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Il dramma dei drammi

MAURIZIO PATRICIELLO
Non è uno stinco di santo e lo sa bene. Viene a chiedere di battezzare il suo bambino. Il parroco tenta con difficoltà di avviare un dialogo, il giovanotto è prevenuto contro la Chiesa e lo Stato, ritenendoli complici e responsabili della sua triste sorte. Lui, Ciro, è un delinquente e non ne fa mistero. È convinto che sia, nelle sue condizioni, la cosa più normale di questo mondo. «Son tutti ladri, a cominciare da chi sta in alto e non ne avrebbe motivo. Io lo faccio per portare a casa il pane, loro no; trovami un lavoro, padre, e vedi se non lascerò per sempre questa vita…», è la sfida che lancia al parroco che, perplesso, argomenta qualche cosa senza convinzione, sapendo di non poterla raccogliere. Egli conosce bene chi gli sta di fronte: ha lasciato il carcere da pochi mesi, ha diversi bambini e guadagna zero – dico zero – euro al mese. Sconsiglio vivamente chi avesse voglia di fare il predicozzo a questi giovani. Non vale la pena che gli ricordiate niente, essi hanno messo in conto tutto. Il carcere lo conoscono bene per esserci già stati o per averlo sentito raccontare da parenti e amici. Sono troppo smaliziati, anche se hanno sfiorato appena l’adolescenza. «Il problema del lavoro non è uno dei tanti problemi, ma il problema dei problemi di Napoli; è il dramma dei drammi di questa nostra comunità, giacché i tanti mali che l’affliggono son tutti riconducibili, in un modo o nell’altro, a questa forma di carenza vitale che, come un’autentica malattia rende fragile e sfibra in maniera progressiva, di giorno in giorno, un corpo sociale già largamente debilitato». Sono le parole pronunciate dal cardinale Crescenzio Sepe, durante l’omelia di sabato 1° maggio nella basilica di Santa Chiara. «Dobbiamo avere il coraggio di dirlo e magari gridarlo – ha continuato – perché qualcuno, finalmente, ascolti: nel calendario di Napoli la festa del lavoro più che una ricorrenza è una beffa…». Parole chiarissime e vere, per le quale ringraziare l’arcivescovo. Invochiamo pari opportunità per i tanti disoccupati e sottoccupati della nostra regione. Non si può continuare a inseguire i ladri per rinchiuderli in carceri che non riescono nemmeno a contenerli. Non si può più far finta di non sentirli quando gridano al mondo di essere stanchi di delinquere e chiedono una mano per fare pace con la civile società. Non si può dire loro, senza ipocrisia: «Andate a lavorare, fannulloni», quando si sa che è un bluff. Si entra in questo modo in un circolo vizioso dove chi invoca aiuto sa di non essere ascoltato e alla fine si convince che è nel giusto perché se non ruba, se non spaccia, muore. In questa luce, proviamo a leggere la triste storia dei ‘falchi’, agenti antirapina, che a Napoli dopo aver sventato una rapina ai danni di un Tir, alla fine si portano a casa prosciutti e formaggi sequestrati. Questi fratelli poliziotti non immaginano il danno psicologico e morale che i delinquenti ricevono leggendo queste imprese. Il questore di Napoli, Santi Giuffré, li ha definiti «mele marce», e ha ragione. Mele marce che fanno tanto comodo a chi della disonestà ha fatto una miniera. Non deve accadere più, nessuno deve dire: «Ecco, vedi, sono tutti uguali…», perché non è vero, è una menzogna, non sono tutti uguali. Costoro sono, appunto, marci. Più di Ciro, che ruba per sfamare i figli. Sono persone da isolare e da punire, ma anche da aiutare a ritrovare la dignità smarrita. Da loro prendono le distanze i colleghi onesti e responsabili cui vogliamo ribadire la nostra incondizionata riconoscenza e la nostra stima, per un lavoro che li porta spesso a rischiare la vita. Ai politici, invece, l’augurio di prendere in seria considerazione le parole del cardinale Sepe. È triste ma tanto vero che a Napoli il problema del lavoro non è uno dei tanti problemi, ma il dramma dei drammi. (avvenire)