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Il frate cinese perseguitato da Hitler e da Mao

Se non fosse tutto vero, parrebbe la sceneggiatura già pronta per un film d’avventura. Titolo: l’«Indiana Jones della fede». Soggetto: la Resistenza antinazista in Italia ha potuto contare anche sulla partecipazione di un frate francescano cinese, «autore» tra l’altro di decine di conversioni tra i connazionali.

Un religioso che aiutava soldati inglesi a sfuggire dalla morsa nazifascista; teneva in casa una radio ad uso resistenziale; fu arrestato e condannato a morte dalla Wermacht. Fino ad una svolta incredibile: «Quando fu posto davanti al plotone di esecuzione nel cortile del campo di raccolta di Avezzano, alcuni aerei inglesi iniziarono a bombardare costringendo i militari a rompere le righe».

Tornato in patria, il frate ha dovuto subire il carcere del neonato governo cinese, per poi venir scarcerato sotto Mao per qualità «patriottiche»: aver aiutato altri cinesi all’estero. Il protagonista dell’eventuale film risponde al nome di padre Antonio Tchang Chang, francescano cinese attivo a Brescia negli anni Trenta per seguire i suoi compatrioti residenti in Veneto, e per questo durante la seconda guerra mondiale nominato cappellano del campo di internamento dei cinesi: così imponeva la situazione, con Pechino nemica dell’asse Roma-Berlino-Tokyo.

Uno sparuto gruppo di asiatici la cui vicenda è stata ricostruita in un recente romanzo, Centosedici cinesi, circa di Thomas Heams-Ogus (Archinto), in cui però la figura del religioso asiatico non viene valorizzata. Padre Tchang, si diceva: nato nel 1911, nel 1941 fu nominato assistente spirituale del campo di Isola (Te), dove i cinesi “italici” vennero rinchiusi in una struttura adiacente al santuario di San Gabriele dell’Addolorata. In quella trista sede, che Heams-Ogus descrive come non disumana ma solo una pacifica e lontana caricatura dei lager nazisti, padre Tchang avvicinò i prigionieri cinesi a Dio: 82 divennero cristiani, fra i quali 40 battezzati il 4 agosto 1941 dal nunzio apostolico in Italia, monsignor Francesco Borgoncini Duca; anche Pio XII inviò un telegramma per l’occasione.

Ma anche nell’Abruzzo profondo l’8 settembre 1943 portò scompiglio: il campo di Isola rimase sconvolto e il santuario di San Gabriele, retto (come tuttora) dai padri passionisti, per impulso di padre Tchang divenne luogo di accoglienza di inglesi e Alleati che cercavano rifugio oltre il fronte angloamericano in risalita verso Nord. «Per circa un mese padre Antonio Tchang riuscì ad aiutare centinaia di inglesi, senza che i militari tedeschi si accorgessero di nulla» sottolinea Giovanni Di Giannatale, studioso di storia locale, autore del volume di prossima pubblicazione San Gabriele dell’Addolorata. Studi e Ricerche (San Gabriele Edizioni).

Ma non si limitava all’azione di supporto anti-nazista, padre Tchang: subodorando qualcosa di peggio, anche grazie a una delazione, i tedeschi tesero una trappola al missionario: «Il 27 novembre 1943 si presentarono a padre Antonio travestiti da inglesi. Il religioso, che aveva presentito il pericolo e si stava preparando per lasciare il ritiro e partire alla volta di Roma, cadde nella trappola e fu arrestato – rievoca Di Giannatale –. Fu perquisita anche la sua cella, nella quale i militari rinvennero una radio ricevente, una macchina fotografica e una rivoltella, il cui possesso comportava di per sé la pena di morte».

E i nazisti non fecero eccezione per il francescano d’Oltre Muraglia: portato prima a Teramo, poi a L’Aquila, quindi ad Avezzano, venne dichiarato reo di morte. Inutili tutti i tentativi della diplomazia vaticana: del suo caso si interessò direttamente l’allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana, monsignor Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI.

Scrisse l’allora ministro generale dei Conventuali, padre Beda Maria Hess: «Le autorità germaniche non prendono in considerazione che padre Tchang è stato incaricato dalla stessa Santa Sede dell’assistenza dei suoi connazionali internati a San Gabriele dell’Addolorata». Insomma, il religioso con gli occhi a mandorla doveva finire davanti al plotone d’esecuzione: dal quale lo liberò – lui ne fu certo – proprio san Gabriele. Precisamente con la comparsa dei bombardieri britannici che irruppero dal cielo proprio mentre si stava ordinando «Fuoco!» per eliminare lo scomodo frate; il quale approfittò del trambusto per darsi alla fuga.

Nel 1944 però tornò a San Gabriele per rendere omaggio al patrono che lo aveva aiutato a sfuggire alla morte (ma lo aiutò anche un giovane italiano, che poi si fece frate a sua volta). E al santuario abruzzese fece di nuovo ritorno – annota ancora Di Giannatale – «ormai vecchissimo» negli anni Novanta, per ringraziare il suo specialissimo protettore dal cielo. Durante lo stesso tour italiano fu ricevuto anche da Giovanni Paolo II.

Anche perché – e davvero questi ingredienti avventurosi sembrano costruiti ad arte, se non fosse tutta storia vera – una volta rientrato in patria dopo la guerra, padre Tchang subì anche la persecuzione comunista del regime di Mao, fieramente e duramente anti-cristiano. Nel 1947, quando ancora il Grande Timoniere non era salito al potere, padre Tchang era stato destinato dai superiori alla missione nella prefettura apostolica di Hingan. Ma anche lì riscontrò guai e sofferenze affrontate con indomito coraggio: «Venne imprigionato e condannato dal governo cinese per motivi politico-religiosi– scrive Di Giannatale –. Ma poi fu riabilitato e riconosciuto meritevole di avere prestato assistenza e protezione ai cinesi all’estero».

 

Lorenzo Fazzini – avvenire.it
19 Aprile 2012 ore 07:02