Per essere affascinato dalla fede, un giovane dovrà sentire che essa riguarda tutta la sua umanità, tutte le sue capacità espressive, il suo corpo e la sua mente, la sua razionalità e la sua emotività».

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Un gruppo di giovani dell’Azione cattolica della zona pastorale di Cormano, nella diocesi di Milano.

Jesus: Vi chiederemmo, per concludere, tre consigli per non sprecare questa Gmg, per far sì che un’occasione del genere porti dei frutti dopo e al di là dell’evento in sè stesso. Matteo: «La Gmg funziona non se diventa lo stile della pastorale giovanile ma della Chiesa intera. Dietro la pastorale giovanile, infatti, c’è il bisogno di incontrare i giovani, e questo oggi è il bisogno della Chiesa. Senza ricambio generazionale, ci piaccia o meno, il cristianesimo occidentale è destinato a chiudere. E il ricambio generazionale riguarda le parrocchie, le vocazioni, i movimenti. L’altro elemento: modulare meglio i canoni della liturgia. Non possiamo avere questo monoteismo della Messa che assorbe tutte le attività feriali della parrocchia. E poi l’esperienza della festa, dell’accoglienza. In fondo, alla generazione degli adulti quello che manca è la capacità di accogliersi, di volersi bene e non semplicemente di restare attaccati a sè stessi e ai propri privilegi. La festa è il luogo dove nasce l’adultità. Alla fine noi siamo nati per la domenica, noi siamo figli di questo Dio che si riposa. La Chiesa come un luogo di incontro, di appuntamento, anche tra le generazioni».

Rosso: «Di fronte a manifestazioni oceaniche come la Gmg ho qualche perplessità. Spesso si rischia di focalizzare solo quello e di dimenticarsi il dopo, il prima o la periferia. La cosa migliore è osservare e ascoltare. Questa edizione in Brasile, con il Papa sudamericano, in un Paese dove da anni è in atto un confronto tra le Chiese neopentecostali e il cattolicesimo sociale, potrebbe essere diversa dalle altre. Da occidentali, per una volta tanto, guardiamo, ascoltiamo ciò che succede, i messaggi che quella cultura, quella Chiesa, quell’universo religioso ci presentano e vediamo poi di importarlo nella quotidianità della nostra vita. Però senza enfatizzare: occorre infatti domandarsi che cosa hanno veramente prodotto nel quotidiano le altre Gmg. Insomma, come tutte le cose positive, guardiamole per quello che sono».

Giaccardi: «La prima risposta è la dimensione della reciprocità: è un evento pensato per i giovani, dove anche i vescovi sono esclusivamente presenti in veste di pastori e dove veramente si fa uno sforzo di sintonia reciproca. è un momento di grazia, che da sapore al presente e getta le premesse di un rinnovamento per tutti. Un’occasione, dunque, potenzialmente generativa. Il secondo elemento positivo è quello dell’esperienza, che da una parte è propriamente fisica, perchè si esce dal proprio mondo e si va in un altro mondo che non si conosce, e questo spaesamento può sempre essere il punto d’avvio di un processo virtuoso. L’elemento dell’immersione è importante perchè dà il “gusto” dell’evento; ma poi sono importanti emersione e riflessione, senza le quali non può aver luogo quella appropriazione del vissuto, che sola ci trasforma. Credo che vada valorizzata la preparazione al viaggio, cercando di conoscere qualcosa di quel Paese, della sua situazione sociale, della sua lingua, del suo cibo, della sua cultura. E poi, al ritorno, incoraggiato il momento della restituzione nei confronti di chi non ha potuto partecipare. Sollecitare i giovani a trovare canali di narrazione che li aiutino a riappropriarsi in maniera più matura di quello che hanno vissuto e in qualche modo a farne dono ad altri. Il terzo momento è quello dell’eccedenza, che è l’elemento della festa. La religione cattolica è vista come la religione dei no, dei precetti, della mortificazione. Veramente, è il contrario di quello che è! Allora in momenti come questi, che sono momenti in un certo senso esagerati – si fa uno sforzo economico, non si dorme per giorni, si parla con tutti – questo elemento dell’eccedenza va vissuto pienamente e consapevolmente, perchè è la cifra della gioia della nostra religione. Ne parla anche Benedetto XVI nella Caritas in veritate, “il di più”, non è soltanto il dovuto, ma è questa ulteriorità che ci dà la speranza e la gioia».

Manicardi: «Tre consigli che sono uno solo. Insistere sulla centralità dei Vangeli e di Gesù. Sottolineare che l’umanità di Gesù “insegna a vivere” (Tt 2,12) ed educa la nostra umanità. Leggere dunque i Vangeli cercando quale umanità muove Gesù nei suoi incontri con gli altri, come parla Gesù, che vita interiore rivela… Infine mostrare la fede come cammino del senso, capace cioè di dare sapore (dimensione estetica), direzione (dimensione etica) e significato (dimensione filosofico-teologica) alla vita del giovane».

fonte: Jesus Luglio 2013