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Il fuggente e l’eterno: perché «l’essere non è un genere»

La settimana scorsa abbiamo provato a spiegare che il vero universale non va confuso con una generalità astratta: è una “cattolicità” concreta, che assume la varietà screziata e irriducibile dell’universo (non solo ciò che è uno nel diverso, ma anche ciò che è diverso nell’uno). Questo pensiero discende da un’osservazione di Aristotele che non ha mai smesso di interrogarmi anche se, ogni volta che provo a tirarla fuori nel corso di una conversazione a tavola, il flop è talmente garantito che mia moglie sente subito la necessità di chiedere se qualcuno non desideri ancora un po’ di broccoli. L’osservazione è questa: «L’essere non è un genere». Mi verrebbe voglia di proclamarla in ogni circostanza, durante un cocktail per esempio o perfino su un quotidiano: «L’essere non è un genere». Ma, lo vedete da soli, il lettore aggrotta le sopracciglia e passa rapidamente a notizie più giornalistiche.
Eppure, questa piccola frase è grandissima. Ci dice che la parola “essere” non denota solamente ciò che è comune ad ogni cosa ma anche ciò che distingue una cosa dall’altra. È l’essere a far sì che io appartenga alla stessa categoria di mia moglie, di un coccodrillo, di un broccolo o di un’idea che passa per la testa di mio cugino Roberto (tutte queste cose sono, anche nel caso delle idee di Roberto purtroppo!); ma è ancora l’essere a distinguermi da mia moglie (il mio sesso e la mia persona), da un coccodrillo (i miei boxer a fiori per esempio), da un broccolo (la mia capigliatura che non è tanto verde e nemmeno commestibile) o da un’idea di mio cugino Roberto (la mia consistenza è perlomeno un pochino più solida).
Ecco perché questa piccola parola, “essere”, ha potuto inebriare talmente i contemplativi di ogni epoca: essa coglie il generale e al tempo stesso il particolare e suggerisce che, in fondo, un essere raggiunge l’universale attraverso la sua singolarità. Mio cugino Roberto, con le sue idee incomprensibili, il suo muso improbabile, esprime ciò che si incontra in ogni essere, in ciascuno secondo il suo grado: il misterioso, l’originale, il ricalcitrante…
L’errore che porta a credere che l’essere è più essere se è più generale implica un errore corollario secondo il quale l’essere più reale è quello che dura di più nel tempo. Si confonde così il valore di un essere con la sua permanenza, disprezzando, secondo una deriva pseudo-spiritualistica, tutte le cose che passano. Se così fosse, un bambino avrebbe meno valore di una vongola di Islanda (che raggiunge facilmente i 400 anni), o anche di un blocco di cemento, e vongola e blocco varrebbero meno delle particelle elementari stabili che li compongono.
Come spiega bene il poeta Henri Raynal, il discorso della presunta disillusione porta in sé la confusione tra realtà e permanenza: «La cattedrale di Strasburgo è fatta di arenaria. La parola di disillusione equivale a dire: attenti a non dimenticare che questo edificio non è che polvere agglomerata. Era sabbia; presto o tardi, tornerà ad esserlo – qualunque sia il fattore di questo destino: incendio, terremoto, vandalismo, esplosione o erosione. La sabbia è la verità di questa forma deperibile». Si dimentica in questo modo che è la forma stessa, la sua grazia, e non la sua durezza a farne la forza e la profondità. La rosa che appassisce ci commuove più del blocco immutabile. Il fuggente può essere più vicino all’eterno del permanente, (l’eternità non è un tempo indefinito, ma la trascendenza rispetto ad ogni temporalità, trascendenza che si manifesta di più in un l’avvenimento che nella permanenza).
Il mistero del Natale ci ricorda tutto questo. Dio, l’essere al di là di tutto ciò che è, al tempo di Augusto si è fatto un piccolo bambino ebreo, singolare, mortale. L’Eterno in persona entra nel fuggente, e ci insegna la cura divina che dobbiamo avere delle cose che passano.

Avvenire